Dalla rassegna stampa Cinema

La doppia personalità del matematico gay Cumberbatch

The Imitation Game è stato uno dei film scoperta del 2014: di un uomo, di un evento bellico e di un attore come l’inglese Benedict Cumberbatch, noto e amato come lo Sherlock Holmes seriale della tv, l’Assange del Quinto potere e lo straordinario Amleto sui palcoscenici di Londra.

È Alan Turing il timido, asociale genio indiscusso della matematica, precursore del computer, che interessa al regista norvegese Morten Tyldum, che osserva la doppia personalità di un genio costretto a nascondersi dalla vera natura omosessuale, vivendo sotto copertura: il gioco imitativo del titolo è anche sociale e psicologico.

La storia la racconta in flashback all’inizio degli anni 50 un agente di polizia che l’ha arrestato a Manchester per atti osceni: esperto di crittografia, ha fatto parte, durante la Seconda guerra mondiale, con un esperto di scacchi e una di enigmistica, d’un terzetto di cervelloni col compito di decrittare il codice nazista Enigma ideato per proteggere i piani di attacco e le armi segrete, già al centro di un film di Michael Apted del 2001. Costruisce un macchinario di nome Christopher (colui che porta Cristo) e anticipa a tutti gli effetti la tecnica del computer ma diventa, con l’escalation di ipocrisia e omofobia britannica, la vittima ideale di un processo che lo porterà, costretto a scegliere tra carcere e castrazione chimica, a un suicidio gentile a forma di fiaba: una mela avvelenata, come Biancaneve.

Eppure dobbiamo tutti alla sua genialità un pezzo della nostra salvezza, ma era anche un «diversamente eterosessuale» per dirla in bon ton.

Insieme alla Teoria del tutto sul fisico Stephen Hawking (l’altro grande, Eddie Redmayne), il film ha sollevato buchi non casuali di memoria collettiva e dobbiamo alla misura di Cumberbatch averci restituito l’introversione infelice di un genio costretto a separare cuore e cervello.

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