Dalla rassegna stampa Sport

Un oro tra i rifugiati e la stretta di mano rifiutata quegli atleti oltre i Giochi

… Come è accaduto giorni fa per il bacio gay in pubblico alla fine di una premiazione, tra la giocatrice di rugby americana e la sua fidanzata brasiliana, che è stato anche uno schiaffo all’élite bianca del Brasile così benpensante e omofoba anche se costretta a accettare la legge che ha …

DAL NOSTRO INVIATO
RIO DE JANEIRO
Anna è tornata a casa, si è messa una cinta d’alloro tra i capelli e ha portato le sue due medaglie, oro e argento, in omaggio ai rifugiati siriani in un campo profughi di Drama, dove vive. Ha festeggiato la vittoria ricordandoci i drammi della guerra e l’odissea di chi è costretto a cercare una nuova vita. La foto è su twitter e il suo gesto è l’ennesimo messaggio che spediscono gli atleti dell’Olimpiade di Rio. Prima di Anna Korakaki, vent’anni, che ha vinto due medaglie nelle gare di tiro femminile, la pistola da 10 e da 25 metri, era stata Elisa Di Francisca, la fiorettista italiana, a sventolare una bandiera dell’Ue dopo la premiazione per la sua medaglia d’argento, con una semplicità e un orgoglio che ha sorpreso tutti.
Il palcoscenico dei Giochi olimpici è sempre stato attraversato dalla politica diventando spesso un veicolo per affermare qualcosa che andava molto al di là dell’avventurosa favola dello sport. Non possiamo dimenticare quando Tommie Smith e John Carlos salirono sul podio alzando il pugno con il guanto nero e inneggiando al Black power, a Città del Messico. E neppure, molti anni prima, nel ‘36 a Berlino, quando fu Jesse Owens, la saetta nera che stracciò gli ariani rovinando l’Olimpiade a Hitler. Poi ci fu “l’indimenticabile ‘56”, quando alle Olimpiadi di Melbourne, alcune nazioni, fra cui l’Olanda e la Svizzera, si rifiutarono di partecipare per protestare contro l’invasione delle truppe sovietiche in Ungheria. E nella vasca della pallanuoto, russi e ungheresi arrivarono a picchiarsi sanguinosamente. Poi l’irruzione del ‘68 e la rivolta dei neri americani. In seguito arrivò anche la stagione delle Olimpiadi dei boicottaggi nazionali. Prima, a Montreal nel ‘76, fu per l’apartheid nel Sudafrica governato dai bianchi che ventisette Stati africani disertarono i Giochi. Poi quando gli Stati Uniti disertarono i giochi di Mosca, 1980, per un’altra invasione, quella dell’Afghanistan. Infine nel 1984 con i sovietici che restituirono lo sgarbo olimpico evitando di andare a Los Angeles.
Però oggi potremmo raccontare i gesti di Rio con una enfasi diversa dal passato. Spostando l’accento, per esempio, sui buoni e gli antipatici. Anna Korakaki e Elisa Di Francisca sono atleti che ci invitano a condividere nobili cause. Come è accaduto giorni fa per il bacio gay in pubblico alla fine di una premiazione, tra la giocatrice di rugby americana e la sua fidanzata brasiliana, che è stato anche uno schiaffo all’élite bianca del Brasile così benpensante e omofoba anche se costretta a accettare la legge che ha aperto le porte ai matrimoni tra omosessuali. Fra gli antipatici invece possiamo archiviare il gesto del judoka egiziano, Islam El Shehaby, che si è rifiutato di stringere la mano al suo avversario israeliano, Or Sasson, alla fine dell’incontro che aveva pure perso. O dei libanesi che hanno impedito a un gruppo di atleti israeliani di salire sull’autobus dei Giochi. Così nell’Olimpiade nella quale abbiamo assistito ad uno storico selfie tra un’atleta nordcoreana e una sudcoreana, c’è stato anche, tra gli antipatici, l’ostracismo annunciato dalla nazionale della Serbia contro quella del Kosovo.

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