Dalla rassegna stampa Religione

I diritti e i moralismi

… quello che sosteneva anche il cardinale Ruini pochi mesi fa quando, in un’intervista, aveva affermato: «Il matrimonio omosessuale è una sconfitta dell’umanità»…

Da molti segnali si coglie che la Chiesa di Bergoglio non è quella monolitica entità che la sua tradizione secolare (ma anche papati più recenti) ci hanno abituato a conoscere. E la Curia di Bergamo sembra occupare posizioni avanzate rispetto alla nuova dialettica che si sta sviluppando nel mondo cattolico. È notizia di questi giorni che in città si sono cominciate a celebrare le cerimonie delle unioni civili, previste dalla nuova legge. Ieri è toccato, per prime, a due coppie omosessuali, una di uomini, l’altra di donne: cosa che già dovrebbe indicare come la società locale si sia evoluta rispetto a certe posizioni rappresentate da politici e da amministratori. Il sindaco di Torre Boldone, Claudio Sessa, pensa infatti ancora che una relazione gay sia «contro natura». Un po’ quello che sosteneva anche il cardinale Ruini pochi mesi fa quando, in un’intervista, aveva affermato: «Il matrimonio omosessuale è una sconfitta dell’umanità». Nella stessa intervista Ruini profetizzava proteste, obiezioni e resistenze quando la legge avesse cominciato a essere applicata. Ma in effetti non si vedono all’orizzonte mobilitazioni o sottili forme di boicottaggio, come accade per l’aborto con l’applicazione di massa delle obiezioni negli ospedali. Anzi, sembra che nella pratica la Chiesa segua un’altra linea. Basta confrontare le posizioni di Ruini con quelle di don Edoardo Algeri, direttore della Pastorale della famiglia per la Curia bergamasca. Ovviamente don Algeri non potrebbe mai schierarsi a favore della nuova norma, ma, richiesto di un parere, ha sinceramente ammesso che «le leggi devono essere applicate senza scandalizzarsi». Evidentemente, le priorità della Chiesa di Francesco, anche a livello locale, sono altre, come dimostra il modo in cui la Caritas si sta spendendo sul fronte dei migranti, anche al costo dell’impopolarità. Personalmente, da laico, che la Chiesa metta in secondo piano le battaglie morali (e moralistiche) impegnandosi invece sul piano della salvezza materiale dei bisognosi (senza la quale qualsiasi discorso «morale» è pura ipocrisia) è un segno positivo. Non solo per le questioni specifiche, ma perché una comunità cattolica che non si trincera dietro gli integralismi ma sta dentro la dinamica sociale è una ricchezza per tutti. Resta irrisolto il paradosso per cui i rappresentanti religiosi dei cattolici sono quasi sempre più avanti dei politici che dovrebbero ispirarsi agli stessi principi. D’altra parte, anche per chi non ha la fede, il discorso evangelico sui sepolcri imbiancati è di una limpidezza cristallina.


«Unioni civili, scusate il ritardo»
Riti per due coppie gay a Palafrizzoni. Paganoni (Patto civico): ora servono le adozioni
Ieri sono state celebrate le prime due unioni civili. Alle 11 in Comune si sono presentate Caterina Calvi e Maria Grazia Mombelloni di Albino, alle 11.30 è stata la volta di Paolo Manolatos e Sergio Cabrini di Bergamo. «Ora combattiamo per le adozioni — ha detto il consigliere Simone Paganoni, che ha celebrato —. Come politico mi scuso per il ritardo di questa legge».

 

UNIONI CIVILI

«Scusate il ritardo E adesso battiamoci per le adozioni» Il rilancio di Paganoni
Palafrizzoni, gli auguri del consigliere alle prime coppie gay
Non potevano capitare coppie più diverse per le prime unioni civili omosessuali celebrate a Palazzo Frizzoni, in sala Caccia, quella dei matrimoni con l’abito bianco. Le «spose» colorate, rumorose, circondate da uno stuolo di amici. Amiche, soprattutto. Applausi su applausi, i confetti nel tulle lilla. Gli «sposi» sobri, classici, gruppo ristretto di amici e parenti, e niente tifo da stadio, please . L’unico fuori programma è una poesia di Nazim Hikmet che rischia di fare piangere tutti: «Il più bello dei mari/ è quello che non navigammo./ Il più bello dei nostri figli/ non è ancora cresciuto…» . E tuttavia sono amori, entrambi, che hanno superato una vita. Il «sì» è più un punto di arrivo che una partenza.

Il consigliere Simone Paganoni, ex radicale oggi in Patto Civico, per l’occasione ha mollato la famiglia a Lido delle Nazioni. L’abito doveva essere quello del suo matrimonio, se solo l’avesse trovato. A Bergamo è tornato coi mezzi. «Ho preso due pullman e due treni, e nemmeno mi rimborsano i biglietti», scherza prima di andarsene in bicicletta. Ma non poteva che essere lui a officiare. Non solo perché a Palazzo Frizzoni è l’esperto di matrimoni («Ne ho celebrati fra i 600 e i 700», calcola), anche per la battaglia sulle unioni civili, primo firmatario della delibera di iniziativa consiliare con cui è stato istituito il registro in Comune. Non è finita, la battaglia. «Mancano ancora alcuni diritti — dichiara una volta indossata la fascia tricolore, prima di passare al rito ufficiale —. Dal mio punto di vista, ad esempio, è intollerabile che non ci sia ancora la possibilità di adozione. Molte coppie hanno avuto un figlio da una relazione precedente e il loro compagno o la loro compagna non può adottarlo». Per Maria Grazia Mombelloni e Caterina Calvi è andata così. La prima da ragazza ha avuto un figlio. Il desiderio di adozione per Caterina, però, non c’è mai stato. «Questo — prosegue Paganoni — sarà uno dei motivi per cui battersi ancora. E permettetemi di togliermi un sassolino». Il consigliere afferra un foglio. «Durante il rito non potrò leggere il terzo articolo del Codice civile, quello che riguarda i figli. Lo faccio allora adesso, prima di iniziare, non come articolo ma come augurio». Dunque: «L’unione civile impone l’obbligo di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni».

La premessa di Paganoni era iniziata col sottolineare la portata storica, in tema di diritti, della giornata di ieri: «Sono molto felice di poter dire che il Comune mette a disposizione questa bella sala, importante, non solo per i matrimoni ma anche per le unioni civili. È un momento storico per la nostra città. È un grande passo per voi e per la comunità, perché diamo un contributo in più nel restituire la dignità a persone che per troppo tempo non l’hanno avuta in maniera dal mio punto di vista intollerabile». E ancora: «Questa legge — prosegue il consigliere — mi auguro che contribuisca a diminuire la vergogna dei genitori nel riconoscere l’amore nei propri figli e in chi vive quell’amore. D’altro canto, spero che serva ad aumentare la vergogna nelle persone che questa legge non l’hanno voluta e l’hanno sempre denigrata». Infine, le scuse: «Mi sento di chiedere scusa a nome della classe politica che rappresento, anche se in piccolissima misura, perché solo oggi siamo arrivati a questa legge». Infine il passaggio sull’esclusione dell’obbligo della fedeltà: «Questa legge è più evoluta — riflette Paganoni —. Per chi si sposa essere fedeli è un obbligo di legge, per voi una scelta di rispetto reciproco».

Maddalena Berbenni


«Un figlio, poi noi Non ci speravamo»
 La prof e il soprano: felici di aprire la strada

 A metà pomeriggio sono a casa. Al telefono è Caterina che parla: «Abbiamo brindato con un gruppo di amici», racconta. Contente? «Più che altro orgogliose di essere state le prime, di avere aperto la strada, non solo per noi. Non ci speravamo proprio di arrivare a questo giorno». Che, tra l’altro, era già una data speciale. Il 19 agosto 1999, ad Albino, iniziavano la convivenza. Ieri, a Bergamo, sala Caccia di Palazzo Frizzoni, hanno inaugurato il registro delle unioni civili e messo un suggello, anche legale, al loro amore. Maria Grazia Mombelloni, 68 anni, è un’ex insegnante di Lettere che ha girato le medie di mezza provincia. Caterina Calvi, 55 anni, cantante lirica con un passato alla Scala di Milano. Ha fatto parte del coro del teatro dal 1984 al 1987 e tra gli invitati la più commossa era un’amica di quei tempi, la soprano Gabriella Barone. Non si vedevano da 25 anni. «Ho saputo solo ieri che Caterina si sposava — confida e intanto cerca un fazzoletto per lacrime e trucco —, ho pensato che non potevo mancare». Così s’è presentata da Milano con doppio bouquet per le spose. «Ci siamo conosciute 40 anni fa, sulla scala di un edificio pubblico — ricorda Caterina —. Io mi sono detta immediatamente “è lei”, ma ancora non capivo, eravamo entrambe molto giovani. Maria Grazia invece non si è detta niente». Scherza. E infatti la compagna la corregge subito: «C’era anche da parte mia una grande simpatia». Maria Grazia ha un figlio, oggi adulto. «Non ha partecipato alla cerimonia — spiega Caterina — perché è in vacanza con la sua famiglia, ma con lui abbiamo già festeggiato, è contento per noi. Io lo considero come un fratello». Un figlio no: «La riflessione di Paganoni sulle adozioni è stata opportuna, ma non è il nostro caso. È una strada che non abbiamo mai preso in considerazione».Di difficoltà ne hanno incontrate: «Tra di noi — dicono — ci sono sempre stati rispetto e sincerità, gli ostacoli venivamo più dall’esterno, da chi si chiedeva che cosa eravamo: se sorelle o amiche. E dal fatto che molte persone si rapporta ancora diversamente con le donne. Se non c’è un uomo, un capofamiglia, è un problema. Cosa consiglieremmo alle giovani coppie omosessuali? Di non ghettizzarsi, quei tempi sono finiti. E di raccontarsi sempre la verità. Se l’amore è forte, supera tutto».

Mad. Ber.


«Mai fatto outing Siamo una famiglia»
Una vita insieme: la nostra battaglia sul campo
Alla fine, gaffe del celebrante, l’applauso è scattato lo stesso, anche se loro, gli sposi Paolo Manolatos e Sergio Cabrini, blazer, camicia azzurrina e una certa classe, avevano espressamente chiesto di evitare eccessi. «No, non siamo tipi da gay pride», raccontano nel cortile di Palazzo Frizzoni, a cerimonia finita con il bouquet di rose bianche dato in consegna a una delle testimoni. Sono la seconda unione civile della storia di Bergamo. «Crediamo che sia sbagliato sentirsi diversi e assumere modi di fare da “diversi”. Noi abbiamo combattuto la nostra battaglia sul campo, senza mai bisogno di fare outing e sempre sentendoci ben voluti, richiesti dal nostro giro di amici. Frequentiamo pochissimi omosessuali».Sono insieme da una vita. Trentasette anni di amore, e non tanto per dire. «Ci siamo incontrati in un locale — risponde Paolo, che ha 71 anni ed è passato da aziende come la Pirelli a una sartoria sua (l’altra testimone, in giallo, indossa un abito creato da lui) —. Probabilmente è stato il destino. Lui mi ha detto il suo numero di telefono e io l’ho tenuto a mente. Il giorno dopo l’ho chiamato, l’ho invitato a cena e siamo diventati amici. Credo che la forza del nostro rapporto stia nel fatto che non è stato un fuoco di paglia. Mi ha affascinato intellettualmente, poi c’è stata anche l’attrazione sessuale, chiaro, ma è stato un sentimento che si è sviluppato nel tempo». Anche se ci hanno messo un attimo a imboccare la strada: «Dopo un anno siamo andati a vivere insieme — spiega Sergio, 67 anni, architetto in pensione — e da allora abbiamo condiviso ogni cosa. A parte i figli, il concetto di famiglia c’è tutto». Ecco, i figli. «Io non ne voglio», è netto Paolo. «Io non ne ho mai voluti, ma da qualche tempo il pensiero c’è, più che altro per il desiderio di avere qualcuno a cui lasciare quello che abbiamo costruito insieme». Approvata la legge, sono stati i primi a presentare richiesta in Comune: «Crediamo che sia stata una questione più di opportunismo politico che di convinzione vera rispetto ai diritti delle coppie omosessuali». E comunque è fatta: «Ho capito che ero omosessuale a 29 anni — confida Paolo —, di tempo ce n’è voluto, ma se non avessi trovato il coraggio, sarebbe stata una vita non vissuta».

Mad. Ber.


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