Dalla rassegna stampa Società

La strada storta sulla poligamia

C’era da aspettarsela ed è arrivata puntualmente: dopo la regolazione delle unioni tra persone dello stesso sesso anche richiesta di legittimare la poligamia in Italia. A seguito delle prime unioni omosessuali che nei giorni scorsi sono state registrate (e, in qualche caso ‘celebrate’ con enfasi mediatica), il ballon d’essai è stato lanciato da una voce nota dell’islam italiano: l’ex segretario e fondatore dell’Ucoii (Unione comunità islamiche d’Italia), Hamza Roberto Piccardo. Il quale ha argomentato: «Se è solo una questione di diritti civili, ebbene anche la poligamia è un diritto civile».

Paradossalmente verrebbe da dargli ragione: se il matrimonio e la famiglia sono solo «una questione di diritti» e questi – come sostiene da più parti – hanno un fondamento e un riconoscimento solo convenzionale e procedurale, allora non si vede come la poligamia non possa essere rivendicata come un diritto e legalizzata. Senza una natura e un’ontologia umana di radicamento e riferimento, il diritto diventa debole e aleatorio, liquido come si dice oggi.

Ognuno – individuo o gruppo – può farsi (e rivendicare) i suoi diritti. E persino contestare la poligamia diventa difficile. Si rischia la discriminazione: perché gli omosessuali sì e i poligami no? E fermiamoci ai poligami, perché ci può essere dell’altro. Visti così, «i diritti – s’è giustificato Piccardo – sono tutti sullo stesso piano». Siamo ai ‘diritti a domanda’, confezionati al bisogno. Ha un bel controbattere il sociologo e senatore Luigi Manconi, dalle pagine del Corriere della Sera, che «si tratta di un rapporto fondato su uno stato di diseguaglianza», riferendosi alla disparità dei sessi, con la donna possesso e succube dell’uomo nella poligamia. Perché lo stesso Piccardo ritiene che la diseguaglianza può essere volontariamente riconosciuta e accettata dalla donna. Al che Manconi risponde che la società e la legge non possono consentire quella disparità, neanche in persone consenzienti, perché essa è per se stessa una discriminazione e un’offesa.

Non è da escludere però che delle donne possano dichiarare di non sentirsi offese ma amate in un rapporto poligamico; che la discriminazione viene piuttosto da una società che non riconosce loro il diritto a questa forma di coniugalità. La qual cosa può dirsi anche del suo rovescio speculare: la poliandria. Come nel caso, divulgato alcuni mesi fa, di una donna in Canada che dice di amare e di essere amata da due uomini e che, con questi, rivendica il riconoscimento legale della loro unione. Cade in questo modo di argomentare ogni vincolo antropologico e morale, che porta Piccardo a dichiarare di «non capire perché una relazione tra adulti edotti e consenzienti possa essere vietata, di più, stigmatizzata, di più, aborrita».

Sul piano inclinato della soggettivazione del diritto (sradicato da ogni fondamento naturale) e della emotivizzazione dell’amore (fatto coincidere con il sentimento) – che relegano il matrimonio secondo natura (la coniugalità monogamica uomo-donna) a una variabile culturale – risulta difficile opporsi a forme plurilaterali di matrimonio, come la poligamia. Piccardo si appella al principio di tolleranza e uguaglianza. «Io – dice – e milioni di persone non condividiamo la relazione omosex e tuttavia essa è lecita e ne rispettiamo gli attori».

Alla pari di questa, egli rivendica il diritto dei poligami, figli compresi, al riconoscimento e alla tutela legale: «È una questione – osserva – di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge». Se si fa terra bruciata intorno al diritto naturale, se si priva l’amore d’ogni grammatica e semantica, il matrimonio e la famiglia diventano istituzioni ad libitum di desideri e voleri e di consensi culturali e legislativi. Cui mano mano i diritti si piegano e si modellano. Piccardo questo lo sa e lo dice: «I diritti sono tutti sullo stesso piano, poi ci possono essere strategie e tempi diversi per rivendicarli e implementarli». È ciò che sta avvenendo con l’assottigliamento antropologico e morale del diritto. Davvero si è convinti che sia questa strada storta sia la via maestra della libertà responsabile?

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