Dalla rassegna stampa Cinema

L’eroe bastardo

Super Deadpool Gaffe, parolacce e tanto cinismo

Il film di Tim Miller è un caso in America: grande successo al botteghino nonostante sia vietato ai minori Un B-movie estremo e diretto si beffa del politicamente corretto. E oggi arriva nelle sale italiane

È IL SUPEREROE che non crede in se stesso, che si prende per i fondelli, che dice parolacce (in effetti “fondelli” è un vocabolo che non userebbe) e che conosce bene i meccanismi del marketing. Si chiama Deadpool (per un attimo è stato indeciso se chiamarsi Capitan Deadpool, ma poi ha capito che del Capitan non c’è alcun bisogno) e il suo gioco cinematografico comincia fin dai titoli di testa. Nel fermo fotogramma di uno scontro di auto altamente spettacolare la telecamera si ferma a indagare su alcuni dettagli, enumerando gli “ingredienti” che hanno costruito il film: tra questi anche “un supereroe fatto al computer” (si tratta di Piotr “Peter” Rasputin, che sarà alleato del protagonista) e un regista “che è pagato troppo”. Perché Deadpool si permette di rivelare la finzione agli spettatori, perfino guardandoli negli occhi (cioè nell’obiettivo della cinepresa) commentando quello che sta accadendo.
È il prodotto estremo (finora) creato per i nerd, per il pubblico che naviga su internet e che sa come si fanno i film, e il mercato che c’è dietro. Quello che ama la comunicazione diretta e senza fronzoli (il regista Tim Miller usa apposta una fotografia da B-movie) e odia il politically correct. Non a caso Wade Wilson, dopo essere diventato supereroe cioè Deadpool, va a vivere a casa di un’anziana nera e non vedente che non riesce a montare i mobili comprati da Ikea (cascano a pezzi dopo l’ultima rondella) e che lui chiama “Ray Charles”. Ma nessuno si offenda: e non solo perché la signora sa rispondere a tono, ma soprattutto perché il film gioca proprio sulla comunicazione informale di personaggi sopra le righe. E prende in giro serie tv, divi del cinema, icone del mercato globale, personaggi del fumetto, così come tutte le forme della nuova comunicazione social, emoticon compresi.
Non ci si senta troppo vecchi se qualche battuta non si capisce, anche questo fa parte del gioco: il film si rivolge al “ristretto” pubblico di chi il cinema lo segue attraverso la rete e che probabilmente conosce tutte le traversie produttive che il film ha dovuto attraversare (si cominciò a parlare della sua realizzazione ben dodici anni fa).
Gli altri si arrangino. Sorprendente piuttosto che il film stia ottenendo un successo straordinario negli Stati Uniti pur essendo vietato ai minori di diciassette anni: forse più per le scene di violenza (che sono splatter al cento per cento, e pure di più) che per le poche di sesso, peraltro castigate e piene di sentimento. Perché il Deadpool scatenato e sopra le righe racconta anche una storia sentimentale e drammatica, fortemente rielaborata rispetto a quella del fumetto originale. Mentre sta vivendo una meravigliosa storia d’amore viene a sapere di essere affetto da un cancro allo stadio terminale. Per salvarsi decide di sottoporsi a una terapia terribile e dolorosissima che lo trasfigura e lo rende super. In quelle scene non si ride affatto, anche se il personaggio ha comunque uno spirito positivo, oserei dire laicamente positivo, per cui le cose della vita vanno vissute appieno e poi vada come vada.

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Ryan Reynolds “È un po’ sessista? Solo per gioco”

SILVIA BIZIO

LOS ANGELES – Amatissimo dall’industria cinematografica, Ryan Reynolds, 39 anni, famoso per successi come il supereroico Lanterna verde, è Wade Wilson, ovvero Deadpool, nel film campione di incassi.
Si è divertito a recitare questo supereroe poco di buono? Quanto ha assimilato di Wade?
«Ci sono voluti 11 anni per realizzare questo film, quindi per forza la linea tra Ryan e Wade si è assottigliata e confusa, almeno è ciò che sostiene mia moglie. Abbiamo avuto così tante false partenze che il fatto che il film sia stato realizzato e sia uscito con tale successo è davvero un sogno che si avvera».
In che misura ha contribuito in veste di produttore?
«Ho prodotto il film per proteggere Deadpool, e assicurarmi che sullo schermo sarebbe finita la sua versione autentica. Ho esperienza in film-fumetto e so che cose strane possono succedere negli adattamenti al grande schermo. Deadpool è venuto bene perché rispetta il canone alla lettera».
Dal punto di vista fisico è stato un film impegnativo?
«Mi sono allenato con la spada per anni anche per gli X- Men, ma volevo anche che Deadpool fosse un personaggio unico e originale non solo nel turpiloquio ma anche nel modo di muoversi. In termini puramente fisico-atletici questo film è unico dalla testa ai piedi, ho dovuto fare tutto, niente motion-capture e figure digitali, ma solo io e i miei stuntmen. Ho letteralmente passato due giorni, per una scena di lotta, a farmi sbattere da una parete all’altra. Sì, imbottite, ma ti fai male lo stesso».
Nel film si parla anche di un argomento serio come la lotta al cancro…
«Abbiamo fatto molte ricerche e mi ha commosso vedere quanti bambini malati di cancro amano Deadpool, e allora senti anche un genuino senso di responsabilità, e pure in un film così vuoi trattare il tema con una certa delicatezza. Aiuto anche la Make A Wish Foundation che se ne occupa ».
Come spiega a sua figlia che i film tratti dai fumetti spesso sono così sessisti?
«È vero, spesso sono un po’ sessisti e macho. Ma non c’è nulla di reale nei film-fumetto, è tutto caricatura e gioco. Occorre dire che in Deadpool ci sono tanti personaggi femminili, più che in altri film simili. E nel seguito, già in via di sviluppo, avremo tre donne incredibili della scuderia X-Men, e una è praticamente l’immagine speculare di Deadpool. Sarà divertentissimo ».

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