Dalla rassegna stampa Cinema

PPP ultima notte - Ranieri: “Il mio volto per il poeta dei deboli”

Il cantante è Pasolini nel film “La macchinazione” Misteri e politica dietro la morte dell’intellettuale

ROMA – MASSIMO Ranieri e Pier Paolo Pasolini si sono incontrati solo una volta. « Fu negli spogliatoi di un campetto di calcio. Uscivo da una partita, lui arrivava nello spogliatoio. Io allacciavo le scarpe, lui gli scarpini. Siamo spalla a spalla e mi dice: “Ah, però, allora è vero quel che dicono, che ci somigliamo” ». Il cantante ha messo il suo volto a disposizione di La macchinazione di David Grieco (in sala dal 24) che racconta l’estate del ‘75. Pasolini che scrive Petrolio e denuncia gli interessi politici e criminali, entra in contatto con Giorgio Steimetz, misterioso autore di un libro contro Eugenio Cefis, l’uomo dell’Eni. E poi il rapporto con Pino Pelosi, “ragazzo di vita” in contatto con la malavita romana, il furto del negativo di Salò o le 120 giornate di Sodoma.
Una catena di eventi che culmina il 2 novembre all’idroscalo di Ostia, con l’omicidio.
Chi è per lei Pasolini?
«Un personaggio che ho amato follemente e continuo ad amare. Il primo scrittore, poeta che abbia letto con accanimento. Resta il rimpianto di non averlo frequentato anche se avevamo amici in comune, Siciliano, Patroni Griffi, che lo frequentavano».
Cosa ricorda del giorno della morte?
«Avevo 24 anni, abitavo all’Eur, lessi questa notizia devastante. Non volevo credere che quel corpo martoriato fosse il suo. Un’immagine che abbiamo tentato di proporre nel film: il braccio spezzato, la faccia sfigurata. Ricordo le parole di Moravia: “Abbiamo perso prima di tutto un poeta e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo».
Perché ha detto sì a Grieco?
«David è un amico. Mi hanno chiamato in tanti per fare Pasolini, dicevano “gli somigli”. E io: “ma fatemi capire come lo volete raccontare”. Quando è arrivato David gli ho detto “no, ti prego, pure tu”. Ma il suo progetto era serio. Mi ha affascinato questo intrigo socio-politico».
Gli altri film com’erano?
«Posso dirlo? Solo “frociate”, volgarmente parlando. Mostravano solo un aspetto del suo carattere. Pasolini era un grande omosessuale, non lo si poteva etichettare “frocio” come facevano a quei tempi. Tanti tabù sono caduti ma siamo ancora arretrati».
Com’è il suo Pasolini?
«Nella sceneggiatura ho ritrovato un’immensa umanità. Come si vuole in un grande intellettuale. Sapeva parlare a principi e spazzini. Così erano Visconti, che si adeguava alla mia ignoranza, Patroni Griffi. L’umanità verso il debole, non verso il forte. Chaplin diceva: “Perché non riusciamo a metter d’accordo anima e cuore?”. Pasolini ci era riuscito».
Ha aderito alla petizione per una commissione di inchiesta sulla morte di Pasolini.
«A lei non fa orrore che tante verità non vengano a galla? Sappiamo tutti, come diceva lui, “ho i nomi ma non le prove”. Oggi nessuno reagisce più. Da ragazzino la lotta politica mi faceva paura ma ne ero affascinato. Non ci sono più colori, ci sta bene tutto, basta che non ci rompano i coglioni. Tanti orrori politici passano nell’indifferenza, Pasolini li denuncerebbe, li leggeremmo sui giornali. Scuoterebbe l’animo dei cittadini, forse dei politici ».
Ha avuto un lungo rapporto con il cinema, che ha chiuso.
«Ho chiuso un portone per seguire ciò che avevo dentro: il teatro. Patroni Griffi, Strehler, Scaparro hanno realizzato il mio desiderio».
La sua carriera al cinema era partita con Bolognini.
«Il primo film lo feci in totale incoscienza. Mi aveva visto al Cantagiro con gli amici – questi grandi intellettuali guardavano Sanremo, Canzonissima disse “lui è Metello, cercatelo”. Mi inseguirono per mezza Italia, a Roma feci un provino con Lucia Bosè, bellissima. Pensavo che Metello fosse un antico romano, chiesi al mio agente “ma che mi devo mettere il gonnellino?”. Bolognini ha tirato fuori il volto e qualche dote a mia insaputa di attore. Abbiamo fatto tre film insieme. Pochi mi chiamarono, dopo. Ero il cantante di Rose rosse ».
“La patata bollente” con Steno, “Casta e pura” con Samperi.
«Steno era un piccolo grande uomo, il set una risata continua. Con Salvatore mi trovai bene ma il personaggio non era a fuoco, giravo l’Italia con gli spettacoli, arrivavo sul set scombussolato».
“Salvo D’Acquisto”?
«Oso un pensiero grande: Salvo ero io. L’ho sentito talmente vicino, questo ragazzo che ha fatto un gesto d’altri tempi. Per anni lo hanno proiettato nelle scuole».
La volle Lelouch.
«Con tutti gli attori francesi, scelse me per fare Jacques Brel. In Francia scatenò un putiferio. Siamo rimasti amici, quando sono a Parigi mangio da lui».
Cosa prepara a teatro?
«La Carmen da regista per il teatro di Novara, poi andrà a New York. Ci tengo perché mio padre, operaio dell’Italsider, canticchiava la marcia in continuazione. Lo spettacolo lo dedicherò a lui, è stato l’unico ad aver creduto nel mio talento, faceva i debiti per darmi le cento lire al giorno e non lasciarmi senza un soldo in tasca».


RIMPIANTO
Un autore che ho amato alla follia, il rimpianto è di non averlo frequentato anche se avevamo amici in comune
INDIFFERENZA
Tanti orrori politici oggi passano nell’indifferenza, lui li denuncerebbe e scuoterebbe gli animi e i politici

SUL SET
Massimo Ranieri nei panni di Pier Paolo Pasolini nel film di David Grieco

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