Dalla rassegna stampa Personaggi

Il corpo e le immagini del Pasolini performer

Una mostra al Mambo, nella Bologna in cui lo scrittore nacque e studiò, documenta le passioni di una vita

BOLOGNA – Se lo avessero lasciato vivere, forse oggi avremmo risolto il problema un po’ pedante, da dizionario biografico, di come definire Pier Paolo Pasolini: poeta, regista, scrittore, saggista, giornalista, drammaturgo… Forse con performer, parola che lui probabilmente avrebbe detestato, ma che cos’era quel suo uso sempre più insistente del proprio corpo, quello che lo portò, pochi giorni prima di morire, a farsi fotografare nudo da Dino Pedriali, come spiato dalle finestre della sua casa-eremo di Chia? Comunque a Bologna, il 31 maggio del 1975, cinque mesi prima che venisse ucciso, una performance vera e propria la fece davvero: facendosi proiettare addosso, sul corpo, da Fabio Mauri, il suo Vangelo secondo Matteo, come a tatuarsi la crocifissione sul petto. Inquietante profezia.
Ed è Bologna, oggi, che gli dedica la mostra di chiusura del quarantesimo anniversario dalla morte violenta. A Bologna Pasolini nacque, ci tornò a studiare, ci conobbe Laura Betti, ci fondò con Roberto Roversi la rivista Officina, ci incontrò Roberto Longhi a cui la sua cultura visuale fu così tanto debitrice, ci girò scene fondamentali di Salò, di Edipo Re. Bologna, che è una città pasoliniana senza saperlo, oggi forse ritroverà il suo artista in questa «Officina Pasolini» che la Cineteca comunale, vera officina di cinema ritrovato (ha appena restaurato in tutto il suo crudo sontuoso colore, appunto, il Salò), ha ricostruito per lui al MAMbo (fino al 28 marzo), in una grande sala acconciata un po’ a navata di chiesa romanica un po’ a capannone artigiano, appunto, come dire: «trasumanar e organizzar».
Una “mostra polifonica”, dicono i curatori, volutamente non cronologica e anti-biografica, anche se si apre con gli anni friulani e si chiude con i telegiornali che danno in modo freddo e scostante la notizia del suo massacro. Documenti privati e inediti dai fondi della famiglia e di Laura Betti, spezzoni di film (proiettati sulle “vetrate”), fotografie, disegni, manoscritti, libri, costumi, interviste, oggetti di scena, video, una navigazione a isole nell’arcipelago Pasolini, organizzato in nove “gironi” (un riferimento, questo un po’ ridondante, sempre al
Salò), gli studi, le battaglie, le svolte i pentimenti e le abiure, la critica della modernità, le visioni divine e infere, gli incontri vissuti e mancati (dalla Callas a Totò a Eduardo), l’incombenza e le figure della madre, le mitologie e le antimitologie (la televisione, la borghesia), e nella zona più oscura, dietro l’“altare”, un’officina nell’officina tutta dedicata a Petrolio, il testamento incompiuto. Un montaggio tridimensionale che abolisce le classificazioni per generi e medium e lascia come comun denominatore l’uomo Pasolini, l’artista e il suo corpo, appunto, come fosse una performance lunga una vita intera (e invece non intera, ma spezzata).

* LA MOSTRA Si è aperta al Mambo di Bologna “ Officina Pasolini”, una rassegna dedicata allo scrittore morto quarant’anni fa

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