Dalla rassegna stampa Teatro

Delbono canta la religione e il dolore delle solitudini

Vangelo, di che? Vangelo, perché? Diciamo, allora, che Delbono ha usato questa parola proprio nel senso che lui dice, come mero termine riassuntivo dei suoi rapporti con la religione.

Perdonerà il lettore se ricorro a una prima persona non propriamente grammaticale e funzionale al discorso. È ciò cui ormai mi costringe ogni spettacolo di Pippo Delbono, anche Vangelo . Posso accettare o rifiutare Il Vangelo di Giovanni o Il Vangelo di Marco , nel senso che posso accettare o rifiutare un testo. Rifuggo dall’isolata, «imperativa» parola Vangelo, quasi non la capisco, o troppo bene la capisco.

Vangelo, di che? Vangelo, perché? Diciamo, allora, che Delbono ha usato questa parola proprio nel senso che lui dice, come mero termine riassuntivo dei suoi rapporti con la religione. A maggior ragione, se a parlare dei propri rapporti con qualcosa (non già di questo «qualcosa») è l’autore, il suo critico avrà piena legittimità a comportarsi nello stesso modo: il mio «qualcosa», il mio oggetto, è sì lo spettacolo, ma di più e in specie, lo è il suo autore, che vi si identifica, che di se stesso ci riferisce. Dopo i vecchi respingimenti (le mie «critiche» professionali), dopo le sue beffe, dopo i nostri pubblici litigi, ci fu la pace, invitai Pippo a Ponte Milvio, a pranzo.

Gli raccontai, tra le altre cose, le mie innumerevoli polemiche con le attrici, in particolare gli raccontai un episodio occorso nel teatro greco di Siracusa. Mi costrinse ad alzarmi in piedi, a mettermi contro il muro e a recitarglielo. Divenni a mia volta attore. Per un impercettibile secondo si è ripetuta la stessa cosa durante il suo Vangelo . Ero seduto in prima fila, lui più volte tornava a sedersi accanto a me — leggendo con la torcia dai suoi fogli. Lo toccai. Lui mi rispose, nello stesso modo. Cosa stava leggendo questo sacerdote senza religione? Non lo so, bene. Credo di aver captato che leggesse della sera di Getsemani.

Sul fondo della scena nuda vi erano i suoi attori (direi meglio compagni di ventura, amici, fratelli). Erano allineati, immobili e imporporati, alla stregua di esuberanti inquisitori. Lui, Pippo, era il dannato — il dannato della terra: nero e solo, a camminare quale anima in pena, o a correre quale anima ancor più dannata.

Nel suo Vangelo se vi erano momenti dei Vangeli, vi era anche il contro-vangelo. Prima la repressiva educazione, poi la ribellione. Guerra a tutte le religioni. Mi stavo avvicinando a lui. Alla fine, appunto, lo toccai. Pure, non si può dire non vi fosse altro che camminare, correre, esporre (quelle pistole), urlare («io non credo in Dio»). Vi era il sentimento contrario. Più giusto: opposto.

Prendeva per mano il suo Bobò e lo portava con delicatezza fino a noi. Accompagnava dritto in piedi, con le musiche di Enzo Avitabile, il dolore delle solitudini di cui ci parlavano le sue Nina Violic, o Mirta Zecevic, o Alma Prica. Scendeva in platea e invitava ad alzarsi Safi Zakria: un ragazzo afgano, arrivato fino qui lasciandosi alle spalle troppi compagni scomparsi nel mare: il suo resoconto era uguale a quello del film di Michael Winterbottom, In this World .

Era, sommesso, dolente, risorgente, il racconto di una religione, di un vangelo o, se volete, di un contro-vangelo.

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