Dalla rassegna stampa Cinema

Il cinema di Pasolini - racconti di vita

La cinematografia completa per la prima volta in edicola – Intervento inedito di Dacia Maraini


Il cinema secondo Pasolini

Propone profonde immersioni, il cinema di Pier Paolo Pasolini, espressione e in qualche modo sintesi delle sue visioni e del suo rigore, della sua ricerca intellettuale e delle sue ansie, delle sue denunce e delle sue disperazioni. Del suo essere poeta, ed ha valore generale quel che disse del discusso “Porcile”: per capirlo «bisogna avere più cuore che testa». Si pensi al dolore che pervade i primi film ma anche alle molte dimensioni di essi, a partire dalla ricerca estetica: per “Accattone” – prima uscita della collana di “Repubblica” in 19
dvd “Il cinema di Pasolini” – viene naturale evocare Masaccio e altri modelli pittorici, e
Mamma Roma (in uscita il 21 dicembre) è dedicato «a Roberto Longhi, cui sono debitore della mia “fulgurazione figurativa”». Altro ancora cerca Pasolini nelle borgate romane già raccontate nei romanzi degli anni Cinquanta (da Ragazzi di vita a Una vita violenta): i contorni e l’umanità di un mondo destinato a scomparire, nel tumultuoso e talora devastante affermarsi di trasformazioni profonde (di “genocidio” parlerà poi). Dalla compresenza di Italie radicalmente diverse nasce anche la riflessione insistita sulle deformazioni della nostra modernità: riflessione segnata al tempo stesso da un vissuto personale e politico. La storia di Accattone – ha annotato – ha la durata di pochi mesi, quelli «del governo Tambroni. Tutto nella mia nazione pareva riprecipitato nelle sue eterne costanti di grigiore, di superstizione, di servilismo e di inutile vitalità». Oggi sembra lontanissimo l’accanimento della censura e dell’Italia più reazionaria contro quei film o contro La ricotta, l’episodio di Ro. Go. Pa. G subito sequestrato e processato per vilipendio alla religione di Stato: pochissimo tempo dopo, nel 1964, Il Vangelo secondo Matteo (terza uscita della collana, 28 dicembre) non confermava solo un grandissimo regista ma “rivelava” ed alimentava fermenti già presenti nel mondo cattolico (ed era dedicato con naturalezza «alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII»). Un film sulla religiosità e sull’uomo, sulla povertà e sulla speranza, sul dolore e sull’amore. Un Gesù carico di tristezza e di solitudine, in cui Pasolini riversava la sua «nostalgia del mitico, dell’epico, del tragico», per usare ancora le sue parole. Una nostalgia o una “resistenza” che si contrapponevano a quel che odiava del suo tempo: cinismo e brutalità quotidiana, disponibilità al compromesso e al conformismo. Un tempo contro il quale evocava, qui e altrove, «la scandalosa forza rivoluzionaria del passato». Ad esso comunque guardava, alle sue illusioni e alle sue delusioni, come nell’inchiesta di Comizi d’amore: «nell’Italia del miracolo economico speravamo ingenuamente di trovare anche un miracolo culturale e spirituale» ma il film rivelava impietosamente che così non era. Comprendiamo meglio allora il suo sguardo sul Terzo Mondo, in cui scorge «la lenta morte del mondo contadino che sopravvive popolando continenti» ( La rabbia): e lo vede iniziare nelle stesse borgate romane (si veda anche su questo La voce di Pasolini, il bel documentario di Matteo Cerami e Mario Sesti, che chiuderà la collana). Comprendiamo meglio, anche, le dimensioni allegoriche e simboliche che in Uccellacci e uccellini annunciano la fine dell’Italia del dopoguerra e la crisi dell’ideologia (molto prima che questo tema diventi luogo comune e senza le derive intellettuali che verranno poi). Vi è indubbiamente un prima e un dopo nel suo percorso: «prima ho cercato di fare film gramsciani, per il popolo (…). Il popolo nella società consumistica è diventato massa. Non c’è speranza di fare film per la massa, allora ho tentato di fare film d’élite ». Ha proseguito la sua ricerca, in altri termini, e in più direzioni: con il viaggio nel mito di Edipo re o, in Medea, con l’evocazione dell’«urto drammatico tra un vecchio mondo religioso e un nuovo mondo laico». Vengono in questo stesso periodo film discussi come Teorema – l’incapacità dell’uomo moderno di percepire il sacro, forse – o Porcile, evocazione di una società che «non divora solo i figli disobbedienti ma anche i figli indefinibili, misteriosi». Viene poi il vitalismo della Trilogia della vita ( Il Decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle mille e una notte), di cui pronuncia presto la Abiura. Affidata ad uno scritto: «la lotta progressista per la democratizzazione espressiva e per la liberalizzazione sessuale è stata brutalmente superata e vanificata» da un potere consumistico che ha violato e manomesso anche «la “realtà” dei corpi innocenti». Affidata soprattutto a Salò, evocazione del potere come male e dominio assoluto: in quel film – dice a Stoccolma il 30 ottobre del 1975, alla vigilia della morte – il sesso non è più «usato come qualcosa di gioioso, di bello e perduto ma come qualcosa di terribile. Quello che ha fatto Hitler brutalmente, distruggendo i corpi, la civiltà consumistica l’ha fatto sul piano culturale». A Paolo Volponi aveva detto: «finito Salò non farò più cinema, almeno per molti anni».

Repubblica presenta tutti i film dell’autore in 19 dvd Ognuno è arricchito da interventi di grandi protagonisti della cultura Si parte con “Accattone”

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