Dalla rassegna stampa Cinema

Impegno da Oscar «Spotlight» sui preti pedofili è il miglior film

Il regista di «Revenant»: no alle discriminazioni

da optimaitalia.it

Oscar e impegno civile, Sam Smith batte Lady Gaga e parla alla comunità LGBT: “Gay e fiero”
Il discorso pro LGBT di Sam Smith agli Oscar 2016: “Sono orgogliosamente gay”

di Claudia Gagliardi

Se c’è stato un tratto caratteristico di questi Oscar 2016 è l’impegno civile dei protagonisti portato sul palco degli Academy Awards: da Sam Smith a Lady Gaga, passando per il finalmente premiato Leonardo Di Caprio, tante istanze importanti hanno conquistato la scena nella cerimonia di domenica 28 febbraio.

Sam Smith ha vinto col brano Writing’s on the wall nella sezione Miglior Canzone Originale battendo la favorita Lady Gaga: il soulman inglese, già vincitore del Golden Globe nella stessa categoria con la colonna sonora di Spectre, ha portato a casa anche la statuetta dell’Academy confermando la tradizionale continuità tra i due premi.

Nel suo discorso di accettazione ha voluto porre l’accento sulla comunità LGBT, spiegando di essere orgogliosamente gay e di voler dedicare la vittoria del premio a chi combatte per l’uguaglianza dei diritti.

Voglio dedicarlo alle comunità LGBT di tutto il mondo. Io sono qui stasera come un orgoglioso uomo gay e spero che tutti noi possiamo stare insieme sentendoci uguali un giorno.

Concetti ribaditi in sala stampa di fronte ai giornalisti parlando del suo primo premio Oscar.

Significa tutto per me. Quando ho letto il pezzo Ian McKellen, ero semplicemente ammaliato. E, ho voluto cogliere l’occasione per mostrare quanto mi preoccupo per la mia comunità. In passato, all’inizio della mia carriera, molte persone hanno detto che io non lo ero. E io volevo solo far capire quanto veramente mi stia a cuore la comunità LGBT. Allo stesso tempo, sono solo completamente sopraffatto, riesco a malapena a parlare. E sono pure un po’ ubriaco!

Lady Gaga ha portato sul palco il tema della violenza sulle donne, introdotta dal vicepresidente USA Joe Biden, mentre Leonardo DiCaprio ha usato il suo attesissimo momento di gloria per invitare tutti ad impegnarsi nella tutela dell’ambiente, mentre il conduttore Chris Rock ha rilanciato la protesta #OscarSoWhite.


da Corriere della Sera

Impegno da Oscar

Statuetta al compositore, Hollywood in piedi
«Spotlight» sui preti pedofili è il miglior film
Il regista di «Revenant»: no alle discriminazioni

Da Gigi D’Alessio al premier Renzi («sei un giovanotto di 87 anni»), è una sarabanda di felicitazioni tricolori. Il pubblico si è alzato in piedi, è la standing ovation di Hollywood a Ennio Morricone, Oscar per The Hateful Eight di Tarantino. Era lui il favorito per la migliore colonna sonora; è lui il trionfatore della serata insieme con Leonardo DiCaprio che ha dovuto farsi spellare vivo da un orso per vincere la sua prima statuetta con The Revenant , dopo quattro nomination andate a vuoto. L’attore ha voluto al suo fianco Kate Winslet, le uniche carriere che sono decollate dopo un naufragio ( Titanic ).
Morricone prende un foglietto dalla tasca e con la voce rotta dalla commozione legge una dichiarazione in italiano, mentre uno dei suoi quattro figli, il regista e sceneggiatore Giovanni, traduce in inglese: «Buonasera signori, grazie per il prestigioso riconoscimento, ma il mio pensiero va agli altri nominati, in particolare a John Williams ( Star Wars ). Non c’è musica importante se non c’è un grande film che la ispiri e ringrazio Quentin Tarantino e il suo team per avermi scelto». Poi l’amata moglie Maria: «Ho dedicato l’Oscar a lei perché ha avuto pazienza a sopportare la mia assenza, qualche passaggio nell’educazione dei figli me lo sono perso, Maria però c’era, c’era sempre», dice mentre raggiunge l’albergo, rinunciando a party e feste.
Finisce la cerimonia, condotta da Chris Rock, con Hollywood che ha omaggiato l’impegno: la Storia più tragica ( Il figlio di Saul ), le violenze sessuali ( Spotlight, Room ). E gli effetti speciali ( Mad Max: Fury Road ). In mezzo c’è un uomo italiano di poche parole che trasmette grandi emozioni: Ennio Morricone. «L’Italia tifava per me? Meno male, sono contento. Io non mi aspetto mai niente di simile, non si lavora per questi riconoscimenti». Lang Lang ha inciso per pianoforte la sua colonna: «Una partitura potente, sono un fan di Morricone, un musicista vero, spero di conoscerlo di persona». Ennio dice che la sua musica abbraccia una scrittura «classica» mai azzardata prima al cinema. «Mission» compiuta, l’Oscar (che segue quello alla carriera del 2007) suona come un risarcimento, chiude il cerchio dell’amarezza dopo che non gli fu dato per The Mission (nel 1987 gli fu preferito Round Midnight di Hancock, non del tutto originale e dunque contro il regolamento). Un risarcimento anche nei confronti dell’ostracismo che subì dal mondo accademico, che non gli perdonò le colonne sonore, visto che è un pezzo del tutto inusuale per il cinema, il cui asse portante è costituito da quattro tempi di una Sinfonia.
Miglior film Spotlight sui preti pedofili (è caduto un faretto in sala stampa e il regista Tom McCarthy ha detto: «E’ stata la Chiesa!»). Trionfo anche per il messicano Alejandro González Iñárritu, che dopo Birdman (2015) fa la doppietta (l’impresa a distanza di un anno era riuscita solo a John Ford e Joseph Mankiewicz): migliore regista per Revenant , fa un discorso politico a favore delle minoranze e contro le discriminazioni razziali: «Il colore della pelle è irrilevante come la lunghezza dei capelli».
Valerio Cappelli

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Il commento di Paolo Mereghetti

Temi sociali in un cinema senza identità

Il vero dilemma, oramai, è che tipo di commento si può fare, messa naturalmente da parte la gioia tutta italiana per il premio a Ennio Morricone. Perché si fatica a capire che idea di cinema sia uscita dalla premiazione al Dolby Theatre l’altra notte. Da una parte c’è il «risarcimento dovuto» a DiCaprio, che come tradizione vuole ha vinto con la sua prova meno interessante (come era già successo per Paul Newman o Martin Scorsese, tanto per fare due nomi), dall’altra due premi femminili — protagonista e non — che sembrano invece puntare sui volti nuovi di Hollywood: Brie Larson ha 26 anni, Alicia Vikander 27. Solo due altre attrici, tra le 10 delle due categorie, erano più giovani, Saoirse Ronan e Jennifer Lawrence, entrambe però più affermate. Ma questa voglia di «nuovo» cozza con l’Oscar alla regia di Alejandro G. Iñárritu, premiato anche l’anno scorso e ormai stancamente ripetitivo col proprio cinema compiaciuto e compiacente (al gusto middlebrow), così come non è certo «nuovo» il miglior film, Il caso Spotlight, più onesto di Revenant perché più tradizionale, più immediato, più «classico» ma non più originale. Se c’era un film che cercava di cambiare le regole della narrazione, pur tenendo conto delle ambizioni spettacolari di Hollywood, quello era La grande scommessa, capace di mescolare dramma e commedia, narrazione oggettiva e intermezzi soggettivi, ma nel gioco delle lobby — e forse delle ripicche — ha avuto solo il premio alla sceneggiatura non originale. Allo stesso modo le sei statuette tecniche a Mad Max: Fury Road hanno premiato le prove più superficiali e appariscenti, dimenticando che a volte il meno è meglio. Così, alla fine un cinema senza forte identità ha finito per lasciare il campo alle tirate di un presentatore schiacciato dalla polemiche sulle nomination «so White» o agli inviti all’«inclusività» della presidentessa dell’Academy. Meglio allora la rabbia di Lady Gaga che canta «Til It Happens to You» introdotta dal vicepresidente Usa Joe Biden, la cui eccezionale presenza sul palco è però l’ennesima dimostrazione che l’Oscar non riguarda più il cinema ma la politica e l’impegno.

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Le migliori attrici
Brie Larson e Alicia Vikander le ventenni che battono le veterane

La 26enne semisconosciuta e la 27enne che ha conquistato prima la moda e poi il cinema: l’americana Brie Larson (come protagonista per Room ) e la svedese Alicia Vikander (come non protagonista per The Danish Girl ) sono le sorprese al femminile degli Oscar. È l’onda della nuova Hollywood che avanza: la prima ha battuto un mostro sacro come Charlotte Rampling e una veterana come Cate Blanchett. La seconda, nuovo volto della campagna di Louis Vuitton, è passata dalle passerelle della moda a quelle del cinema e si è presa lo scalpo di Kate Winslet.

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Il divo DiCaprio e la statuetta vinta: a 4 anni già sognavo il cinema

«Dal palco ho voluto lanciare appelli sul clima. È anche questa la mia lotta»

LOS ANGELES Tutti, proprio tutti, nel corso della cerimonia degli Oscar (o dietro le quinte) hanno parlato delle associazioni filantropiche delle quali fanno parte o che hanno fondato. Per l’integrazione delle minoranze, la salvaguardia della natura o di orfani, come di cani abbandonati e cavalli azzoppati e anziani senza dimora. Hollywood è parsa avere più ambizioni social umanitarie che non personali, cinematografiche o per il box office.
Con Leonardo DiCaprio in prima fila nell’enunciazione di lunga data della sua lotta per l’ambiente. Più significativa per l’attore che non l’essere premiato con la statuetta, sfuggitagli troppe volte, per la sua prova in The Revenant . Aveva 19 anni quando conquistò la sua prima nomination agli Oscar come attore non protagonista, nel 1993, per Buon compleanno Mr. Grape . Oggi ne ha 41, un Oscar vinto e una carriera sempre più interessante.
Sostenitore del Partito Democratico, attento a ogni possibilità di costruire un eco-resort, produttore coraggioso oltre che attore, era raggiante dietro le quinte. Ha ricordato, eccezionalmente loquace, di quando, tredicenne, andava a ogni possibile audizione portato in macchina da Est L.A., dove abitava e dove ha scelto ancora oggi di vivere («Perché è molto più multirazziale e autentica di Beverly Hills»).
Che cosa significa per lei essere un attore?
«È la mia vita. Ero ragazzino, andavo, vivendo a Est Hollywood, a vedere i cancelli della Paramount, degli studios… Mia madre e mio padre mi portavano ad audizioni ogni giorno, dopo la scuola».
Che cosa la spingeva al sogno di diventare un attore?
«La possibilità di poter raccontare (e recitare) storie al pubblico, alle persone del mondo. Era il mio sogno sin da quando avevo quattro anni. Da allora ho fatto molti “viaggi” nel cinema e quello che amo di più è il percorso con Iñárritu per la realizzazione, un pezzo di vita vissuta per me, di The Revenant» .
Lei ha sempre dichiarato di essere affascinato quando legge un bel storytelling…
«È materia che dà ossigeno alla vita e la riproduce».
Che cosa le piace in particolare del suo sodalizio con Iñárritu, che fa seguito a quello con Scorsese?
«Alejandro, venendo dal Messico, è entrato nell’industria di Hollywood perseguendo le sue aspirazioni di regista e narratore. Rappresenta tutto ciò che l’industria del cinema è e ciò che potrebbe essere».
Come si sente stringendo finalmente la statuetta?
«Onorato. Tuttavia, questi Oscar non hanno significato per me conta solo la vittoria del nostro film…».
In che senso?
«Non ho parlato solo, come spesso accade alla gente di questo settore, di cinema. Su una piattaforma come quella che migliaia di persone nel mondo stavano guardando ho sottolineato la crisi esistenziale e ambientale che la nostra civiltà sta vivendo».
Come conta di essere sempre più coinvolto in tale impegno?
«Ho realizzato un documentario sui cambiamenti climatici e sono andato in Groenlandia, Cina e India per parlare alla gente di questi problemi. In vista delle prossime elezioni nel mio Paese, tale urgenza acquista molti significati. Se non affronti i problemi climatici significa che non credi alla scienza moderna e starai sempre dalla parte sbagliata della Storia».
Non ha esitato nell’ accettare un film faticoso come «The Revenant»?
«No, perché affronta la profonda relazione di un uomo con la Natura. Abbiamo bisogno di votare per politici che non perseguono gli interessi di grandi corporation e sono capaci di lottare per popoli indigenti, per milioni di persone non privilegiate, per quelli che saranno i figli dei nostri figli e per tutte le persone oneste non ascoltate dai politici avidi di potere».
Gli Oscar erano il palcoscenico giusto?
«Sono così felice per la mia statuetta, ma… Per trovare la neve per The Revenant siamo andati nella punta più meridionale del nostro pianeta. Smettiamola di procrastinare l’impegno per l’ambiente. Non ho vissuto la serata dell’Oscar dando scontata la mia vittoria. Non voglio che si dia per scontato il nostro pianeta».
Giovanna Grassi


da La Repubblica

“Il caso Spotlight” è il miglior film Il premio per la regia va al messicano Iñárritu

Oscar all’impegno

Infanzia e diritti: il j’accuse di Hollywood

LOS ANGELES – I diritti al centro della scena. Protagonisti dell’88esima edizione degli Oscar. In un anno dominato dalla controversia sugli “OscarSoWhite” (nessun candidato attore o attrice afro-americano per il secondo anno consecutivo) era chiaro che sin dal monologo di apertura di Chris Rock la cerimonia sarebbe stata segnata dal tema diversità a Hollywood. E le (poche ) sorprese della serata hanno convalidato se non altro un passo nella direzione della consapevolezza dell’impegno sociale: dalla prima statuetta della serata, andata a Tom McCarthy e Josh Singer per la sceneggiatura originale di “Il caso Spotlight”, il film sul gruppo di giornalisti del “Boston Globe” che rivelarono la scottante verità sulla pedofilia all’interno della Chiesa cattolica di Boston, passando per film come “A girl in the river” della pachistana Sharmeen Obaid Chinoy , che condanna i delitti d’onore in Pakistan, alla vittoria di Leonardo DiCaprio come miglior attore per “Revenant-Redivivo”, dandogli l’opportunità di parlare dell’importanza di proteggere la natura e del cambiamento climatico.

Chris Rock ha notato che gli attori neri sono stati ignorati per decenni nel passato, «ma eravamo troppo occupati a venir stuprati e linciati per preoccuparci di chi avrebbe vinto come miglior direttore della fotografia». Nell’accettare la statuetta per la sceneggiatura, Tom McCarthy, regista di “Spotlight”, ha detto: «Abbiamo fatto questo film per tutti i giornalisti che continuano a responsabilizzare i potenti».

Ancora: «Dentro e fuori dalla Chiesa Cattolica dobbiamo proteggere i bambini». Sul surriscaldamento globale si è espressa la costumista Jenny Beavan, premio per “Mad Max: Fury Road”: «Questo film potrebbe essere profetico, se non smettiamo di inquinare il pianeta».

Infine DiCaprio, che dal podio ha detto: «I cambiamenti climatici sono realtà: dobbiamo sostenere i leader nel mondo che parlano per tutta l’umanità, per le popolazioni indigene del mondo, per i miliardi di non privilegiati, per i figli dei nostri figli e per quelli le cui voci sono state soffocate dalla politica dell’avidità».

( s. b.)

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TUTTO PREVEDIBILE, ANZI SCONTATO

ANTONIO MONDA

LA notte degli ottantottesimi Oscar ha consegnato alla storia la consueta serie di scelte scontate, sorprendenti e sbagliate, che confermano l’eterno ritorno dell’identico di Hollywood. Esultiamo tutti per il grandissimo Ennio Morricone, ma il premio per la colonna sonora di The Hateful Eight è un risarcimento per le sei nomination senza vittorie, tra le quali spicca Mission. Simile il discorso su Leonardo DiCaprio, che lo meritava per The wolf of Wall Street e vince oggi per una prova più fisica che interpretativa. È da applaudire la vittoria di Brie Larson per Room, che prevale sulla favorita Jennifer Lawrence: l’Academy ha puntato su una scoperta piuttosto che su una star consacrata, che peraltro ha già vinto un oscar come non protagonista.

Sorprende invece la sconfitta di Sylvester Stallone a favore di Mark Rylance nel Ponte delle spie: in effetti l’attore inglese ha dato un’interpretazione più efficace, e anche in questo caso l’investimento su un attore cinematograficamente in crescita (è protagonista anche nel nuovo film di Spielberg) ha prevalso sul sentimentalismo che sembrava favorire il vecchio leone. Ed è analoga, ma ingiusta, la scelta di Alicia Vikander su Jennifer Jason Leigh: la prima, protagonista femminile dell’insopportabile Danish Girl, appare un investimento più proficuo rispetto alla Leigh, molto più brava, ma con margini di ritorno commerciale inferiori.

Meritata la consacrazione di Emmanuel “Chivo” Lubezki, che vince il terzo oscar consecutivo con Revenant- Redivivo, mentre discutibile quella di Alejandro Iñárritu che vince per il secondo anno come regista: il cineasta messicano è certamente bravo ma tende al virtuosismo, e gli unici due registi che riuscirono in passato in una simile doppietta sono stati John Ford e Joseph Mankiewicz, sinceramente di un altro livello. Avremmo preferito George Miller per Mad Max, e si sfiora il ridicolo se si pensa che in quella categoria Spielberg non è stato neanche candidato. Ineccepibile la scelta del Figlio di Saul come film straniero, mentre lascia perplessi la scelta del miglior film, dove è prevalsa la logica del tema importante sull’effettiva qualità. Sul piano formale Il caso Spotlight è appena professionale, e non è lontanamente paragonabile al Ponte delle spie. Ottima invece la scelta del conduttore Chris Rock, che dopo le polemiche sull’esclusione di artisti di colore ha inaugurato la serata dicendo «benvenuti al White People’s Choice Awards».

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