Dalla rassegna stampa

Pedofilia, Pell si scusa “Errori e danni enormi la Chiesa ha sbagliato”

Le deposizioni notturne del cardinale in videoconferenza con l’Australia: ho il pieno sostegno del Pontefice – “Quella storia mi ha sconvolto in Italia non ci sono numeri certi”

da La Repubblica

SPOTLIGHT E I PRETI PEDOFILI

ALBERTO MELLONI

SPOTLIGHT ha acceso un grande faro su un delitto: lo stupro dei bambini e delle bambine che appare quasi raddolcito dalla parola pedofilia. Un delitto che non è tipico, né originario, né esclusivo del clero cattolico. Per molti secoli la società ha creduto che la pedofilia fosse un vizio e una fatalità. Il maschio-Minotauro, dalla potestà intoccabile, mangiava alcune bambine e bambini; non c’era niente da fare. Nella transizione dall’infanzia alla maturità essi erano esposti alla roulette di quello che non a caso si denomina (altro eufemismo) “abuso”. Un “eccesso”, insomma, del “giusto” dominio del maschile, del potere “naturale” dell’uomo sulla donna. Quello stupro per interposta persona, che violenta la donna nella sua capacità di accudimento protettivo, la metteva di fronte alla sudditanza più fatale, pretendeva e otteneva la sua omertà. “Abuso” che, oggi, a valle dell’emancipazione femminile viene più denunciato o forse più praticato: perché, come il femminicidio di cui è parente prossimo, vendica una eguaglianza femminile che irrita la belva maschile di troppi.

È per questo suo costrutto maschilista di fondo che la pedofilia è diventata un crimine che ha percorso anche il clero cattolico. Che non si combatte se si considera la pedofilia una deviazione morale, un effetto del celibato ecclesiastico, una roba da “tolleranza zero”, un capitolo della “vergogna” della chiesa: ma se lo si comprende come un atto radicalmente blasfemo. Il prete pedofilo — e ancora più di lui il vescovo che lo copre, per difendere un ordine che confonde col potere — sovrappone il delirio di dominio del maschio e la signoria dell’Eterno. Tant’è che, come ricorda una scena di Spotlight, le vittime della violenza si sentono inermi e paralizzate davanti ad una autorità che fa appello a “Dio”.

La chiesa cattolica se ne è resa conto lentamente, correggendo tre errori.

Il primo errore, così grave da essere a sua volta un delitto, è quello che ha convinto vescovi indegni a spostare preti rei-confessi da una comunità all’altra, allungando la scia delle vittime e distruggendo intere porzioni della propria chiesa.

Il secondo, altrettanto grave. È quello di non chiedersi come era stato possibile aver fatto vescovi persone prive di qualsiasi senso della paternità: perché il vescovo, a suo modo, è padre di tutti i figli e le figlie di Dio a lui affidati come vicario di Cristo; e quando protegge i figli predatori ai danni di quelli vittime entra in una sfera che tecnicamente è quella della “indegnità” all’ufficio.

Il terzo errore è stato fatto a Roma, a cavallo della fine del secolo XX: quando infuriava la polemica sulla funzione delle conferenze episcopali alle quali papa Francesco, con la Evangelii Gaudium ha riconosciuto una «vera autorità dottrinale». Ratzinger non la vedeva così: pensava che fosse necessario negare la loro autorità collegiale e che si dovesse difendere il singolo vescovo. Per cui quando la conferenza episcopale americana tentò di fissare delle linee-guida fra il 1988 e il 1992 (si trovano i testi nelle carte di Tom Doyle ora consultabili sul sito www. Bishop- accountability. Org/ AtA-Glance/ church_ docs. Htm) da parte di Roma si difesero i diritti dei vescovi singoli, come Bernard Law. Errore ripetuto e amplificato il 18 maggio 2001 quando la Congregazione per la dottrina della fede li catalogò fra i delitti da giudicare a Roma, e dunque fuori dal contesto in cui sono maturati e in cui vanno sanati, accettando che la giustizia umana è l’unico farmaco da applicare ad una piaga fetida.

La cura della pedofilia, dunque, non poteva venire e non è venuta da una severità declamata o dal sacrosanto sdegno per i vescovi che spostavano i preti pedofili; ma dalla riforma dell’episcopato e da atti apparentemente interni alla vita delle comunità cristiane. Cioè dalla scelta dei vescovi e dalla teologia delle conferenze episcopali. E questa cura è molto più efficace della denuncia di sporcizie e traditori a cui s’alludeva chiedersi il loro donde e il loro perché.

È questa la riforma di cui ha bisogno una società che si interroga con giusto risentimento verso le negligenze della chiesa: ma che deve chiedersi dov’è e che faccia ha l’altro 99,7% di stupratori di bambini che non vengono dalle fila del clero cattolico. Ne hanno diritto le chiese che si reggono su un rapporto educativo senza il quale non c’è accesso alla fede. Ne hanno diritto quei preti santi — sono stato giovane e ora sono vecchio e ho conosciuto solo preti santi — che hanno portato le loro fedeltà e le loro infedeltà senza mai piegarsi a diventare la bandiera di un maschilismo duro a morire.

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Pedofilia, Pell si scusa “Errori e danni enormi la Chiesa ha sbagliato”

L’alto prelato australiano in videoconferenza Davanti alla tv, a Roma, alcune vittime di abusi

Il cardinale Pell era in videocollegamento dall’Hotel Quirinale con la Commissioneaustraliana d’inchiesta

LA PROTESTA

Uno dei cartelli portati dalle vittime di abusi sessuali che hanno manifestato fuori dalla sede della Commissione

CITTÀ DEL VATICANO – La Chiesa cattolica «ha commesso enormi errori, ma sta lavorando per rimediare. Ha causato gravi danni in molti luoghi, ha deluso i fedeli». Non sono parole di circostanza quelle pronunciate ieri dal cardinale George Pell, già arcivescovo di Melbourne, di Sydney, e ora “ministro” per l’economia del Vaticano, nel corso della videoconferenza dall’Hotel Quirinale a Roma davanti alla Commissione d’inchiesta australiana che lavora sugli abusi sessuali commessi da preti su minori negli anni ’70 e ’80. Parole che, anzi, confermano come per anni una parte della Chiesa abbia agito con omertà, come il film vincitore del premio Oscar e dedicato ai casi di Boston — “Il caso Spotlight” — conferma. «Non sono qui a difendere l’indifendibile», ha aggiunto Pell, spiegando che in quei giorni la Chiesa era «fortemente propensa» ad accettare smentite degli abusi da parte di chi ne era accusato. Non così oggi, quando, non a caso, anche L’Osservatore Romano arriva a dire che lo stesso Spotlight «non è un film anticattolico». Invece, allora, l’istinto della Chiesa era un altro: «Proteggere dalla vergogna l’istituzione, la comunità della Chiesa», ha detto Pell, che ha tuttavia negato di aver avuto conoscenza delle malefatte dei preti pedofili che operavano nella diocesi di Ballarat in cui è stato viceparroco e assistente del vescovo Mulkearns.

La prima di tre o quattro udienze si è conclusa ieri alle 12 ora australiana (le 2 in Italia). Nella mattinata di ieri, Pell è andato poi dal Papa per un’udienza tabellare nella quale, tuttavia, non è escluso che i due abbiano parlato di pedofilia. La testimonianza del prelato, interrogato dal legale della commissione Gail Furness, riprende questa notte sempre alla presenza di 14 vittime arrivate dall’Australia grazie a una raccolta fondi che ha superato l’equivalente di 130 mila euro.

Pell ha ammesso che il modo in cui il prete pedofilo Gerald Ridsdale è stato trasferito da una parrocchia all’altra invece di venire denunciato alla polizia è stato una «catastrofe», che gli ha permesso di continuare ad abusare di minori. Ha però negato nuovamente di essere a conoscenza del fatto che Ridsdale commettesse abusi sessuali mentre lavorava nella diocesi di Ballarat, dove lo stesso Pell è stato anche viceparroco fra il ’73 e l’83. Ridsdale è in carcere dopo essere stato condannato per 138 reati ai danni di 53 vittime e Pell ha condiviso l’alloggio con lui quando erano giovani preti. In un comunicato diffuso prima della deposizione, Pell ha ribadito il suo sostegno al lavoro della Commissione e ha promesso di incontrarsi con le vittime che sono venute ad ascoltare la sua deposizione a Roma.

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I silenzi del cardinale Law il primo costretto a lasciare per non aver denunciato

PAOLO RODARI

IL PERSONAGGIO/ L’ANZIANO PRESULE AMERICANO VIVE IN VATICANO

CITTÀ DEL VATICANO – Il cardinale Bernard Francis Law ha 84 anni e vive a Roma come un qualsiasi porporato in età da pensione. L’unica differenza rispetto a tutti gli altri suoi confratelli è che nei momenti di maggiore movimento, come ad esempio in queste settimane nelle quali “Il caso Spotlight” è uscito nelle sale italiane e ha vinto l’Oscar, non esce dalla sua abitazione. Il timore, infatti, di incontrare per strada dei giornalisti è grande, e Law non vuole in alcun modo venire meno a quella promessa fatta a se stesso fin da quando nel 2004 lasciò per sempre Boston dopo le dimissioni da arcivescovo a seguito della mancata denuncia degli abusi sessuali commessi da sacerdoti su minori in diocesi: «”The one thing”, “la sola cosa” di cui non parlerò mai è di quanto accadde a Boston», confidò allora agli amici.

Law vive oggi nel Palazzo della Cancelleria tra Corso Vittorio Emanuele II e Campo de’ Fiori. Sede storica della Cancelleria Apostolica del Vaticano, il Palazzo, assieme a pochi appartamenti per alcuni dignitari ecclesiastici, accoglie i tribunali della Santa Sede. Inutile chiamarlo al telefono. L’apparecchio di casa suona sempre a vuoto. E del resto Law, per comunicare, si serve di altri canali. Anche se, con moderazione, ancora riceve gente, soprattutto vecchi sacerdoti statunitensi e amici che di tanto in tanto passano a salutarlo. Certo, nei momenti di calma, è lui stesso a uscire, per partecipare a qualche Messa in Vaticano oppure, ma sempre fra il pubblico, a qualche conferenza in giro per la capitale.

Le vicende di Boston, con gli scandali che seguirono, costrinsero di fatto per la prima volta un cardinale alle dimissioni. Allora Karol Wojtyla dovette gestire un qualcosa di nuovo, e nonostante già dal 2001 egli stesso si fosse deciso per la linea della “tolleranza zero” (chiamò a Roma tutti i cardinali e vescovi statunitensi e, a scanso di equivoci, disse loro che la pedofilia non è compatibile con il sacerdozio), non fu facile. Tanto che, oltre il Tevere, c’è chi spiega che se il caso si verificasse oggi Law non godrebbe delle medesime attenzioni ricevute allora. Lasciò Boston, certo, ma rimase arciprete della Papale Basilica Liberiana di Santa Maria Maggiore fino al 2011. Anche se, fanno notare altri, né Benedetto XVI né Francesco hanno mai adottato particolari misure nei suoi confronti. Anzi, quando il 15 marzo del 2013 — due giorni dopo l’elezione al soglio di Pietro di Jorge Mario Bergoglio — alcuni giornali riportarono una notizia secondo la quale Francesco avesse allontanato dalla Basilica (allora risiedeva ancora lì) il cardinale Law, sia padre Federico Lombardi sia padre Thomas Rosica (collaboratore di Lombardi durante il conclave) dissero che la cosa era «totalmente e completamente falsa».

Nato in Messico da genitori americani, Law capitolò inizialmente a motivo dell’emergere del caso riguardante il reverendo John Geoghan, colpevole d’aver abusato di 130 minori nell’arco di un paio di decenni ma a lungo mantenuto in servizio da una parrocchia all’altra. Law difese il proprio operato e rivendicò il merito d’aver ridotto allo stato laicale, nel 1998, lo stesso Geoghan. Ciò che tuttavia non disse subito è che il caso Geoghan non era che la punta di un iceberg di un fenomeno più ampio e insieme deflagrante per tutta la Chiesa.

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Tutto è partito dall’inchiesta giornalistica che ha ispirato il film premiato con l’Oscar: centinaia di episodi di violenze con oltre 250 sacerdoti coinvolti

Boston, effetto “Spotlight” indennizzi per 4 miliardi l’arcidiocesi è al collasso

FEDERICO RAMPINI

UNA vera svolta, dopo l’inchiesta nulla sarà più come prima. Oppure: un disastro economico da 4 miliardi di dollari, ma non sufficiente a estirpare gli abusi sessuali. L’impatto del reportage investigativo realizzato dal Boston Globe, e raccontato nel film “Spotlight”, sulla chiesa cattolica americana c’è stato certamente. Su quale sia stato l’effetto “Spotlight”, però, esistono due versioni diametralmente opposte. I vertici della chiesa Usa sostengono di aver voltato pagina, di avere preso misure drastiche per prevenire ogni abuso contro i minori. Alcune associazioni di vittime parlano invece di «riforme di facciata, operazioni di relazioni pubbliche».

Nessuno minimizza il ruolo dell’inchiesta del Boston Globe, né del film che l’ha ricostruita meritandosi l’Oscar. Le stesse autorità ecclesiali all’uscita del film nelle sale americane lo trattarono con molto rispetto, limitandosi a precisare che la vicenda risale a 15 anni fa e da allora tutto è cambiato. «Gli spettatori non devono pensare che Spotlight descriva la situazione attuale » fu il commento del sito The Catholic Free Press.

Sul film intervenne per la chiesa Francesco Cesareo: storico del Rinascimento e della Riforma, preside dell’università agostiniana Assumption College, l’italo-americano Cesareo è stato nominato presidente del National Review Board, un organo consultivo della conferenza episcopale Usa creato nel 2002 proprio per reagire allo scandalo di pedofilia rivelato dal Boston Globe. Nel commentare “Spotlight”, Cesareo ha scritto: «Al di là degli indennizzi alle vittime, dopo le rivelazioni del Boston Globe abbiamo adottato misure così onnicomprensive per proteggere i minori, che siamo diventati un modello per altre organizzazioni che si occupano di giovani”.

Il programma “Safe Environment Training” – addestramento per un ambiente sicuro – fu lanciato nel giugno 2002. Secondo il National Review Board il 98% degli adulti (quasi due milioni) che lavorano nelle parrocchie e nelle scuole cattoliche hanno seguito questi corsi speciali, e il 93% dei minori (4,4 milioni) sono stati addestrati su come proteggersi dagli abusi, o denunciare gli incidenti. Il riferimento di Cesareo al ruolo che la chiesa cattolica oggi può svolgere rispetto ad “altri”, è un’allusione agli scandali di pedofilìa che hanno colpito i boy-scout ed alcune comunità ebraiche.

Il portavoce dell’arci-diocesi di Boston, Terry Donilon, è ancora più categorico. Interpellato di recente dal Boston Globe, ha dichiarato che nella chiesa di Boston oggi ci sono «zero abusi ».

Di certo l’inchiesta del giornale ha provocato conseguenze enormi. Le prime rivelazioni del Boston Globe spinsero tante vittime a denunciare abusi che erano rimasti sotto silenzio, fino a coinvolgere 250 sacerdoti nell’arcidiocesi. Altri giornali seguirono l’esempio del Boston Globe. Le inchieste fecero emergere nuovi scandali in cento città americane.

Intanto a Boston fu costretto a dimettersi il cardinale Bernard Law, sostituito da Sean O’Malley. Lo Stato del Massachussetts varò nuove leggi sull’obbligo di denuncia delle molestie sessuali da parte dei superiori gerarchici. L’impatto economico, valutato dal National Catholic Reporter, sarebbe di 4 miliardi di dollari a livello nazionale, per indennizzi e patteggiamenti vari (spesso coperti da clausole di segretezza). A questo il Journal of Public Economics ha aggiunto 2,36 miliardi di elemosine perdute annualmente, per l’effetto di quelle rivelazioni sulla comunità dei fedeli. Nella sola Boston la chiesa dovette vendere molte proprietà fra cui la lussuosa residenza cardinalizia di Lake Street.

Ma gli scandali non sono finiti. Dopo Boston i casi più gravi si sono scoperti a Philadelphia nel 2011, poi a Kansas City e a Saint Paul-Minneapolis l’anno scorso: cioè poco prima che arrivasse negli Stati Uniti papa Francesco.

Perfino sull’arcidiocesi di Boston il giudizio è negativo secondo David Clohessy, direttore dell’associazione di vittime Survivors Network of those Abused by Priests (Snap). Al Boston Globe, Clohessy ha detto: «Con l’arrivo del cardinale O’Malley sono cambiate procedure e protocolli, ma si è trattato di un’operazione di relazioni pubbliche». Da 15 anni, ogni domenica gruppi di vittime continuano la loro silenziosa protesta all’ingresso della messa, davanti alla Cattedrale di Santa Croce nel centro di Boston.

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L’INTERVISTA/ IL GESUITA HANS ZOLLNER

“Quella storia mi ha sconvolto in Italia non ci sono numeri certi”

Hans Zollner, gesuita, membro della Commissione anti pedofilia creata da Francesco, che effetto le fa vedere Spotlight?

«Mi sento turbato e sconvolto. È incredibile come solo 15 anni fa si poteva agire così. La scoperta dei fatti a Boston è stato un momento decisivo per far determinare l’allora cardinale Ratzinger nella lotta contro questa piaga. Egli da Papa ha poi preso una posizione molto chiara, e tramite le direttive della Dottrina della Fede ha lottato contro l’omertà. Francesco continua in questa linea: incontra vittime, e per la prima volta lo ha fatto dentro il Vaticano, e ha detto che un vescovo che ha spostato un sacerdote abusatore da una parrocchia a un’altra dovrebbe chiedere le dimissioni».

Nel film ci sono i numeri di molti Paesi. Manca l’Italia, perché?

«L’unico Paese di cui abbiamo numeri certi sono gli Usa. Si parla di un enorme “Dunkelfeld”, parola tedesca che significa “un campo oscuro” di cui è difficile percepire le vere dimensioni, sia nella Chiesa, sia nelle altre istituzioni, sia nelle famiglie».

Oggi si può dire che la Chiesa ha arginato il fenomeno?

«Non dobbiamo smettere di lavorare per scoprire i crimini e i peccati, di fare giustizia per le vittime e far sì che queste cose indicibili non accadano più. Dobbiamo lavorare a 360 gradi nella prevenzione. Ci sono molte iniziative dentro e fuori la Chiesa».


da Corriere della Sera

Pedofilia, il faccia a faccia tra Pell e Francesco

Le deposizioni notturne del cardinale in videoconferenza con l’Australia: ho il pieno sostegno del Pontefice

CITTÀ DEL VATICANO Il momento più imbarazzante è quando ammette di aver saputo che uno dei «Fratelli Cristiani» di Ballarat, Leo Fitzgerald, usava nuotare nudo con gli studenti e baciarli, e dice che la «convinzione generale» era che questo comportamento «eccentrico» fosse abbastanza «harmless», innocuo, aggiungendo: «Era certo inusuale, ma nessuno ci disse che dovevamo fare qualcosa».
Sono notti lunghe, per il cardinale australiano George Pell, «ministro» vaticano dell’Economia. Dalle 22 alle 2, a partire da domenica sera e per «tre o quattro audizioni», sta deponendo davanti alla Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse (La «Commissione reale sulle risposte istituzionali agli abusi sessuali sui minori») che lo accusa, in sostanza, di avere coperto, negli anni ‘70 e ‘80, sacerdoti responsabili di abusi, permettendo che fossero trasferiti da una parrocchia all’altra, e di aver insabbiato gli scandali. Accuse che lo braccano da anni — Ballarat è la sua città natale e la prima diocesi — e lui ha sempre respinto.
Pell parla in collegamento video dall’Hotel Quirinale di Roma, una Bibbia per prestare giuramento, il tono posato, una premessa: «Non sono qui per difendere l’indifendibile. La Chiesa ha commesso errori enormi ma sta lavorando per rimediare». Alle audizioni in hotel assiste un gruppo di una quindicina di vittime guidate dal portavoce del «Ballarat Survivors Group» , Andrew Collins: «Vogliamo guardarlo negli occhi». Avevano lanciato in Rete una raccolta fondi per arrivare a 40 mila dollari e pagarsi il viaggio, hanno superato i duecentomila.
Ieri mattina il cardinale ha parlato faccia a faccia con Francesco. George Pell — prima a Ballarat, poi arcivescovo di Melbourne e di Sydney — è dal 2014 prefetto della Segreteria per l’Economia. Una delle udienze periodiche che il Pontefice ha con i capi dicastero, si dice. Ma è difficile non si sia parlato della deposizione. «Ho il pieno sostegno del Papa», ha detto il cardinale in serata, arrivando all’hotel Quirinale.
Di certo, l’8 giugno, Pell compirà 75 anni, l’età alla quale i cardinali di Curia sono «tenuti» a presentare rinuncia al proprio incarico. A Ballarat, Pell era consulente del vescovo Mulkearns, un insabbiatore. Il comportamento di Mulkearns fu «una catastrofe per la Chiesa», dice. Ma Pell respinge ogni responsabilità, pur ammettendo di aver prestato fede agli accusati: «In quel tempo, se un prete negava questi comportamenti, io ero fortemente incline a credergli», mormora. C’era l’istinto di «proteggere dalla vergogna l’istituzione».
Ad ascoltare c’è anche David Ridsdale, abusato dallo zio, padre Gerard Ridsdale, il più famigerato pedofilo australiano, ora in galera, col quale Pell abitò qualche tempo. Il cardinale assicura che non sapeva, nega di avere offerto al nipote soldi per il suo silenzio. E dice di volere incontrare le vittime.
G. G. V.

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Il produttore di Spotlight: il Papa protegga i bambini

« Il caso Spotlight dà voce ai sopravvissuti e l’Oscar amplifica questa voce che noi speriamo arrivi fino al Vaticano. Papa Francesco, è arrivato il momento di proteggere i bambini e restaurare la fede». È stato Michael Sugar, produttore del film di Tom McCarthy trionfatore agli Oscar 2016, a lanciare un appello, forte e chiaro. Diretto al Pontefice e, ancor di più, all’intera gerarchia ecclesiastica. Aver messo in primo piano le sofferenze delle vittime degli abusi sessuali dei preti pedofili a lungo coperti dal clero di Boston — smascherati dalla coraggiosa inchiesta da Pulitzer del team «Spotlight» del Boston Globe — è stato «durissimo» per tutti. Giornalisti, regista, attori ( nella foto Rachel McAdams, Michael Keaton e Mark Ruffalo ). Ora nessuno può più dire: «io non sapevo». E mentre l’eco delle dichiarazioni del cardinale George Pell rimbalza dall’Australia, l ’Osservatore romano dà la linea. « N on è un film anticattolico». L’appello al Papa «è un segnale positivo», dimostra che «c’è ancora fiducia». Che non venga sprecata.

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L’intervista L’arcivescovo Becciu: «La Chiesa si è svegliata tardi Ma abbiamo fatto pulizia»

CITTÀ DEL VATICANO Eccellenza, sul volo di ritorno da Città del Messico, una decina di giorni fa, papa Francesco rispondeva sullo scandalo dei pedofili nel clero e diceva: «Io ringrazio Dio che si sia scoperchiata questa pentola, e bisogna continuare a scoperchiarla, e prendere coscienza».
«Eh sì, grazie a Dio la Chiesa ha preso coscienza di tutto questo. Purtroppo si è svegliata un po’ tardi, va detto. Però, come è stato riconosciuto più volte, non credo ci sia al mondo un’istituzione sociale e politica che come la Chiesa si sia impegnata ovunque a fare un repulisti e mettere in pratica tutti i metodi per prevenire altri abusi».
L’arcivescovo Giovanni Angelo Becciu, Sostituto della Segreteria di Stato, tra i collaboratori più stretti del Papa nel governo della Chiesa, come sacerdote non trova le parole, «a me sembra inimmaginabile che dei preti abbiano potuto commettere un crimine simile, gli aggettivi non bastano a dirlo, abusare dei bambini è un’offesa e una ferita a Dio prima che alla Chiesa, è intollerabile».
La vittoria all’Oscar del film di Tom McCarthy «Spotlight» ripropone oggi in tutto il mondo una delle vicende più clamorose, lo scandalo dei preti pedofili di Boston e dell’insabbiamento ecclesiastico. Come è potuto accadere?
«La vecchia mentalità, purtroppo, era questa. La prima reazione, più che guardare all’orrore di ciò che era accaduto, era “salvare” l’istituzione dallo scandalo. Molti pastori, allora, non erano preparati… Il trasferimento da una parrocchia all’altra si usava quando c’era un prete che s’innamorava di una donna. Ma qui si trattava di pervertiti, di sacerdoti da cacciare. C’è stata questa cecità, sì».
E adesso? Francesco ha detto: un vescovo che trasferisce un sacerdote pedofilo da una parrocchia all’altra è un incosciente e dovrebbe dimettersi…
«Certo. Tutti noi abbiamo visto le conseguenze di una simile cecità. Già con Benedetto XVI si è messo in chiaro che non c’erano più scuse o giustificazioni: prima di ogni altra cosa vengono i diritti delle vittime, dei bambini. Agire con decisione, senza peraltro cadere nella trappola del linciaggio di chi accusa con prove infondate. Ma bisogna intervenire subito, e chi è responsabile va perseguito, nel caso spretato. Abbiamo imparato la lezione. Da quando la Chiesa ha preso coscienza del problema, si è impegnata ovunque a fare pulizia».
Michael Sugar, produttore del film, ha detto: «Papa Francesco, è arrivato il momento di proteggere i bambini e restaurare la fede». Come ci si sta muovendo ?
«È stata istituita la Commissione pontificia per la tutela dei minori, composta anche da vittime. Si è chiesto a tutte le conferenze episcopali di preparare delle linee guida contro la pedofilia, insistendo con energia perché fossero emanate al più presto. Collaborare con le autorità civili, sollecitare le denunce. Il Papa è severo, come lo sono tutte le persone che hanno preso a cuore il problema perché si intervenisse in maniera adeguata, anche per prevenire».
C’è qualcosa che manca ancora?
«Io penso che la mentalità sia cambiata. Dobbiamo accogliere sempre di più le indicazioni della Commissione, ad esempio perché nei seminari si dia una formazione adeguata ai futuri sacerdoti. Soprattutto, si sia attenti e severi nella scelta dei candidati al sacerdozio».
Non bisogna accettare chiunque per la crisi delle vocazioni…
«Guai. Non si poteva una volta e non si può adesso».

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