Dalla rassegna stampa

Unioni Civili, il piano del governo è chiudere la prossima settimana.

Poi si parlerà di adozioni

Martedì il voto. L’obiettivo è arrivare al via libera prima delle amministrative di giugno. La stepchild adoption sarà oggetto di un disegno di legge ad hoc

Lunedì la discussione generale, ma già martedì sarà la volta del voto di fiducia. In Parlamento si torna a parlare di unioni civili per l’approvazione finale, prevista per la settimana prossima. La strategia di Matteo Renzi è messa nero su bianco e prevede il via libera al testo prima delle amministrative di giugno. L’esecutivo vuole blindare il provvedimento per evitare di finire sotto le forche caudine di migliaia di emendamenti e di voti segreti. Che potrebbero innescare un boomerang e con il meccanismo della navetta parlamentare far tornare il ddl a Palazzo Madama.

«Se vogliamo portare a casa la legge dobbiamo ricorrere alla fiducia. Anche perché se si finisse in un girone dantesco tutto potrebbe succedere», sussurra in Transatlantico un parlamentare Pd che ha seguito passo dopo passo il dossier che dà pieni diritti alle coppie omosessuali. Dunque, non si riaprirà la questione della stepchild adoption, ovvero la possibilità di adottare il figlio del partner per una coppia gay. Una questione che ha diviso il partito democratico e ha fatto infuriare l’Ncd di Angelino Alfano.

Il capitolo adozioni è rimandato a una legge ad hoc, che probabilmente verrà discussa e votata in questa legislatura. L’ala più conservatrice di Ncd, rappresentata a Montecitorio dal deputato Alessandro Pagano, presenterà comunque in aula centinaia di emendamenti perché «la legge sulle unioni civili non soltanto rischia di lasciare una ferita profonda nella nostra società ma anche di passare alla storia come il funerale delle regole parlamentari-democratiche». Di più: il parlamentare di Ncd minaccia che «se venisse posta la questione di fiducia voterei contro il referendum costituzionale e mi farei promotore dei comitati per il no». Una affermazione che non preoccupa il partito democratico.

Utero in affitto
Nella giornata di ieri si è infatti consumato a Montecitorio un passaggio che ha disteso le tensioni fra Pd ed Ncd. Sono state approvate le mozioni sull’utero in affitto in cui il partito di Alfano ha messo nero su bianco una serie di paletti in cui «si condanna la pratica che mina la dignità della donna, visto che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usate come una merce». Il documento impegna tra l’altro l’esecutivo di Matteo Renzi ad «attivarsi per la promozione del diritto del bambino».

Ecco perché la maggioranza del gruppo parlamentare di Area Popolare (Ncd-udc) darà il via libera al testo sulle unioni civili. Stamane a Montecitorio in una conferenza stampa Maurizio Lupi, capogruppo degli alfaniani, si è espresso in questi termini: «Se non fossero state votate le mozioni, ci saremmo sentiti liberi. Non è la nostra legge, noi l’avremo fatta diversa, ma è una buona mediazione». Il punto di caduta è stato quello di aver ottenuto la votazione delle mozioni sull’utero in affitto prima del via libera al testo sulle coppie omosessuali.

Ma non finisce qui. Sempre oggi Lupi ha presentato una proposta di legge sull’utero in affitto in cui si chiede la modifica della legge 40, si prevedono sanzioni raddoppiate (la nuova previsione contempla una multa da 600 mila euro a un milione di euro) e l’impossibilità di accedere agli istituti dell’adozione e dell’affidamento. Pure in casa Pd qualcuno storce il naso.

Il malumore della sinistra dem
La sinistra interna avrebbe voluto il matrimonio anche per le coppie omosessuali, e, soprattutto, la stepchild adoption. «E’ una legge monca, abbiamo ceduto ancora una volta ai diktat di Alfano», confida un deputato Pd di rito bersaniano. E dalle colonne di Repubblica Michela Marzano ha già fatto sapere che «voterò la legge sulle unioni civili, poi però lascerò il Pd perché il partito aveva assicurato che non si sarebbe toccata la stepchild adoption». Ma anche se dovessero esserci delle defezioni all’interno del gruppo del Pd, Renzi e i suoi potranno contare sul sostegno di quindici deputati di Forza Italia. «Diremo no alla fiducia, ma sì al testo», assicura Stefania Prestigiacomo.


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