Dalla rassegna stampa Cinema

Berlinale - Clooney, un divo in ostaggio nel film dei «cugini Coen»

… un cowboy canterino, chiamato a recitare per la prima volta in un film drammatico, entra in conflitto con l’azzimato regista omosessuale…

da L’Unità

Clooney, un divo in ostaggio nel film dei «cugini Coen»

L’attore protagonista di “Ave Cesare”, che ha aperto il Festival di Berlino: «Joel e Ethan?
Lo sappiamo tutti… Non sono fratelli! E poi mi danno sempre dei ruoli da deficiente»

Alberto Crespi

Lei è, o è mai stato, membro del partito comunista?
«Mi rifiuto di rispondere in base al primo emendamento. E non ha vergogna di farmi una simile domanda?». No, non è una citazione da Trumbo, il film di cui vi abbiamo parlato ieri. È un momento della conferenza stampa di Ave Cesare, il nuovo film dei fratelli Coen che ieri ha aperto fuori concorso il festival di Berlino. Ed è stata rivolta a George Clooney: nel film interpreta un divo bello e un po’ coglione che viene rapito da un manipolo di comunisti, indottrinato da Herbert Marcuse in persona e finisce, in piena sindrome di Stoccolma, per simpatizzare con loro. Clooney, che è un genio della comunicazione (non a caso suo padre è un giornalista) ed è notoriamente di sinistra, ha risposto citando alla lettera le risposte sprezzanti che i Dieci di Hollywood diedero al comitato di McCarthy.
Quando c’è Clooney, le conferenze stampa vanno regolarmente in caciara: però si ride fino alle lacrime. Quando gli hanno chiesto del suo rapporto con i fratelli Coen, ha risposto: «Intanto vorrei darvi una notizia inedita: Joel e Ethan Coen non sono davvero fratelli! Questa è una gigantesca stronzata, no ragazzi? Dai, lo sappiamo tutti. In realtà sono cugini di primo grado». Da quel momento in poi tutti i presenti alla conferenza stampa, da Tilda Swinton a Josh Brolin, ha cominciato a parlare dei «brothers» chiamandoli «cousins».
Poi, Clooney ha divagato sul fatto (indiscutibile) che i «cugini Coen» gli diano sempre dei ruoli da deficiente. «Mi piace molto il modo in cui mi vedono. Quando mi hanno mandato il copione di A prova di spia, e mi hanno detto che avevano scritto il personaggio pensando a me, gli ho detto: ma, ragazzi, che cavolo avete nella testa?». Poi, quando si fa sul serio, George può essere più serio di tutti noi messi assieme: oggi ha in programma un incontro con Angela Merkel sul problema dei migranti (sarebbe bello se potesse andarci anche Gianfranco Rosi, che con Fuocoammare ha girato un film importante sul tema) e ieri ha inizialmente ribaltato una giornalista che gli ha chiesto di fare qualcosa di concreto sulla tragedia dei profughi.
«Io faccio molte cose senza raccontarle in giro, vado in posti che sono molto pericolosi; lei che fa, signora?». Quando la donna ha risposto che partecipa a un programma di inserimento dei profughi stranieri nella sua città, Wolfsburg, ha apprezzato e la discussione si è risolta in modi e toni molto civili. Joel Coen ha tenuto il punto sull’argomento: «Quando io e Ethan eravamo presidenti di giuria a Cannes abbiamo premiato un film francese sull’immigrazione, Dheepan di Audiard, e un film ungherese sull’Olocausto, Il figlio di Saul. Se la domanda è: ritenete sia importante che i film parlino di queste cose? La risposta è sì. Se la domanda è: voi che raccontate storie, dovete raccontare storie di quel tipo, non va bene. Ogni artista racconta ciò che vuole, ciò che sente».
Quando le conferenze stampa sono al tempo stesso divertenti e profonde le parole dei cineasti «rubano» spazio ai film. Ave Cesare merita tutto lo spazio possibile. Sembra un film scanzonato, ma sappiamo bene che quando i Coen scherzano si fa sul serio. La storia si svolge nel 1951. Uno studio hollywoodiano immaginario, la Capitol Pictures, sta girando – tra vari altri film – un kolossal epico sulla Passione di Cristo. Il protagonista, nei panni di un centurione romano che verrà folgorato dalla predicazione di Gesù, è George Clooney.
Josh Brolin è invece il produttore esecutivo che dirige lo studio per conto dei miliardari di New York: è l’uomo che risolve i problemi, ma ad un certo punto si trova di fronte a un problema enorme. Il divo è stato rapito da un gruppo di sceneggiatori comunisti che chiedono 100.000 dollari di riscatto da consegnare all’Unione Sovietica. Mentre è prigioniero, Clooney diventa comunista anche lui; e quando torna allo studio parla come Lenin. Nel frattempo Brolin deve gestire altre crisi: una starlet di musical acquatici ha il problema di una gravidanza indesiderata; un cowboy canterino, chiamato a recitare per la prima volta in un film drammatico, entra in conflitto con l’azzimato regista omosessuale; e così via. Il ritratto corale della Hollywood anni ’50 è acuto, scoppiettante, pieno di strizzate d’occhio cinefile. La diva incinta allude a Loretta Young, Clooney è un misto di Clark Gable e Charlton Heston, il ballerino che defeziona per amore dell’Urss allude al comunista Gene Kelly (lo era davvero, il compagno Gene!). Ma se il film fosse solo un gioco di «cinema nel cinema», sarebbe un divertimento abbastanza sterile. In realtà, se lo si osserva attentamente, Ave Cesare è un film sulla religione. Si apre e si chiude con Brolin che va a confessarsi, in maniera compulsiva: ha promesso alla moglie di smettere di fumare e le ha mentito, quello è il suo peccato più grave… secondo lui. La scena chiave – per la quale, ci giureremmo, i Coen hanno fatto il film – è quella in cui il produttore convoca un prete cattolico, un pastore protestante, un pope ortodosso e un rabbino ebreo per assicurarsi che la sceneggiatura del film su Gesù non possa offendere nessuno. E i quattro litigano ferocemente, lasciando il produttore alle prese con i suoi rovelli.
La battuta del rabbino di fronte alle definizioni di Dio proposte dai cristiani («Dio è Dio, e basta. Ed è sempre incazzato») sembra il commento definitivo su come l’Antico Testamento descrive la divinità di Abramo e di Mosè, ma diventa un commento subliminale sulla rabbia che ancora oggi gli uomini seminano nel mondo, nel nome dei loro dei. Se la scena si svolgesse oggi, anziché negli anni ’50, a quel tavolo ci sarebbe anche un imam. E sarebbe molto più violenta. Ave Cesare è il perfetto film dei Coen: l’apparenza leggera nasconde riflessioni forti, il divertimento mimetizza una cultura enciclopedica e una grande profondità di pensiero. I fratelli Coen sono i più importanti filosofi americani a cavallo fra XX e XXI secolo, ma non andateglielo a dire: fingerebbero di essere cugini.


da Corriere della Sera

Festival di Berlino «Ave, Cesare!», rivive il fascino di una Hollywood che non c’è più

Paolo Mereghetti

Solo per amatori, verrebbe da dire. Per amatori dei fratelli Coen, naturalmente, soprattutto del loro lato più malinconico e disincantato (oltre che biblicamente «giobbesco»). E per amatori del vecchio cinema di una volta, quello capace di trasformare la cartapesta in sogni e i cani (anche a due gambe) in star. Di questo parla Hail, Caesar! Scelto da Dieter Kosslick per inaugurare questa sessantaseiesima edizione del Festival di Berlino (in Italia uscirà il 10 marzo col titolo Ave, Cesare! ). Parla di un cinema che non c’è più e di chi sapeva difenderlo e farlo crescere, ma anche della stupidità umana, della superficialità, delle infatuazioni a sorpresa (sentimentali o politiche, fa poca differenza), della religiosità vera o presunta. E naturalmente del senso di colpa.
Per raccontare tutto questo, Joel e Ethan Coen reinventano il personaggio reale di Eddie Mannix, produttore alla Mgm dal ‘24 al ‘48, già impersonato da Bob Hoskins in Hollywoodland e lo trasformano in una specie di executive (reso con straordinaria sottigliezza recitativa da Josh Brolin) a cui tocca risolvere ogni tipo di problema, dai capricci delle star agli intoppi delle produzioni, dal tenere a bada le pettegole dei giornali (Tilda Swinton nel doppio ruolo di due giornaliste sorelle e ficcanaso) a rassicurare i finanziatori di New York: lo vediamo preoccuparsi della gravidanza indesiderata della sua diva acquatica (una Scarlett Johansson simil Esther Williams), delle lamentele di un regista (Ralph Fiennes) che deve far recitare un attore negato (Alden Ehrenreich) o delle possibili reazioni ecclesiastiche a un film su un centurione (George Clooney) che si converte al cristianesimo. E come se non bastasse, un gruppo di sceneggiatori «comunisti» istruiti da Herbert Marcuse e guidati da un attore-ballerino (Channing Tatum, sorprendente) rapiscono proprio l’attore-centurione per chiedere un riscatto.
Diversamente da quella raccontata venticinque anni fa in Barton Fink (dove gli studios si chiamavano anche là Capitol) questa Hollywood è divertente e spiritosa, oltre che magnificamente fotografata da Roger Deakins, e mai oltraggiosa: «Abbiamo ricostruito quegli anni con affetto e ammirazione — hanno dichiarato i due registi a Berlino — ma anche senza nessuna nostalgia, visto che nel 1955, quando il film è ambientato, uno di noi nemmeno era nato. Piuttosto abbiamo cercato di trasmettere il fascino che esercita la mitologia della fabbrica del cinema».
Fascino comunque mai esente da una buona dose di ironia, che si legge in tanti divertiti particolari: le discussioni «teologiche» sulla figura di Gesù, il balletto «omo» di Tatum ma anche la sua posa alla Washington secondo Leutze sulla barca che lo porta verso il sottomarino sovietico, il nome hitchcockiano di Carlotta Valdes o il filo di pasta che diventa uno «spaghetti western». E sicuramente ne dimentichiamo.
Per non restare però prigionieri della sola dimensione parodistica, ecco il personaggio di Mannix, con i suoi sensi di colpa catto-tabagisti, il suo attaccamento al lavoro ma soprattutto con una dimensione di sofferto doverismo che si intreccia a un rassegnato fatalismo. E che riequilibra il film verso una malinconia esistenziale — «alla Giobbe» — che mi sembra la nota più autentica (e convincente) del cinema dei fratelli Coen. E di questo film.

VOTO: 3,5/4

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