Dalla rassegna stampa Salute

Estate senza diritti Lgbt in sanità

Estate senza diritti Lgbt in sanità

Gentile direttore,
è l’estate delle Unioni Civili in Italia ma questo non sembra toccare in alcun modo la Sanità, eppure…
1) A Milano precorrendo d’urgenza i tempi si sono unite civilmente due donne, diciamo pure sposate e smettiamola di essere ipocriti e incivili, perché una delle due era malata terminale, tant’è che è morta prima della firma del decreto ponte!

2) Le riviste a tiratura nazionale continuano ad associare in sanità omosessuali e AIDS, con questo articolo sottile, perché se è vero che il 40% delle persone sieropositive è MSM, questa sigla calderone include anche gli eterosessuali sposati che tradiscono con altri maschi o transessuali MtF mentre con il termine Comunità Omosessuale usato nell’articolo intendiamo la popolazione generale Lgbt che non è certamente affetta da alcuna epidemia ed è proprio quella che richiede il riconoscimento del Matrimonio Paritario!
D’altronde l’uso del preservativo sempre, anche nella coppia stabile e dei guanti monouso per il fisting, che non è certamente una pratica esclusivamente omosessuale, risolverebbe il problema, ma l’articolo non lo dice!

Non c’è nessuna riflessione neanche sulle mode legate ai video porno in internet e all’uso di social media, come Grindr o Tinder, che svalutano la relazione stabile e la persona che vi accede inseguendo un mito edonista, per trovarsi in un incubo pieno di stalker e bullismo.
Questa si chiama persecuzione!

3) Infine, lo cita un suo articolo, l’ennesimo caso di transfobia, che impedisce la tutela della salute, finché la paziente non è stata soccorsa d’urgenza. Stiamo parlando di Nunzia, maltrattata dagli infermieri e dall’anagrafica ospedaliera. In realtà tutte le persone Lgbt sono terrorizzate all’idea di fare Coming Out con i sanitari, tra l’altro gli stessi medici Lgbt, con grande rischio per l’autoesclusione dai protocolli di prevenzione e cura.

Il problema dell’anagrafe si potrebbe risolvere a livello regionale o nazionale, introducendo il codice a risposta multipla SAT per l’orientamento sessuale ed estendendo ad MFT quello per il genere. Questo produrrebbe resistenze, come tutte le novità in medicina, ma permetterebbe di accogliere tutti e fare studi epidemiologici.

A me come psichiatra non interessa neanche l’autovalutazione politica della persona Lgbt, ma vorrei sapere chi fa sesso con persone dello Stesso sesso, dell’Altro sesso o con persone Transessuali, perché ha rilevanza sanitaria, relazionale ed emotiva.

Allo stato attuale, potrebbe essere indicata l’omosessualità o la transessualità solo come patologia. Si può ommetterle secondo l’attuale ICD9, ma siccome sarebbe una patologia e non una condizione anagrafica, produrrebbe solo un altro stigma sanitario.

Nel lontano 2012 un’intervista ad Arcilesbica costrinse il Ministero della Sanità a una nota che prometteva la soluzione burocratica della depatologizzazione dell’omosessualità nel 2013 col passaggio all’ICD 10, ma non si è mai realizzato e la Lorenzin e la Chersevani si rifiutano di parlarne.

Tranne il sottoscritto, quanti medici Lgbt conosce che abbiano fatto Coming Out e che si occupino dei diritti sanitari delle persone Lgbt? Eppure nessun ente risponde alle mie domande e proposte, tranne l’ordine dei medici di Benevento. Se non ché io sono di Napoli.

La mancata discussione scientifica di questi argomenti produce stigma e rafforza la posizione omofoba di Psichiatri, Neurochirurghi e Medici che pubblicamente dicono che dobbiamo curarci…l’orientamento sessuale…

Nel caso del ricovero di persone transessuali basterebbe rispettare il genere all’anagrafe, finché sarà ancora solo M/F, ma garantire con divisori la privacy e con la cortesia del personale, attualmente gravemente omofobo e transfobo, tutto il benessere possibile.

Tutto questo pertiene alla Medicina di Genere che però in Italia è tradotta solo come Medicina della donna eterosessuale, impedendo, tranne che a Benevento, una pubblica discussione. Tenga presente che gli stessi maschi eterosessuali soffrono di discriminazione inaccettabile in sanità, quando le patologie, come l’osteoporosi o l’anoressia, siano a prevalenza femminile. Medicina di Genere è anche questa, figuriamoci se parliamo di persone Lgbt, derise dal personale sanitario nel momento del bisogno.

Dovremmo riflettere sulla relazione medico paziente Lgbt, considerando anche la possibilità che il sanitario sia Lgbt, ma dovremmo anche contrastare attivamente l’omofobia e transfobia sanitaria.
Per farlo è necessario responsabilizzare i medici Lgbt a fare Coming Out e i colleghi gayfriendly a discutere scientificamente e pubblicamente di questi argomenti.

Manlio Converti
Psichiatra
Attivista Lgbt

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