Dalla rassegna stampa

La battaglia sui figli on demand

Partito come l’ultima sfida delle femministe in difesa del corpo delle donne, l’appello contro l’utero in affitto ha scatenato un dibattito in cui ogni soluzione proposta rischia di creare discriminazioni: ora verso i gay, ora verso le donne stesse.

E intanto resta sullo sfondo un’altra questione fondamentale: il destino dei bambini

ANNALISA CUZZOCREA LAURA MONTANARI

IL campo di battaglia è sempre lo stesso, il corpo delle donne. È così dai tempi dell’aborto, della fecondazione assistita e adesso della maternità surrogata, o utero in affitto, come lo chiama chi ne chiede la messa al bando. Un campo in cui si incrociano i predicatori della maternità naturale, certi tiratori scelti della bioetica e, fra mille lacerazioni, il mondo del femminismo. L’ultima miccia è stata accesa da Senonoraquando-libere: «Rifiutiamo di considerare la “maternità surrogata” un atto di libertà o di amore», si legge nell’appello. «Non possiamo accettare che le donne tornino a essere oggetti a disposizione». Seguono le firme di intellettuali e artisti. Dacia Maraini oggi si smarca: «Ho firmato, ma la mia è stata una scelta frettolosa – ammette – sono perplessa, serve un confronto più profondo».
È sempre sfruttamento o può essere libera scelta generare un figlio per altri? Dobbiamo accettare i limiti posti alla scienza dalla natura o è necessario aprire la legislazione italiana a realtà diverse e già esistenti? Soprattutto, che spazio hanno – nel dibattito – i diritti dei bambini? Il diritto di non essere discriminati a seconda di come si è venuti al mondo? La materia è delicata, ovunque tocchi, qualcuno si sente ferito. «Esaminiamo un caso reale – dice Maurizio Mori, docente di Bioetica all’università di Torino – due sorelle, una giovane malata di tumore e l’altra sana che ha due bambini. Anche la prima vorrebbe un figlio, ma i medici le dicono che è pericoloso. La sorella le va in soccorso offrendosi per la maternità: come lo chiamiamo se non un gesto di solidarietà e d’amore? Perché impedirlo?».
GPA O UTERO IN AFFITTO
«Non sono i nomi a essere diversi, ma le cose di cui parlano», dice Andrea Rubera, che ha avuto tre bambini in Canada insieme al suo compagno. Quando si parla di utero in affitto si pensa subito agli episodi di sfruttamento di donne del terzo mondo. All’India, dove alcune cliniche offrono prezzi concorrenziali e le cronache raccontano di ragazze costrette a divenire madri per conto d’altri senza adeguate tutele sanitarie. La “gestazione per altri” cui si accede in Canada o negli Stati Uniti – di cui si sono avvalse alcune coppie di omosessuali italiani e cui fanno ricorso ben più spesso coppie etero – segue invece regole precise a garanzia delle donne. P er alcune femministe si tratta comunque di pratiche da condannare perché mercificano donne e bambini.
LA QUESTIONE ECONOMICA
Andrea e il compagno sono andati in Canada, dove tutte le persone coinvolte(aspiranti genitori, donatrice dell’ovulo e portatrice) sono sottoposte a colloqui con medici, psichiatri e assistenti sociali. Con il nulla osta sono entrati in un database e sono stati scelti da una donna lesbica che ha due figli e voleva offrire quest’esperienza ad altri (in Canada la surrogacy è “altruistica”, senza compenso). «Al battesimo dei bambini lei ha raccontato di essersi sentita loro “complice”, colei che li ha custoditi per 9 mesi prima di darli ai loro genitori ». Claudio Rossi Marcelli nel 2011 ha scritto un libro “Hello daddy!” per raccontare la storia sua e del suo compagno che oggi vivono in Danimarca e hanno tre figli: «In America ci sono agenzie che si occupano di selezionare le possibili madri e hanno criteri precisi di età, reddito e salute per le donne che si offrono ». La questione economica esiste: «Noi abbiamo pagato 20mila dollari, ma poi ci sono le spese mediche e le spese legali per i certificati di nascita, non c’è dubbio che i costi lievitino». Fino ad arrivare a? «Circa 100mila euro».
OMOSESSUALI DISCRIMINATI
Secondo alcuni la battaglia contro la gpa discrimina i gay a favore delle lesbiche, che possono avere figli senza bisogno della surrogacy. Cristina Gramolini presidente di Arcilesbica Lombardia e firmataria dell’appello di Senonoraquando-Libere – lo ritiene un falso problema: «Non è che a noi lesbiche viene attribuito un privilegio da norme fraudolente, non dobbiamo sentirci in colpa perché in quanto donne ci risulta più facile essere madri. Soprattutto, non per questo dobbiamo giustificare forme di commercializzazione degli esseri umani».
I DIRITTI DEI BAMBINI
Il dibattito in corso è stato usato – soprattutto dal centrodestra, ma anche da alcuni esponenti p d – per rimettere in discussione il ddl sulle unioni civili. A rischio è la parte sulla stepchild adoption, la possibilità di adottare il figlio del partner che si vorrebbe stralciare dal testo. «Una legge cattiva come la legge 40 sulla fecondazione assistita – dice il senatore Sergio Lo Giudice – conteneva un punto di civiltà: pur vietando l’eterologa, sanciva che nei casi in cui una coppia fosse andata all’estero per farla, il partner non poteva disconoscere il bambino. Il legislatore assumeva come priorità assoluta l’interesse del figlio. È la stessa cosa che stiamo cercando di fare con la stepchild adoption: garantire a tutti i bimbi gli stessi diritti. Assicurare loro due genitori. Fare in modo che nel caso a quello naturale accada qualcosa, colui che resta possa essere considerato suo padre». Lo Giudice ha un bimbo di un anno e mezzo con il suo compagno. «Lo abbiamo fatto nascere grazie a una donna californiana con cui siamo in continuo contatto e che presto andremo a trovare. Quando arriverà il momento delle domande, gli diremo tutto, non c’è nulla di cui dobbiamo vergognarci». Spiega Andrea Rubera: «Artemisia che oggi ha 4 anni, è mia figlia biologica. Jacopo e Cloe, che ne hanno 2, sono figli del mio compagno. Quando siamo in Canada, dove siamo sposati, siamo una famiglia e loro sono fratelli. Bastano 9 ore di volo per tornare qui e ritrovarci come due single che vivono insieme con bimbi che non sono considerati fratelli tra loro. Se Dario andasse via coi gemellini io non avrei diritti su di loro e i bambini non avrebbero la mia tutela. Lo stesso se io portassi via Artemisia. Per andare a prenderli a scuola dobbiamo firmarci le deleghe, come per le tate». Un problema che vivono tutti i giorni Marilena Grassadonia, presidente delle famiglie Arcobaleno, e la sua compagna. Hanno tre bambini, ma Flavio, nato da Marilena, non è considerato per la legge italiana fratello di Diego e Jordi: «Non a caso abbiamo varato la campagna Figli senza diritti. Sono figli voluti, cittadini italiani, vogliamo porci il problema di come tutelarli al di là dei folli dibattiti sulle biologie?»

IL MANIFESTO
“ Se non ora quando- libere” ha lanciato nei giorni scorsi un appello contro l’utero in affitto: è sfruttamento del corpo delle donne, mercificazione. « Avere figli non è un diritto a tutti i costi » , sottolineano i firmatari.
LA POLEMICA
Il mondo femminista si divide sull’appello: chi lo critica considera la maternità surrogata un atto d’amore. La destra sottoscrive in pieno il manifesto e chiede stralci alla legge sulle unioni civili
LA LEGGE
La proposta sulle unioni civili prevede la possibilità di adottare i figli del compagno/ a. Per i cattolici significa come riconoscere la maternità surrogata, vietata in Italia ma praticata all’estero }

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I DIRITTI DEI BAMBINI E DEI GENITORI

CHIARA SARACENO

LE obiezioni al ricorso alla gestazione surrogata non devono essere utilizzate per ostacolare la possibilità di adottare da parte delle coppie dello stesso sesso. La disponibilità a fare da genitori ad un bambino è un bene prezioso che va riconosciuto e sostenuto. Risponde al “diritto alla famiglia” solennemente sancito dalla dichiarazione internazionale dei diritti del fanciullo, che ha per la prima volta riconosciuto, appunto, i minori come soggetti di diritti in proprio. Se esistono disponibilità e capacità generativa, ovvero a far posto, riconoscere e crescere un piccolo, non c’è obiezione legata alla appartenenza di sesso che tenga rispetto all’adozione, non solo del figlio/a del compagno, ma alla adozione tout court. Come nel caso delle coppie di sesso diverso, ciò che rileva è solo quella capacità e disponibilità.
Impedire l’adozione del figlio del compagno/ a perché potrebbe avvallare la gestazione surrogata, oltre a mettere insieme in un’unica categoria bambini adottati, orfani di un genitore o non riconosciuti da un genitore e nati per gestazione surrogata, equipara impropriamente le coppie lesbiche (che normalmente non ricorrono alla gestazione surrogata) a quelle gay. Sopratttto, nega di fatto il diritto dei bambini in queste coppie ad avere legalmente due genitori, anche quando questi sono disponibili. Una situazione analoga a quella, fino al 1975, dei figli nati fuori dal matrimonio da genitori non sposati tra loro ma con altri. In nome del principio dell’unità della famiglia (legittima), e del giudizio negativo sulla sessualità extraconiugale (specie di quella delle donne) questi figli non potevano essere riconosciuti dal padre, se era sposato con un’altra donna, né dalla madre, se era sposata e suo marito disconosceva il figlio non biologicamente suo. I diritti dei bambini venivano sacrificati sull’altare di “principi” e “valori”. Questa situazione è stata parzialmente sanata nel 1975, anche se si è dovuto aspettare il 2013 per equiparare definitivamente figli naturali e legittimi. Non abbiamo imparato proprio nulla da questa vicenda?
Rimane la questione della gestazione surrogata, che riguarda sia (soprattutto) le coppie di sesso diverso sia quelle dello stesso sesso, specie se maschili. Qui il dibattito è aperto e probabilmente rimarrà tale per molto tempo. Sono due le questioni in gioco. I bambini non sono merce e non possono, non dovrebbero poter essere comprati e venduti. Il corpo delle donne non è un contenitore che non può, non dovrebbe poter essere affittato più o meno consensualmente per conto terzi e la gravidanza non è un tempo vuoto, privo di conseguenze sulla psiche della donna e del bambino. Insieme, questi due elementi inducono a chiedere che sia vietata la gestazione surrogata a pagamento e da parte di donna che non ha alcun diritto e dovere rispetto al nascituro, una situazione purtroppo diffusa in alcuni Paesi dell’Est europeo, che si stanno specializzando nell’industria del “bambino chiavi in mano”, ed extra-europei, dove, soprattutto in India, si assiste a forme di sfruttamento e semi- schiavitù durante la gravidanza.
Ma esistono anche situazioni meno univocamente negative. Può succedere che una sorella, un’amica, si prestino per solidarietà e affetto a portare avanti una gravidanza per chi — donna — ne è altrimenti impossibilitata. Così come succede che coppie di sesso diverso o di uomini stabiliscano un’alleanza con una donna (o con due, nel caso di distinzione tra donatrice di ovulo e di gestazione) per “avere un figlio insieme”, senza quindi escludere nessuno, tanto meno la gestante, dalla esperienza relazionale e affettiva del bambino che nasce così. In alcuni Paesi in cui è legale la gestazione surrogata la gestante appare sempre legalmente come madre ed ha l’ultima parola, ovvero può decidere di tenere con sé il bambino. In una situazione di incertezza e di forme di regolazione difformi da Paese a Paese con forti rischi di sfruttamento e di mercificazione può essere opportuno vietare il ricorso alla gestazione surrogata, in Italia e all’estero, per coppie dello stesso sesso e di sesso diverso, senza che ciò rilevi per l’accesso all’adozione come coppia, o del figlio del compagno/a, e facendo una sanatoria per il pregresso, per salvaguardare i diritti dei bambini eventualmente già nati tramite gestazione surrogata. Nel frattempo, continuiamo a mantenere aperta la riflessione sulla possibilità che sia possibile una gestazione surrogata all’interno di una genitorialità allargata e solidale, fuori mercato (ma con rimborso delle spese sostenute dalla gestante) e con rispetto sia dei desideri e diritti della gestante, sia del diritto del bambino ad avere rapporti con lei.

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L’INTERVISTA 1/ LIDIA RAVERA, SCRITTRICE

“Se la scelta è libera non c’è sfruttamento”

SONO contro i divieti, sono per la libertà di scelta da parte delle donne ». Lidia Ravera, voce storica del femminismo, è la scrittrice del romanzo che fece scandalo a metà degli anni Settanta, Porci con le ali (con Marco Lombardi Radice), ma anche di Piangi pure e del recente Gli scaduti.
Che cosa pensa delle polemiche sull’appello di Snoq-libere contro la maternità surrogata?
«Non le ho seguite direttamente, ma sono per la libertà femminile di gestire quel dispositivo che forma e fa nascere l’essere umano. Questa libertà non è divisibile, è un privilegio pesante e una responsabilità celeste, ma la scelta della singola donna è il solo criterio possibile».
Non pensa ci possa essere il rischio di uno sfruttamento economico per la donna?
«Il pericolo ci può essere e va tenuto in considerazione. Ma pensare di governare una materia così complessa con un divieto espone le donne a un doppio rischio: là dove una pratica è vietata, non è più controllabile. Le battaglie del movimento femminista sono sempre state in favore della libertà: la legge sull’aborto ha fatto diminuire gli aborti e le morti per aborto, ci siamo occupate di controllo delle nascite e abbiamo svincolato il sesso dalla procreazione…».
Ritiene che l’appello contro l’utero in affitto sia un errore?
«Penso che non si possa appiattire un tema così con un appello che parla di indignazione e divieti, dietro una scelta come la maternità surrogata ci può essere una motivazione economica, ma anche amore, amicizia o altro. Le motivazioni sono più ampie e sfaccettate: è un dibattito prima culturale, poi politico. Trovo quell’appello pericoloso perché rallenta il processo (lungo e faticoso) della legge sulle unioni civili. Modernizzare il Paese vuol dire anche consentire al desiderio di maternità e paternità di diventare un diritto. L’appello contiene una preoccupazione reale quando parla di possibile sfruttamento delle donne, ma non è quella del divieto la strada giusta ».
Qual è allora la strada?
«La libertà non è divisibile. Una legge che consente è anche una legge che protegge. Perché si parla poco o niente di come è cambiata la maternità, del fatto che le donne fanno figli più avanti negli anni perché prima, economicamente, spesso non se li possono permettere? Perché non aiutarle con la scienza ad essere madri, visto che non possono più essere madri giovani?». ( l. m.)

Lidia Ravera

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“Per me, gay, ogni diritto deve avere un limite”

CATERINA PASOLINI

L’INTERVISTA 2/ AURELIO MANCUSO, EX PRESIDENTE ARCIGAY

AURELIO Mancuso, ex presidente di Arcigay e leader di Equality, è contrario all’utero in affitto: «È un crimine contro l’umanità quello che avviene nei Paesi poveri come l’India, dove le donne per miseria vengono sfruttate. Altro è quello che accade in Canada o America, dove i diritti sono parzialmente tutelati, anche se comunque non è una cosa mi piace». Mancuso ha firmato l’appello di Se non ora quando, provocando polemiche anche nel mondo omosessuale.
Pentito di aver firmato?
«Non nel merito. Il problema è che la destra cattolica strumentalizza la polemica sull’utero in affitto, pratica che nessuno ha mai proposto in Italia, per far saltare la legge sulle unioni civili.
Così si mandano in fumo anni di mediazione perché anche i gay abbiano diritti, perché possano avere unioni riconosciute e la possibilità di adottare i figli del proprio compagno. A pagare sono ancora una volta i più indifesi, i bambini: devono avere diritti, non importa come sono venuti al mondo ».
Si stanno mettendo i gay sotto accusa?
«La gente si dimentica che è eterosessuale la maggior parte delle coppie che va all’estero in cerca di una madre surrogata. Certo, un difetto della comunità Lgbt è stato non voler affrontare l’argomento a fondo, privilegiando il diritto ad avere figli».
Che cosa unisce il suo no all’utero in affitto all’essere favorevole all’adozione?
«L’interesse dei bambini. Ai quali vanno garantite relazioni affettive e di qualità. Io sono per il matrimonio per i gay, l’adozione dei figli del compagno, perche abbiano legami e sicurezza nella vita. Ma penso che ci debbano essere dei limiti etici per tutti».
Quali sono questi limiti?
«Non esiste solo il desiderio di diventare genitori, ma anche quello di chi ha instaurato un rapporto col piccolo durante la gravidanza e l’interesse del bambino. Non bisogna limitare la sua possibilità di avere relazioni con chi l’ha messo al mondo. Devo dire che la maggior parte delle coppie gay che hanno scelto la maternità surrogata — poche decine in Italia — ha mantenuto legami con le donne che li hanno resi padri».
Che fare se si è omosessuali e maschi?
«In Inghilterra ci sono associazioni che mettono i n contatto uomini e donne che desiderano diventare genitori condividendo le resposabilità: in questo caso il piccolo si ritroverà con una mamma e due papà».

Aurelio Mancuso

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