Dalla rassegna stampa Cinema

Outsider italiani al Lido

ROMA Assente a Cannes, il cinema italiano alla Mostra di Venezia (31 agosto-10 settembre) porta in gara tre outsider con un profilo d’autore: Questi giorni di Giuseppe Piccioni (viaggio di quattro ragazze verso Belgrado); la commedia Piuma dell’anglo-italiano Roan Johnson con attori sconosciuti; il documentario Spira Mirabilis a basso costo (120 mila euro) sull’immortalità di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti. «Forse non sono i registi che tutti si aspettavano, ma sono quelli che ci hanno convinti di più, sono coraggiosi ed escono dalla commedia che domina il botteghino — dice il direttore Alberto Barbera —. In Italia c’è più quantità che qualità». Ha ricevuto proteste dagli esclusi, «ma abbiamo visionato 3200 film, rifiutati 1450 e dovevamo prenderne 55».

Dei 20 titoli in concorso, diverse sono Usa. «È la cinematografia che domina il mondo e che raccoglie il meglio e il peggio, la vitalità e i sequel», dice Barbera. L’apertura sarà con un omaggio danzante all’età dell’oro del musical, La La Land di Damien Chazelle, con Ryan Gosling e Emma Stone. Poi The Light Between Oceans di Derek Cianfrance con Michael Fassbender, Alicia Vikander e Rachel Weisz (cosa succede ai genitori se si scopre che la madre di una neonata è un’altra?); i due film con Amy Adams, Nocturn Animals di Tom Ford (lo stilista alla seconda regia dopo A single man ) e Arrival di Denis Villeneuve, dove la fantascienza parla di oggi e non di domani; il documentario sulla genesi dell’universo di Terrence Malick Voyage of Time con Cate Blanchett tra immagini dai satelliti; The Bad Batch di Ana Lily Amirpour su una comunità di cannibali nel Texas.

Tra i più attesi: Jackie di Pablo Larraìn in cui Jackie Kennedy è Natalie Portman (due film anche per lei, c’è anche Planetarium , fuori gara, con Lily-Rose Depp, figlia di Johnny e Vanessa Paradis); Les beaux jours d’Aranjuez di Wim Wenders (riflessione sull’amore da Peter Handke in 3D), il travagliato On the Milky Road di Emir Kusturica con Monica Bellucci; Frantz di François Ozon; Rai (Paradise) di Andrei Konchalovsky (sull’Olocausto); Brimstone è il western dell’olandese Martin Koolhoven con Guy Pearce e Dakota Fanning. Fuori gara In Dubious Battle di e con James Franco (dal romanzo di Steinbeck), The Bleeder con Liev Schreiber e Naomi Watts sul pugile che ispirò la nascita di Rocky Balboa, Hacksaw Ridge di Mel Gibson, il restauro di The Nights of Zayandeh-rood di Mohsen Makhmalbaf che nel ‘90 fu censurato e mutilato in Iran.

Tre italiani di chiara fama: Paolo Sorrentino presenta i primi due episodi di The Young Pope (la serie tv di Sky con Jude Law), Kim Rossi Stuart regista e attore in Tommaso dove racconta le ossessioni e il suo rapporto con le donne; Gabriele Muccino in L’estate addosso , storia di adolescenti. Assalto al cielo è il film d’archivio sul ‘68 di Francesco Munzi. Si chiude con The Magnificent , remake di I magnifici sette con Denzel Washington.

Novità: la sala all’aperto da 440 posti che ha ricoperto lo scandaloso buco dell’amianto in cui doveva sorgere la nuova sede, consente una nuova sezione. I Leoni d’oro alla carriera diventano due (sarà così anche in futuro): Jean-Paul Belmondo e Jerzy Skolimowski. Madrina Sonia Bergamasco.

La Mostra sarà dedicata agli scomparsi Cimino e Kiarostami. Molti documentari ( Robinù d Michele Santoro è sui baby-boss della camorra), apertura al mercato con 40 progetti in cerca di finanziamenti. Temi ricorrenti: rispetto agli anni passati, nei film la quotidianità è meno brutale e più filtrata da letteratura e pièce. Se Cannes raccoglie il meglio del cinema e ogni paragone è improprio, il Lido ha molte star e tornano le major (Disney, Universal, Paramount, Sony).

Conciliando glamour e ricerca, mantiene la propria identità, «fedele a un modello che svolge una funzione culturale», dice il presidente Paolo Baratta. Non bisogna sbuffare sulla parola ricerca: «Non è manierismo a un’adesione ideologica, vogliamo sentire l’incalzare del tempo e la capacità creativa degli uomini al tempo presente, aprire gli occhi, guardare oltre. Questa non è una manifestazione fieristica o di esibizione. Dobbiamo rischiare, se non siamo imprevedibili non serviamo alla causa della Mostra d’arte».


Scelte per ridurre sempre di più la distanza tra il cinema d’autore e quello popolare
di Paolo Mereghetti

S e le tradizioni (e le scaramanzie) si rispettano, dopo un festival di Cannes con più bassi che alti, Venezia dovrebbe presentarsi con più capolavori che delusioni. Anche se, dopo la fine delle mezze stagioni, anche queste alternanze latitano. Vedremo ai primi di settembre. Intanto pare di capire, da quello che ha detto il direttore Alberto Barbera, che il futuro della Mostra potrebbe dirigersi verso quel cinema capace di riempire «la trincea progressivamente scavata tra cinema d’autore e cinema popolare»: lui si riferiva al programma pensato per la nuova sala che sorgerà al posto del famigerato buco e che ogni sera presenterà «a un pubblico il più vasto possibile» titoli capaci di ridurre le distanze tra «spettatori cinefili e quelli che cercano un’occasione di intrattenimento non banale». Ma a scorrere i registi invitati in concorso, sembra di trovare le stesse linee di forza: qualche maestro che non sempre ha prodotto capolavori, specie recentemente (Kusturica, Wenders, Ozon, meno Konchalovsky), qualche scommessa «azzardata» per non dimenticare che la Mostra è «d’arte cinematografica» (il documentario di Malick, il film-saggio di D’Anolfi e Parenti, le tre ore e tre quarti del filippino Lav Diaz) ma soprattutto una scelta di registi che — almeno nel recente passato — hanno cercato di coniugare ambizioni artistiche con una buona dose di spettacolarità, se non proprio di popolarità: otto titoli made in Usa (quattro «in purezza», quattro coprodotti) guidati dal film d’apertura La La Land, musical di Damien Chazelle già regista del premiatissimo Whiplash e dall’opera seconda dello stilista-regista Tom Ford (Nocturnal Animals, dal romanzo di culto di Austin Wright Tony & Susan). Con loro il canadese Denis Villeneuve con Arrival, l’americana di origini iraniane Amirpour che si era fatta notare per un horror-dark vampiresco e adesso presenta The Bad Batch, il sempre interessante Derek Cianfrance con The Light Between Oceans e il cileno Pablo Larraín in trasferta americana con Jackie. E poi il francese Brizé («scoperto» a Cannes l’anno scorso con La legge del mercato), Piccioni e Johnson che si portano sulle spalle coi documentaristi Parenti e D’Anolfi l’ònere del cinema di casa nostra. E qualche possibile «sorpresa» in arrivo soprattutto dall’America del Sud. Niente Cina, niente Gran Bretagna, ma molte star per la mondanità. C’è di che ben sperare.

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