Dalla rassegna stampa

Bruno diventa Mina senza cambiare sesso

Storica sentenza emessa dal Tribunale di Napoli Nord: potrà iscriversi all’anagrafe come donna

Bruno potrà diventare Mina all’anagrafe senza sottoporsi necessariamente all’intervento chirurgico: è quanto dispone una sentenza dello scorso 12 maggio dal Tribunale di Napoli Nord. Un collegio giudicante tutto al femminile ha stabilito che «per ottenere il riconoscimento giuridico della identità di genere prescelta, è sufficiente una modifica dei caratteri sessuali secondari: la distribuzione delle masse muscolari e della forza, dell’adipe, dei peli, della laringe e della voce, delle mammelle, realizzabile normalmente mediante cure ormonali».

Lo stesso principio era stato sancito nel luglio scorso dalla Cassazione, che aveva accolto il ricorso di una associazione per i diritti lgbt dopo le decisioni del tribunale di Piacenza e della Corte d’Appello di Bologna contrarie al cambio d’anagrafe per una persona trans che non si era sottoposta all’intervento chirurgico. «È la fine di un calvario» racconta Mina attraverso il suo avvocato, Federica Medici, che l’ha assistita in una battaglia iniziata dieci anni fa con l’avvio di un percorso terapeutico «di riassegnazione del sesso».

Da sette anni Mina ha un compagno che le vuole bene e che si prende cura di lei. «È orgogliosa di mostrare il suo documento di identità e porre fine ad inutili imbarazzi — sottolinea l’avvocato —. Per fortuna la società, sia pure lentamente, si evolve».

Quello di Mina è un caso che farà scuola, proprio come quello di altre trans — per il momento pochissime — che hanno ottenuto il riconoscimento del proprio stato femminile sulla carta di identità senza aver affrontato l’intervento. Ne ha diffusamente parlato «La ventisettesima ora», il blog del Corriere della Sera, che ha raccolto storie di uomini alle prese con una immagine e una identità femminile.

Sono circa 50 mila gli italiani che soffrono di disforia di genere, che cioè non si riconoscono nel loro sesso di nascita. Una studentessa di 21 anni è stata la prima però che, in nome del «diritto a una diversa identità di genere» sconnessa dal sesso biologico, ha ottenuto da un Tribunale il cambio di sesso legale senza compiere l’operazione di adeguamento chirurgico: è successo a novembre 2014 a Messina.

Un mese dopo, dall’altra parte dell’Italia, il Tribunale di Vercelli ha detto no a un’analoga richiesta. Lo stesso aveva fatto in estate quello di Trento, respingendo il ricorso di Monica Notarangelo, ricercatrice 47enne di Scienze forestali. Nel suo caso, però, i giudici hanno chiesto alla Consulta di verificare se «l’imposizione di un determinato trattamento medico, sia esso ormonale ovvero di riattribuzione chirurgica del sesso» non costituisca «una grave e inammissibile limitazione al riconoscimento del diritto all’identità di genere». Il cambio di sesso senza obbligo di «demolizione chirurgica» è al centro delle rivendicazioni del movimento transessuale: nella maggior parte dei Paesi dell’Unione europea è già così e in passato solo tre Tribunali (Roma nel 1997, Rovereto e Siena nel 2013) avevano garantito il cambio di sesso senza operazione, ma solo per motivi di salute. La sentenza di Messina sostiene invece che esiste un «diritto a una diversa identità di genere» e che «non si può prestare attenzione esclusivamente alla componente biologica». Proprio come ha fatto il tribunale di Napoli Nord.

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«Non è solo vittoria di gay e trans, ma dell’Italia che non discrimina»

Luxuria commenta il pronunciamento dei giudici napoletani

napoli È pronta per uscire. Va al cinema, a vedere «La pazza voglia di Virzì». Ma prima si ferma ad ascoltare un’altra storia al femminile, quella di Mina. Vladimir Luxuria accenna un sorriso: «Cambiare sesso è il risultato di una scelta personale. Ma non è l’unico modo per ottenere il riconoscimento anagrafico di una diversa identità di genere. La modifica del sesso genitale insomma non è una condizione essenziale e questa sentenza lo riconosce con chiarezza. Molti si sentono donne e desiderano avere un sesso diverso. Ma c’è anche chi sta bene mantenendo il proprio sesso. E questo attiene alle libertà personali».

La possibilità di iscriversi all’anagrafe per come si appare, a prescindere dal resto, è anche una risposta a chi ha vissuto sulla propria pelle situazioni di imbarazzo.

«Alcune persone effettivamente non volevano più avere il nome al maschile anche per evitare imbarazzi: dalla dichiarazione dei redditi ai problemi sul lavoro, dal ritiro di una raccomandata alla Posta a tutte le altre situazioni in cui ci si trova in difficoltà. L’obiettivo è ottenere il riconoscimento di quello che ci si sente di essere e questa sentenza, insieme con poche altre che l’hanno preceduta, rispetta un principio fondamentale: rispetta la perfezione che ciascuno avverte dentro di sé. Ci sono diversi modi di essere trans ed è fondamentale che questo venga riconosciuto in maniera sempre più ampia».

A Napoli ci sono stati problemi per le liste dove erano candidate alcune trans: avevano il nome maschile ed è saltata l’alternanza di genere.

«È assolutamente necessario che una sentenza del genere trovi riscontro e venga applicata anche nella legge elettorale. Ho saputo che ci sono stati problemi ed è francamente inaccettabile».

Sabato partirà da Napoli l’Onda Pride, la prima dopo il riconoscimento delle unioni civili.

«Questa non è solo la vittoria dei gay e dei trans. È la vittoria dell’Italia che non discrimina gli altri. È stato sconfitto il principio secondo il quale, in maniera semplicistica, l’etero si sentiva superiore e unico titolare di diritti. Festeggeremo il raggiungimento di una tappa importante: l’Italia non sarà più in grigio nella cartina dove le nazioni che riconoscono i diritti di tutti sono colorate. Anche i dissidenti e gli ostili si accorgeranno che non c’è nulla da temere se i diritti si aggiungono e non si sottraggono».


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