Dalla rassegna stampa Cinema

Venezia per tutti - Tra pop e autori cult tre italiani per il Leone

Presentata l’edizione 73 della Mostra del Cinema In concorso Piccioni, Johnson e D’Anolfi-Parenti

ROMA
LA MOSTRA 73 si apre danzando con Ryan Gosling ( La La Land il 31 agosto) e si chiude sparando con Denzel Washington ( I magnifici 7 il 10 settembre). Il direttore Alberto Barbera ribadisce che la rassegna veneziana «resta legata al cinema d’autore, anche il più radicale», ma le concessioni allo spettacolo e al pop sono molte. Sintesi perfetta della tendenza è la nuova sezione del Cinema nel giardino, una sala sopra l’ex buca dell’amianto a ospitare L’estate addosso di Muccino, il cartone Pets, il nuovo Kim Ki-duk. Per il presidente della Biennale Paolo Baratta «solo con il coraggio delle scelte e la capacità di assumere rischi si svolge una funzione culturale. Saremo utili finché sapremo essere in buona misura imprevedibili». E sottolinea il rafforzamento della Biennale College dedicata ai nuovi talenti e l’avvio del Production Bridge sul fronte finanziamenti. Alberto Barbera squaderna una selezione «che gioca sulla sorpresa», messa insieme dicendo molti no. «L’unico criterio di scelta è stata la qualità. Ci sono sette film americani perché sono belli. E i tre italiani che ci hanno convinto, in un panorama nostrano fatto di opere autoreferenziali, solipsistiche e non interessanti». Tremiladuecento film visionati, 80 scelti, tra tutte le sezioni. Non tutti hanno accettato il diniego di buon grado: «Qualcuno mi ha spedito una scatola di preservativi».
In gara ci sono Giuseppe Piccioni con Questi giorni, per Barbera «il suo film più ambizioso e ricercato. Un romanzo di formazione, il viaggio di quattro ragazze d’estate in Serbia». Piuma di Roan Johnson «è la commedia che tutti vorremmo vedere, leggera ma capace di far riflettere sui problemi dei ragazzi di oggi alle prese con una gravidanza gestita nell’inadeguatezza dei genitori e dentro una società che li lascia soli». Il terzo è Spira Mirabilis «un puzzle di storie alla ricerca del senso dell’esistenza, l’aspirazione all’immortalità e una riflessione sulla caducità dell’uomo». Tra gli altri, molti italiani, nelle altre sezioni anche Kim Rossi Stuart, Francesco Munzi e Paolo Sorrentino, che porta le prime due puntate della serie The Young Pope. Difficile individuare tematiche ricorrenti: «I cineasti parlano dell’oggi, ma attraverso film di genere o tecnologici, attingendo alla letteratura o al teatro».
Non mancheranno i divi: sono previsti al Lido Natalie Portman, Emma Stone, Denzel Washington, Michael Fassbender e Alicia Vikander, Amy Adams, Jake Gyllenhaal e Jim Carrey. Fuori concorso anche Mel Gibson con Hacksaw Ridge. Sulle misure di sicurezza (l’ultima Cannes si è svolta in un Palais blindato) Baratta dice: «La cosa migliore da fare riguardo le misure di sicurezza è non svelarle in anticipo».
Non mancheranno i divi si aspettano Natalie Portman, Michael Fassbender e Emma Stone
ON THE MILKY ROAD
Emir Kusturica e Monica Bellucci nel film diretto dal regista serbo
LA LA LAND
Il musical di Damien Chazelle aprirà l’edizione 2016 della Mostra
I MAGNIFICI 7
La chiusura fuori concorso è affidata al western di Antoine Furqua
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La sfida degli outsider “La bellezza dell’uomo è nelle piccole cose”
IN CONCORSO/“SPIRA MIRABILIS” DI D’ANOLFI-PARENTI
ROMA.
«Una sinfonia visiva, un inno alla parte migliore dell’uomo, un viaggio alla ricerca dell’immortalità ».
Spira Mirabilis,
uno dei tre film italiani in concorso. È firmato da Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, coppia nell’arte e nella vita.
Partiamo dal titolo matematico.
«È legato alla spirale meravigliosa definita dal matematico Jakob Bernoulli. A differenza di quella aristotelica, uguale a se stessa, questa cresce ruotando. Un’immagine che ci piaceva per raccontare l’accumulo dei luoghi del mondo che attraversiamo con il film, una sintonia visiva che cerca di indagare il lato migliore degli uomini. Una sorta di ricerca dell’immortalità: l’uomo a confronto con i propri limiti e le proprie aspirazioni» Attraverso cinque elementi.
«Sì. Siamo partiti dagli studi dello scienziato giapponese Shin Kubota sulla medusa immortale. Il mondo dell’acqua ci ha restituito immagini bellissime. Ma la ricerca non esaurisce la tensione dell’uomo verso l’immortale. Così abbiamo aggiunto gli altri elementi. La terra: le mani che lavorano alle statue del Duomo di Milano. L’aria: Felix Rohner e Sabina Schärer sono una coppia di musicisti inventori di strumenti in metallo. Il fuoco passa per una donna sacra e un capo spirituale, e la loro piccola comunità dakota che da secoli resiste a una società che vuole annientarli. Infine l’attrice Marina Vlady, che dentro un cinema fantasma ci accompagna nel viaggio narrando L’immortale di Borges».
Un film pensato come un’esperienza sensoriale?
«Un film semplice, non intellettuale. Anche se con più livelli di lettura. Storie pratiche di chi compie gesti semplici ma importanti. Che passa attraverso il ferro, le statue, l’acqua, la terra, mani e cervelli al lavoro, Tutte cose tangibili. Un film limpido e tattile. Che racconta l’invisibile. Nel continuo passaggio tra Piccolo e Grande le cose si svelano, continuando a girare intorno senza passare per il Medio».
L’idea è cercare il meglio nell’uomo?
«Sì. Una sorta di medicina per noi e per il pubblico. In questo momento storico di buio, una sorta di Medio Evo contemporaneo, il nostro è un film che ci fa sperare che siamo capaci di fare di meglio, come uomini. Il cinema non cambia il mondo, ma un film può cambiare lo stato d’animo di chi li fa e li guarda».
Essere in concorso a Venezia è un traguardo importante.
«Siamo felici. Un bel modo per iniziare il giro del mondo, come succede ai nostri film. Il Castello è stato a 130 festival, da Toronto alla Corea. E così Materia oscura, partito da Berlino. Grazie alle rassegne ci conoscono in tutto il mondo, tranne in Italia». ( ari. fi.)
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L’analisi.
Stretta tra Cannes e Toronto la kermesse può permettersi di spaziare con giovani registi emergenti
Il paradosso del festival costretto alla libertà dalla concorrenza
EMILIANO MORREALE
UNO dei paradossali vantaggi della Mostra di Venezia rispetto a Cannes, il cui prestigio è irraggiungibile, è quello di una maggior libertà. Senza avere lo stesso sostegno e la stessa industria alle spalle, assediato da altri festival, in difficoltà ad avere grandi nomi e grandi titoli di oltreoceano con Toronto a ridosso (e New York qualche mese dopo), Venezia non ha altra scelta che azzardare. E se Cannes quest’anno era in gran parte una parata di maestri, con 17 registi su 21 che erano già passati in concorso, Venezia ha molte novità. Quest’anno, sulla carta, il concorso ufficiale è molto curioso, con la tendenza a segnalare una leva di registi fra i trenta e i cinquant’anni, apprezzati dalla critica e con pochi film alle spalle. Il panorama è di una certa varietà: dramma sociale o storico, commedie, film fantastici, apocalittici, western ( Brimstone, prodotto da una mezza dozzina di paesi europei e diretto dall’olandese Martin Koolhoven) e addirittura musical (il film d’apertura, La La Land).
Si intuisce una maggior propensione ad ampliare lo spettro del film da festival, muovendosi da un lato verso la produzione di genere e popolare, e dall’altro verso i registi più ardui. È il caso del filippino Lav Diaz, maestro riconosciuti del cinema contemporaneo, per la prima volta in concorso al Lido dopo esser passato (e spesso premiato) a Orizzonti, alla Quinzaine des Réalisateurs, a Berlino e a Locarno: qui presenta un film di tre ore e 35 minuti, una durata perfino ridotta per i suoi standard fluviali. L’ampliamento dello spettro è evidente per i film italiani: un giovane regista di commedie abbastanza apprezzate dalla critica ( Piuma di Roan Johnson, su due liceali che hanno un figlio), un esponente della generazione di mezzo un po’ appannato negli ultimi tempi (Giuseppe Piccioni) e un nuovo documentario italiano dopo Sacro Gra: Spira Mirabilis di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, autori tra i più interessanti del panorama odierno, ora spostati verso una forma sempre più depurata, quasi astratta, certo non il classico documentario a rimorchio del “tema”.
Certo, ci sono alcuni vecchi maestri, dal percorso recente magari ondivago: Wim Wenders, Emir Kusturica, Terrence Malick con un documentario sulle origini del mondo e Andrei Konchalovsky. Ma il grosso del concorso sembra popolato, come si diceva, da registi emergenti, affermatisi negli ultimi anni. Si guardi ad esempio la selezione statunitense, che schiera, oltre al citato
La La Land di Damien Chazelle (reduce da Whiplash), con Ryan Gosling ed Emma Stone, i nuovi film di Derek Cianfrance ( The light between oceans) e dello stilista Tom Ford già autore di A simple man, più Arrivaldi Denis Villeneuve, e l’apocalittico The Bad Batch di Ana Lily Amirpour, il cui sorprendente esordio, il film di vampiri A girl walks alone at night, è da poco passato sui nostri schermi.
Se la presenza francese appare meno fitta che altri anni (Stéphane Brizé e François Ozon, che adatta una vecchia pièce di Edmond Rostand già portata sullo schermo da Ernst Lubitsch), appare una conferma la presenza dell’America Latina, che l’anno scorso aveva portato a casa il Leone d’oro. In concorso ci sono l’argentino El ciudadano ilustre di Mariano Cohn e Gastón Duprat, il cileno El Cristo ciego di Christopher Murray, il messicano La region salvaje di Amat Escalante, e soprattutto Jackie di Pablo Larrain. Il quale, dopo aver affrontato in maniera più o meno indiretta la storia recente del suo paese, dal golpe di Pinochet a Pablo Neruda, si è lanciato con Jackie in una co-produzione con gli Stati Uniti, con Natalie Portman nel ruolo di Jacqueline Kennedy, nei giorni successivi all’assassinio del presidente.
Chissà, poi, se quest’anno riuscirà a ottenere maggior interesse la sezione Orizzonti, che dovrebbe essere quella in cui osservare i nuovi talenti (ma ci sono anche il grande documentarista cinese Wang Bing e Rama Buhrstein). I due lungometraggi italiani della sezione sono il documentario Liberami di Federica Di Giacomo, sugli esorcisti dei nostri giorni, e Il più grande sogno di Michele Vannucci, storia di periferia romana con Alessandro Borghi, reduce da Suburra e Non essere cattivo.

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