Dalla rassegna stampa Libri

Il misfatto di Dorian Gray: la giovinezza è un lungo contagio

Il nuovo romanzo di Edmund White, forse il più bello

Prima che la neve si sciolga. Devono finire la sessione fotografica prima che la neve artificiale si sciolga. Eccolo allora il ragazzo bellissimo sulla neve, eccolo sorridere, toccarsi il viso, ridere, fissare un punto sulla parete. Questa creatura perfetta si chiama Guy, ed è il protagonista de Il nostro caro ragazzo (traduzione di Martino Adani, edizione Playground), il nuovo romanzo di Edmund White, forse il più bello.

Guy ha vent’anni, e il servizio sulla neve è solo l’inizio della sua carriera. Scoperto a Parigi dall’agente Pierre-George, per un decennio Guy è l’uomo più coccolato di Parigi. Sfilate e campagne pubblicitarie. La gente lo ama. Pierre-George spiega: «Sei bellissimo e tutti proiettano su di te quel che desiderano. Sei un buco nero nello spazio infinito». Ma la carriera del modello, come la vita delle farfalle, dura poco. Intravvedendo il tramonto, Pierre-George convince Guy a trasferirsi a New York dove non lo conosce nessuno, e può ricominciare da capo. Perché Guy, Dorian Gray moderno, nonostante abbia passato i trenta, dimostra vent’anni. Così fingendosi ventenne, in America Guy inizia davvero la sua seconda vita professionale, e soprattutto sentimentale, quella che gli garantirà il futuro. Accompagnandosi a uomini di una certa età, dal barone Èdouard al produttore cinematografico Fred, Guy prolunga la sua giovinezza e costruisce il suo capitale (Mercedes più posto auto, stabile a Manhattan, villa sul mare).

Qual è il tuo segreto, Guy? La domanda che riecheggia per tutto il romanzo. Personaggio straordinario Guy, metà oggetto inanimato, metà creatura sensibile, quando riflette lo fa così: «Temeva che i suoi avambracci sembrassero troppo piccoli», oppure: «Cercava di capire se apprezzava di più Hugo Boss o Kenzo, o magari Lanvin». O anche: «Non sarò mai più così perfetto. Un pensiero che lo rattristò».

Edmund White mette in scena un personaggio struggente e disperato. Stupido, vacuo, eppure dolente. Riesce nella rappresentazione di quel mondo (della moda, dell’apparenza, dello spettacolo), lì dove Bret Easton Ellis non è riuscito con Glamorama : Victor Ward vortica e deraglia, fagocitato dalla realtà. Guy no. L’autore, separando movimento da pensiero, rutilante vivere/apparire da sentimento, tiene sullo sfondo il mondo rumoroso (già raccontato e ripetitivo, tanto che non serve ripeterlo).

L’anomalia — il fuoco del racconto — è il sentimento, prima di tutto di giovinezza. La grande meravigliosa ossessione che accomuna i personaggi e attraversa l’epoca, mutando nel tempo: desiderio terrore disperazione.

Qual è il tuo segreto, Guy? Eccola ossessione in Guy trentenne: «Per anni si era allenato a non provare nostalgia, a non riconoscere i film, le serie televisive o le canzoni pop dei decenni precedenti. Non riconosceva mai nulla che fosse precedente al 1980». E terrore in Guy quarantenne: «Sperava di morire nel giro di dieci anni, o magari venti, e di lasciare così un bellissimo cadavere». Eccola disperazione in Fred (sessantenne innamorato di Guy): dieta, palestra, lifting — guarda qui, di te mi posso fidare, mostrando a Guy le cicatrici dietro l’orecchio — liposuzione. E macchie: con una lampada ad acetilene ti bruciano le macchie. «Quando le croste si staccano le mani diventano bianche» rivela Fred. E Guy riflessivo: «In Francia chiamiamo quelle macchie fiori da cimitero».

In questa disperata ricerca di giovinezza — prima che i fiori del cimitero compaiano sulle mani, prima che la neve si sciolga — il sesso diventa mezzo per trasmetterla. Sesso molto presente nel romanzo, in modo inedito però, fuori da ogni cliché (ragazze, se volete scoprire cose nuove, non leggete 50 sfumature di grigio o Maestra , leggete Edmund White!). Sesso che è contagio di giovinezza. Giovinezza, giovinezza, giovinezza più che si può. E quando non si può più, rubatela.

Come fa Guy ai primi segni di cedimento fisico: passa ai giovani. Prima fingendosi ventenne, e dunque ancora nel ruolo di trofeo, poi, una volta scoperto, sì, ho mentito, sono un quarantenne, abbandonandosi al contagio. In questo passaggio sta la fine di un’epoca. Gli anni Ottanta, forse l’unica epoca autenticamente giovane. Poi arriva l’Aids. Edmund White racconta il momento preciso, l’istante dell’illusione, «ancora un anno di questo cancro dei gay» sentenzia Fred finché non è lui ad ammalarsi. Finché non è lui in un letto di ospedale, cieco, a tastare con le mani i lineamenti del suo Guy, denti e labbra, a imprigionare per un istante «le sue palpebre frenetiche» — non è forse questa la giovinezza? Uno sbattere di palpebre. Con Guy che gli dice: «Da quando ti sei ammalato sembri più magro e più giovane di almeno vent’anni, uno di quei gay di prima fascia che avresti sempre voluto essere». Tanto Fred non può vedersi.

Il nostro caro ragazzo è un romanzo sulla volontà di resistere. Resistere alla morte, alla vecchiaia, all’identità sessuale. Qui — come in tutti i libri di White — non c’è l’orgoglio gay, con la conseguente retorica. Non si lotta per i diritti degli omosessuali, qui si lotta per la bellezza. Vengono abbattuti i confini, maschio femmina («si trovava sul crinale esatto tra eterosessualità e omosessualità»), giovane vecchio, infettato e non. Tutti i confini, anche quelli temporali. Un romanzo senza data (non è solo New York 1980), a differenza di Glamorama (è solo New York 1990), grazie alla metafora. Edmund White fa dell’Aids metafora. Un attimo prima contagio di giovinezza, un attimo dopo di morte.

Così in questo finale di vita — che è fine di un’epoca — c’è anche tanta gioia, follia, e senso di aver vissuto. Aver fatto la miglior vita possibile, che adesso arrivino pure gli anni Novanta e Duemila, che spuntino i fiori di cimitero sulle mani di tutti, giovani e vecchi, che adesso la neve si sciolga. Qual è il tuo segreto, Guy? «Per sembrare giovani è quello di muovere continuamente gli occhi, di non fissare mai un punto, di essere il primo a sussultare».
Stile: 5/5
Storia: 5/5
Copertina: 4/5

La Lettura

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