Dalla rassegna stampa

MADRI SURROGATE COME UNA MERCE

Non esiste un diritto ad avere figli a tutti i costi. Con la maternità surrogata le donne e nove mesi di vita vengono trasformati in una merce. Ma non tutto è disponibile.

Il dibattito: è una nuova forma di sfruttamento o la possibilità in più di avere figli per coppi (etero e omosessuali) infertili?

Le ragioni del NO

DI Luisa Muraro

Non esiste il diritto ad avere figli a tutti i costi. Chi lo cerca con l’utero in affitto entra in un mercato in cui la donna è messa sotto contratto con clausole varie dettate dal compratore.
Definire schiave queste donne è retorica che copre il mercimonio. Viviamo in una situazione in cui il mercato ammette che si possa trasformare nove mesi della vita di una donna in merce. La cultura neo liberista si impadronisce delle conquiste femminili facendo passare il profitto per libertà di scelta.
Quarant’anni di lotte hanno sganciato le donne dalla subordinazione, trasformando i rapporti tra i sessi. L’utero in affitto non è un diritto e non è libertà. È come dire che la prostituzione è sempre una libera scelta. È menzogna. Chi si sente libera lo fa e non chiede diritti, legalizzare la prostituzione serve solo a dare garanzie agli sfruttatori.
Ci sono cose sgradevoli e contrarie alla civiltà e altre che la favoriscono. La relazione materna è una di queste ultime. Va custodita come un bene. Non sappiamo cosà può produrre nelle creature future quel «passaggio».
Probabilmente man mano che la libertà femminile si rafforza si vedranno situazioni speciali che consentiranno di trasformare la relazione materna in qualcosa di nuovo. Se necessario.
Occorrono, però, garanzie di gesti fatti per amore e liberamente. Finché ci sarà l’utero in affitto è inutile farsi illusioni: passerà per donazione quella che è una compravendita. Io sostengo che abbia a che fare con l’invidia maschile della fertilità femminile. In passato hanno anche tentato grotteschi esperimenti per impiantare uteri nei loro corpi. Oggi alcuni direbbero che questa invidia può essere gratificata. Basta il denaro. Eh no. L’utero in affitto contrasta con lo spirito della civiltà europea. Di una civiltà che non vuole la vendita di organi né di altro materiale del vivente. Ma la donazione. Quello è lo spirito della legge.
Adesso ci chiediamo se questa etica possa essere trasferita anche alla maternità, in forma di utero di una donna che lo mette liberamente a disposizione di altre. I punti su cui dobbiamo interrogarci sono diversi. Deve essere un dono, e la gratuità deve essere certa, come per il sangue e gli organi, certificata da un’autorità affidabile.
Non basta: va prevista la possibilità che la donante possa cambiare idea. Portare in grembo una creatura, è risaputo, sviluppa nella donna una relazione così profonda che perfino il distacco del parto può metterla in difficoltà.
Dove stanno andando ora i compratori di uteri? Nei Paesi dove il contratto è una finta perché lei non potrà tirarsi indietro, garantiscono per lei mariti, fratelli, padri e anche madri, solitamente poveri.
I sacrosanti desideri di maternità e paternità di donne e uomini non fertili possono essere appagati, ma a certe condizioni. Ci sono limiti anche alla scelta di donne che si sentono onnipotenti nell’atto di mettere a disposizione il loro utero. Una donna che vuole offrirlo, lo offra gratis e si rivolga a un’autorità morale informandosi sulle persone a cui donerà questa creatura. Questa è anche la posizione di Arci lesbica. Non venga, però, sventagliato come un diritto. È una possibilità e tale deve rimanere.
La questione resta morale e di civiltà. E qui incontriamo un altro punto su cui dobbiamo interrogarci: ed è l’idea di «non disponibile», che non vuol dire proibito.
Non tutto è disponibile all’essere umano. Non è questione di tecnologia e non deve diventare questione di soldi, è una questione di misura interiore, è fondamentale che si accetti la corporeità vivente, il nostro essere corpo con le sue determinazioni.

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Le ragioni del SI

È UN CONTRATTO TRA PARTI LIBERE

di Emanuele Trevi

Il mio augurio è che solo una parte minoritaria si riconosca nell’appello contro la pratica della maternità surrogata. È un contratto libero. Metterlo al bando favorisce l’illegalità.
M i auguro che sia solo una parte minoritaria del vasto mondo femminista quella che si riconosce nel recente appello italiano contro la pratica della maternità surrogata, più conosciuta con la formula, de-cisamente spregiativa, di «utero in affitto». Questo appello italiano, firmato dal movimento «Se non ora quando», segue di qualche tempo uno analogo francese, ugualmente sconcertante sia per l’opinabilità dei presupposti morali e filosofici spacciati per verità eterne e incontestabili, sia per le misure giuridiche che vengono invocate.
Partiamo dal fatto nudo e crudo. Una donna, nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, ed esercitando la sua libertà, aiuta con il suo corpo una coppia a far venire al mondo un figlio, sobbarcandosi, in cambio di un compenso pattuito, la gravidanza. Questo contratto fra esseri umani liberi e consapevoli, che non comporta nessuna forma di violenza o sfruttamento, è permesso solo in alcuni Paesi. In Canada, negli Stati Uniti, in Grecia leggi eque e trasparenti regolano ogni aspetto di questa complessa avventura umana. In altri Paesi la norma è più restrittiva, in altri ancora, come accade in tutte le cose di questo mondo, le norme possono essere perfezionate, e in ogni caso andranno monitorati con enorme attenzione gli effetti sulla salute delle donne che «affittano» l’utero a un ovocita non loro. E nessuno può affermare che questa non sia una vicenda complessa, più complessa di una normale maternità, che necessita in chi la affronta energie e attenzioni particolari. Non l’hanno presa certo sotto gamba i legislatori americani.
Possiamo dire che sotto i nostri occhi si sta svolgendo un esperimento umano che è tanto più bisognoso di legalità e di garanzie quanto più è delicato, ricco di incognite. A sua difesa, potrei suggerire che il principio stesso della surrogacy , considerato in sé, vale a dire la possibilità di prendere su di sé una parte del destino di un altro, è uno dei fatti che può renderci fieri di essere umani. E mi stupisce che molte critiche all’«utero in affitto» (lo chiamo così, non vedendo nulla di male né nel concetto di «utero» né in quello di «affitto») si fondino sul fatto che questa surrogacy sia pagata, perché è come se sostenessi che la musica di Mozart è svilita dal fatto che pago il biglietto del concerto. Tassato e sancito da un contratto, il denaro è il baluardo dei diritti, non dello sfruttamento invocato a sproposito dalle autrici dei due manifesti.
Quanto agli altri argomenti usati per far cessare quello che si ritiene una specie di crimine contro l’umanità, stupiscono per la loro povertà concettuale. Cent’anni di pensiero femminista hanno partorito una concezione della maternità così mistica e nello stesso tempo così angusta? Non sarebbe bastato alle autrici del manifesto, per allargare le loro idee, conoscere qualche bambino allevato con amore da coppie che si sono fatte aiutare a farlo venire al mondo? Ma tutto questo non meriterebbe, forse, un rifiuto così netto se la conseguenza ultima di queste opache premesse non fosse, a chiare lettere, la più odiosa delle proposte: proibire, mettere al «bando», come si diceva della armi atomiche.
Tutto il resto va bene, ma questa è una cosa grave. Tanto più grave se si pensa che tutta la battaglia per la legge 194, che è una delle più belle pagine della storia civile italiana, fu imperniata proprio sulla piaga dell’aborto clandestino. Cosa volete creare con il vostro «bando»? Un nuovo mercato di organi? Piombare una pratica umana che non comporta violenza e sfruttamento nell’illegalità è un delitto dalle conseguenze infinite e mostruose. Se questo è pensiero, c’è da sperare che i nostri politici non cambino mai la loro antica abitudine di essere sordi alle voci degli intellettuali e dei movimenti di opinione .

«Ho messo al mondo i loro tre figli E ora ci sentiamo una famiglia»

Tara e i parti per una coppia gay italiana. Anche gli ovuli da una sola donatrice

«L’ho detto anche a Claudio: non diventerò mai presidente, non troverò la cura del cancro, ma questo era qualcosa che potevo fare per cambiare la vita di qualcuno. Non avevo idea di quanto avrebbe significato anche per me». Tara Bartholomew è una madre di famiglia 44enne della classe media americana, in Ohio. La cosa straordinaria di cui parla è aiutare Claudio Rossi Marcelli, scrittore e giornalista italiano, e il marito Manlio ad avere un bimbo. Anzi, tre: Clelia e Maddalena, gemelle di 8 anni, e Bartolomeo, di 4, concepiti grazie all’ovulo di una donatrice, Jamie Kramer, e portati in grembo da Tara.
«Ho deciso di diventare una madre surrogata dopo che mia sorella ha perso un bimbo un mese dopo la nascita di mia figlia. Mi aveva fatto sentire impotente — dice —. Mia sorella è gay e avevo visto le pressioni che aveva dovuto affrontare prima di decidere di fare un figlio, a cominciare dal timore dei pregiudizi. All’epoca lavoravo per un ginecologo e assistevo ogni giorno alle sofferenze delle coppie infertili. In più una delle nostre pazienti era una madre surrogata e aveva amato l’esperienza: mi è sembrato naturale farlo».
Si è iscritta a un’agenzia e ha incontrato Claudio e Manlio che dall’Italia stavano pensando di ricorrere alla gestazione per altri. «Prima di deciderci però, abbiamo voluto incontrarla — ricorda Claudio —: “Lo sai che in Italia ti considererebbero pazza?” le ho detto. Abbiamo subito avuto la sensazione che tra noi fosse successo qualcosa di speciale». Negli Usa la donna sceglie la coppia per cui avere la gravidanza e Tara non ha avuto dubbi: «Mi sono sembrate due persone che si amano molto». Ha contato anche il fatto di ricevere un compenso: «Circa ventimila dollari, che ho messo nel fondo per pagare l’università ai miei figli».
Così le è stato impiantato un ovulo fecondato con il seme di Claudio ma fornito da una donatrice, come in un’eterologa (negli Usa lo prevede la prassi perché il bambino che nasce non sia figlio biologico della partoriente). A donare l’ovulo è stata Jamie Kramer, 33 anni, del Michigan. «Ci ho pensato a lungo: avevo poco più di vent’anni e facevo l’attrice a New York, ha pesato la motivazione economica — racconta —. Ma è stato quando una mia zia ha avuto un aborto spontaneo che ho visto la bellezza di aiutare un’altra famiglia a concepire un bimbo». All’inizio Claudio e Manlio non la conoscevano: le hanno scritto dopo la nascita di quelle che, a sorpresa, si sono rivelate due gemelle. Tara le ha partorite d’urgenza, chiamandoli alle prime doglie. Sono rimasti in Ohio per qualche settimana dopo il parto e poi sono ritornati in Italia con le bambine: «Sanno da subito come sono nate: abbiamo spiegato loro che non avendo la pancia abbiamo chiesto aiuto a Tara».
«Siamo rimasti in contatto e ci vediamo ogni volta che possiamo — dice lei —. Sarebbe stato molto triste se fossero spariti dopo la nascita». Per Claudio e Manlio è stato ovvio chiederle di aiutarli ad avere anche il terzo figlio: «Se ci avesse detto di no, avremmo rinunciato». Stavolta Manlio ha fornito il seme, Jamie ha fatto di nuovo da donatrice ed è nato Bartolomeo. Quattro anni fa al parto c’erano anche i due papà, mentre Jamie è arrivata poche ore dopo con il suo compagno e ha incontrato i bimbi per la prima volta. Da allora sono una presenza costante nella vita gli uni degli altri. «È stato un dono, non mi sono pentita neanche per un momento», dice Jamie, che oggi ha una figlia sua. «Siamo una famiglia — le fa eco Tara —. I nostri figli si vogliono bene e i miei si sentono dei fratelli maggiori». Anche Claudio è d’accordo: «Siamo entrati in una famiglia allargata: ci mancano ancora le parole per dirlo, ma facciamo tutti parte della stessa storia».
Elena Tebano


da La Repubblica

L’utero in affitto divide le femministe “Sbagliato dire no”

Scontro tra le due anime di “Se non ora quando” “L’appello danneggia la legge sulle unioni civili”

CATERINA PASOLINI

ROMA – L’altra metà del cielo si è spezzata, scossa da fulmini e temporali. «Omofobe, paternaliste » sono le accuse lanciate contro l’appello di “Se non ora quando- libere”» per vietare la maternità surrogata. Parole che lacerano il mondo femminista, mentre cresce un dibattito doloroso, che vede su fronti opposti l’associazione guidata da Cristina Comenicini che ha lanciato l’appello e “Se non ora quando-factory”, la costola fondata dalla sorella Francesca assieme a molte altre realtà della galassia femminile. Un dibattito che si allarga dalla «Casa delle donne» al web, dai social ai blog come Femministerie. Sono attiviste deluse a parlare, sociologhe e bioeticiste, esponenenti del mondo gay che sentono l’appello come «una pugnatala alle spalle», scrittrici, sociologhe a confrontarsi con rispetto ma visioni diverse. Col rischio ben presente di essere strumentalizzate dalla politica».
«Io sono semplicemente a favore della possibilità di scegliere, perchè dove c’è libertà di scelta c’è anche maggior responsabilità. Questo appello lo trovo paternalista, è come se dicesse alla donna: non sei capace di decidere, di proteggerti, ci penso io. E poi esclude che qualcuna possa fare la gravidanza surrogata anche per motivi diversi dalla disperazione economica», dice Chiara Lalli, filosofa morale, esperta in bioetica. «La realtà è più complessa, diversa, come dimostra il caso pubblicato ieri da Repubblica.it di Novella Esposito: sua madre ha portato in grembo il figlio che lei non poteva partorire perché senza utero. Può quindi esistere la possibilità di una maternità surrogata per affetto, amore, senza denaro. Per questo non mi piace l’idea del reato, della coercizione legale. C’è un rischio continuo si semplificazione, sei a favore o contro, quasi fosse una partita di calcio, forse la cosa più giusta è partire dalle cose che abbiamo in comune: siamo tutti contrari allo sfruttamento », Un abuso che c’è e cresce nei paesi poveri, sottolinea Paola Tavella, scrittrice, autrice di Madri selvagge, che da anni segue l’argomento ed è nettamente contraria alla maternità surrogata. «Innanzitutto diciamo che la surrogancy la fanno soprattutto le coppie eterosessuali, per cui è scorretto e strumentale da parte cattolica sovrapporre l’argomento con le unioni civili. E per chiarire, io sono favorevole alla pienezza dei diritti, matrimonio gay, adozioni, tutto uguale, e lo dico per esperienza personale avendo il mio ex marito adottato un bambino dopo essersi fidanzato con un altro uomo, ed essersi occupati tutti e due dei nostri figli in maniera straordinaria». Il problema, sottinea, non sono le unioni civili, ma lo sfruttamento delle donne come macchine per fare bambini: «Sempre più sono ovuli di ucraine sono trapianti su povere donne indiane perche nasca un bambino bianco. E così il movimento contro lo sfruttamento si allarga: Thailandia, Cambogia stanno studiando leggi per vietare l’abuso». E per i maschi gay propone l’esempio anglosassone: «In inghilterra ci sono agenzie, associazioni per cooparenting: mettono in contatto uomini e donne che vogliono figli in modo che i bambini abbiano un padre e una madre responsabili e presenti» Proprio partendo da questo punto Tavella condivide lo stralcio al ddl Cirinnà. E propone piuttosto una sanatoria per i bambini gia nati e poi stepchild adoption per tutti, «ma solo se c’è una vera madre».
Pesa le parole, Giorgia Serughetti, femminista, ricercatrice in sociologia all’università di Milano Bicocca, tra la fondatrici di “Se non ora quando-factory”: «Mi fa impressione che femministe parlino di utero in affitto, come se fosse la parte per il tutto, come se le donne non avessero capacitò di decidere, di scegliere. Quell’appello rischia di aumentare la confusione, di far usare lo spettro della maternità surrogata per impedire la possibilità di adozione della figlia del partner dello stesso sesso, come previsto dalla legge sulle unioni civili. Comunque io sono contraria al divieto universale di surrogancy, non si puo escludere la libera scelta, l’idea che ci siano madri, sorelle amiche disposte a farlo gratuitamente. E già accaduto, persino in Italia».

“Non si può escludere che la gravidanza surrogata sia una scelta volontaria della donna”
IN PIAZZA
Nella foto, una manifestazione delle associazioni lgbt in sostegno alla proposta di legge sulle unioni civili. L’Italia resta uno dei pochissimi paesi Ue a non riconoscerle

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MONICA CIRINNÀ (PD)
“Nessuno stralcio sulle adozioni da chi lo propone solo chiacchiere”

ROMA – «Nessuno stralcio. La stepchild adoption è incardinata nel disegno di legge sulle unioni civili e seguirà il suo percorso». Monica Cirinnà, deputato Pd, relatrice del ddl non ha dubbi.
Niente rinvii?
«No, leggo di presunti accordi, stralci, rinvii, tutte chiacchiere, l’unica cosa importante sono i fatti. E in questo caso si chiamano emendamenti. Per ora non sono stati presentati».
A quando la discussione?
«I capigruppo faranno una riunione prima di Natale fissando le sedute a gennaio, per allora emendamenti ci saranno. Certo poi è possibile che la direzione dia una linea, che ci sia la possibilità del voto di coscienza».
Cosa prevede la legge?
«Chiarisco una cosa: nel testo l’adozione del figlio del proprio compagno non è automatica».
Chi deciderà per i bambini?
«Bisognerà presentare domanda e la decisione spetterà al giudice minorile che valuterà le capacità genitoriali nell’interesse del piccolo».
C’è chi dice: così si favorisce l’utero in affitto. È vero?
«Termine orrendo, si chiama gestazione per altri, e soprattutto non è un tema in discussione in Italia. Nessuno ha mai proposto di consentirlo».
L’appello di “Se non ora quando- libere” ha però scatenato il dibattito.
«È stato un grande errore, non si possono presentare argomenti fuori contesto. L’appello è nato in Francia dove si parla di maternità surrogata, dove i gay possono sposarsi, hanno l’adozione piena dei figli del compagno. Qui le famiglie gay per lo Stato non esistono proprio».
( c. p.)


da La Stampa

Vietare o no la maternità surrogata? L’appello che divide femministe e gay

“Senonoraquando” scrive all’Ue: va fermata. Gli omosessuali: attacco alle unioni civili

ANTONELLA RAMPINO

ROMA – A quali bisogni o desideri risponde la maternità surrogata? Perché esiste ed è normata in paesi civilissimi come l’Inghilterra, gli Stati Uniti, il Canada? La genitorialità è genetica, come riconoscono quei Paesi, o madre è solo chi partorisce, come nel vecchio codice italiano? Può uno Stato liberale impedire a una donna che è nata senza l’utero di ricorrere a un’altra donna, consenziente? Perché alcune coppie, e sono soprattutto etero, vogliono avere dei figli che abbiano almeno una porzione del loro genoma? Il dna assicura maggiore genitorialità dell’amore? La natura è superiore alla cultura? Quand’è che le più avanzate tecniche riproduttive diventano abominio? Se il corpo appartiene solo all’individuo, si può impedire a una donna di farne quel che crede gridandole «non sei un forno»? Che cosa accadrà, e che ne sarà delle polemiche dell’oggi, quando la scienza, che già è giunta alla sintesi in vitro dello spermatozoo, arriverà all’utero artificiale? Ci sono questioni che sono punti interrogativi messi in fila, questioni delicate e complesse sulle quali invece capita che in Italia si usi il ponte levatoio, come se bastasse proibire per risolvere.

Il caso è quello dell’appello all’Europa (la culla dei diritti…) di Senonoraquando per vietare la maternità surrogata. Le femministe che gridavano «l’utero è mio» e adesso vogliono imporne il (non) uso ad altre donne, contro i gay che fiutano il tempismo di un ulteriore attacco ai già pallidi diritti della legge sulle unioni civili. Una rissa da pianerottolo italiano? In realtà si tratta di «alcune femministe», come ha notato la giornalista e scrittrice Chiara Calace, poiché in effetti tra le firme vi sono molti bei nomi del mondo dello spettacolo, e si sa che le star ricorrono alla pratica per non ricorrere poi alla chirurgia plastica: Cinecittà contro Hollywood? Chissà. Una femminista storica, come Bia Sarasini già direttore di «Noi donne», racconta invece di aver fatto lunghe riunioni con le associazioni arcobaleno e di aver visto «non solo desideri che pretendono di diventar diritti, ma molto dolore, per questo non serve proibire, occorre cercare una strada».

Una sociologa della famiglia del calibro di Chiara Saraceno ha rifiutato di firmare l’appello, «strumentale per tempi e modi, e capace di dividere gay e lesbiche», e di aver invitato a riflettere su quello che è «un problema aperto, non chiuso: anch’io sono contraria ad atti mercantili, ma la solidarietà esiste e, chiarito che un bambino e il corpo di una donna non si vendono e non si comprano, ci sono molte strade possibili». E anche già percorse, come in Inghilterra dove non c’è mercimonio ma un rimborso spese, ed è sempre la madre – l’utero in affitto – ad avere l’ultima parola.

«Normare è sempre preferibile a proibire». È netto Giuseppe Tesauro, presidente emerito della Corte Costituzionale e relatore delle sentenze che hanno cancellato i proibizionismi della legge 40. «Vietare è facile, ma la maternità surrogata risponde a sentimenti non facili da tenere a freno, ed è proibirla che apre le porte a rivolgersi all’estero con discriminazioni di censo. Normare invece permette di controllare, di non passare dai termini giuridici a quelli affaristici: se c’è un diritto, in campo entra il sistema sanitario nazionale». E si evita di andare in quei paesi, come l’India, l’Ucraina, il Nepal dove si verifica invece lo sfruttamento delle «fattrici»: donne in condizioni di povertà, da questo indotte all’utero in affitto, e non protette dalle leggi. «Fantapolitica, per l’Italia», si scoraggia lo storico della medicina Gilberto Corbellini. «In un paese a forte tradizione cattolica i figli sono natura, creazione di Dio, non si fanno se non in modo naturale e quindi divino. La maternità surrogata esiste non a caso da un quarto di secolo nei paesi protestanti, che hanno accettato e accompagnato le complessità. Capisco che possa non piacere, ma di qui a proibire ad altri quello che non piace a noi stessi…».

Non normando tutte le possibilità restano aperte, ma solo per chi può permetterselo. Finchè non arriverà l’utero artificiale. «Quello, la morale di matrice cattolica e la Chiesa potrebbero accettarlo, come hanno fatto alla fine con la contraccezione e perfino l’aborto». Ma chissà se l’accetterà il femminismo postmoderno all’italiana.


da Il Fatto

Utero in affitto: quando la libertà viene confusa con liberalizzazione

di Cristina Gramolini

L’appello di Snoq (Se non ora quando, ndr) parte da un assunto che condivido: “rifiutiamo di considerare la maternità surrogata un atto di libertà o d’amore”. Sono infatti la libertà e l’amore i vessilli dei supporter della Gpa (Gestazione per altri) commerciale, libertà delle madri surrogate e amore dei genitori committenti.

Ma libertà qui è volutamente confusa o sinceramente identificata con liberalizzazione. Sarebbe insensato dire che le donne hanno conquistato il diritto di voto e ora possono venderlo secondo la loro autodeterminazione. Eppure si invoca lo slogan femminista “l’utero è mio e lo gestisco io”, che certo non significa “lo vendo io” ma così viene distorto, per far apparire pacifico che donne di altri paesi si prestino per soldi (ma la parte più grande dell’affare va alle agenzie di mediazione e alle cliniche) a coronare i desideri di genitorialità di persone del primo mondo, coppie eterosessuali o uomini gay.

Così si vorrebbe sorvolare su un complicato groviglio di questioni: per evitare che la madre surrogata voglia tenere il figlio per sé, si ricorre sempre più spesso all’ovocita di un’altra donna, con buona pace della pericolosità degli interventi; si assume che il patrimonio genetico sia sigillo di proprietà, così la madre surrogata viene annullata come madre, tanto che alcuni propongono di chiamarla solo “portatrice”. Si sono verificati casi di abbandono del neonato perché disabile, solo per dirne alcuni. Tuttavia si mette la società di fronte al fatto compiuto: chi oserà mettere in adozione il bambino o la bambina ormai nati (su ordinazione)? I suoi prevalenti interessi sono di essere accolto o accolta.

Faccio parte di un’associazione lesbica che dal 2012 ha preso una posizione contraria alla Gpa commerciale e favorevole alla Gpa gratuita, perché questa può darsi solo in una relazione di fiducia e di responsabilità: faccio un/a figlio/a per qualcuna/o di cui mi fido e che non può farne senza di me, ma senza compensi, quindi davvero come dono. Nonostante l’appello di Snoq non consideri la Gpa gratuita, lo firmerò perché è esplicitamente a favore dei diritti di lesbiche e gay, dunque non può essere strumentalizzato dagli integralisti cattolici, ma si esprime contro la mercificazione dell’umano. Occorre cogliere le differenze tra chi fa una donazione di seme e chi fa una Gpa, che comprende fertilizzazione, impianto, gestazione, parto. Essere madre e padre non sono la stessa cosa. Possiamo essere lesbiche e gay ottimi genitori, ma questo non significa automaticamente che ogni mezzo è legittimo per diventarli.


da Gazzetta di Modena

Adozioni e gay, Giovanardi: «Dove sono finiti i cattolici?»

Mentre continua la raccolta di firme della petizione per chiedere al sindaco di togliere il manifesto di Carlo Giovanardi su adozioni e gay come schiavismo, il senatore torna alla carica e trova a suo dire un alleato nelle donne di “Se non ora quando”. Scrive Giovanardi: «Le donne dell’associazione “Se non ora quando” hanno sottoscritto un appello contro “L’utero in affitto” chiedendo all’Europa di metterlo al bando. L’appello è stato firmato da un mondo vasto che va dal cinema alla letteratura, dal campo universitario a quello delle associazioni per i diritti, con il desiderio di rompere quello che viene definito “un silenzio conformista ”».
Fra i firmatari ci sono: Stefania Sandrelli, Fabrizio Gifuni, Claudio Amendola, Francesca Neri, Riki Tognazzi, Simona Izzo, Giuseppe Vacca, Peppino Caldarola, Dacia Maraini ed Aurelio Mancuso, già presidente di arcigay ed ora di Equality Italia. Nell’appello è scritto che non è possibile “in nome di presunti diritti individuali che le donne tornino ad essere oggetti a disposizione”. Commenta Giovanardi: «Sono in attesa che l’onorevole Giuditta Pini, il gruppo consiliare Per me Modena, il brillante psichiatra militante professor Gian Maria Galeazzi, il circolo arcigay Shepard, la Cgil di Modena, che si sono mobilitati per chiedere la censura e il sequestro del manifesto insorgano anche contro i firmatari di questo documento chiedendone la censura».
«Purtroppo – conclude – l’accaduto dà il segno di quanto sia asfittica, retrograda e provinciale la politica modenese, sempre pronta alle scomuniche. Nel frattempo a Modena risulta non pervenuta l’area cattolica del PD, vivace ed attiva quando c’è da combattere per spartirsi posti di potere, totalmente assente sulle grandi questioni»


da Il Tempo

Anche la maggioranza in rivolta: adozioni gay a rischio

Caos nel governo sul provvedimento sulle Unioni Civili. Le voci di una possibile marcia indietro dell’esecutivo sulla parte del provvedimento relativa alla «stepchild adotion» ha fatto scattare l’allarme tra i più accesi sostenitori del ddl Cirinnà. «Bene ha fatto la segreteria nazionale del Pd a smentire l’ennesima voce su un ripensamento del Partito democratico sulle unioni civili – ha spiegato il senatore Sergio Lo Giudice – ma appare sempre più necessario che, prima dell’avvio della discussione in aula prevista per gennaio, la direzione Pd si riunisca per dire una parola definitiva sulla linea del partito». Nella maggioranza, però, i distinguo aumentano e non arrivano solo dalle file di Ncd, da sempre contraria all’adozione «per trascinamento» da parte delle coppie omosessuali del figlio preesistente di uno dei «coniugi». «La stepchild adoption io non la voto. Riconosciamo i diritti delle coppie gay, ma la famiglia è un9altra cosa» ha spiegato il leader dei Moderati Giacomo Portas, eletto alla Camera nel Pd. «I bambini nascono da un uomo e una donna? E allora lo stesso deve valere per le adozioni. È un ragionamento elementare – ha continuato Portas – Per il resto diamo piena dignità alle coppie gay». E anche da Scelta Civica arriva lo stop: «Insistere sulla stepchild adotion significa voler mettere seriamente a repentaglio una legge sulle Unioni civili che per il resto contiene molte misure non soltanto opportune, ma anche molto condivise all’interno del Parlamento» ha detto Enrico Zanetti, segretario del partito e sottosegretario all’Economia. Eugenia Roccella, ex Ncd, è così tornata alla carica: «La sinistra tentenna, è spiazzata dalle contestazioni sull’utero in affitto, a cui si è aggiunta ormai anche quella delle femministe. L’ipotesi che prevale sembra essere quella di scorporare la stepchild adoption dal ddl Cirinnà. Ma non basta: se si vogliono estendere i diritti individuali dei conviventi, senza introdurre l’adozione gay o legittimare l’utero in affitto, il ddl va radicalmente modificato, e deve tornare in commissione».

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