Dalla rassegna stampa

Unioni civili il falso fantasma dell’utero in affitto

“Ho affittato il mio utero a una coppia di gay italiani mi hanno pagato 20mila euro e vi dico perché non mi pento”

Comunicato stampa Arcigay

APPELLO SNOQ, ARCIGAY: “ANCHE I FIRMATARI SI SMARCANO. CHI HA USATO LE LORO FIRME?”

Bologna, 5 dicembre 2015 – “Abbiamo letto con grande sorpresa e profonda amarezza l’appello di alcune aderenti a “Se non ora quando – libere” e di alcuni personaggi dello spettacolo contro la gestazione per altri (Gpa) diffuso ieri dai media. Lo dichiara Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay. Che prosegue: “Un appello che prende in considerazione un tema molto delicato, sul quale Arcigay e tutto il mondo lgbt sono da sempre disponibili a confrontarsi. Ma sarebbe una grave ingenuità non cogliere il momento particolare in cui quell’appello ha deciso di rendersi pubblico: in Italia attualmente non è in corso alcun dibattito parlamentare sulla Gpa, da sempre vietata nel nostro Paese e alla quale alcune coppie italiane sterili (nella stragrande maggioranza eterosessuali) fanno ricorso all’estero. La polemica sulla Gpa, quindi, è attuale nella misura in cui viene utilizzata da alcuni parlamentari, di destra ma non solo, per affossare la legge sulle unioni civili, o quantomeno per privarla dell’istituto della stepchild adoption, che è semplicemente il modo in cui si riconoscono davanti alla legge i figli e le figlie che già esistono. Vorremmo credere nella buona fede di chi ha sottoscritto quell’appello ma farlo vorrebbe dire credere che alcuni intellettuali italiani siano del tutto inconsapevoli del dibattito in corso, cioè che lo ignorino. Credere alla buona fede, insomma, significherebbe dare degli ignoranti, nel senso etimologico del termine, ad alcune importanti personalità, le cui storie dimostrano tutt’altro. Scartando questa ipotesi resta quella della strumentalizzazione e le domande che inevitabilmente suscita: chi e per quali ragioni ha promosso in principio questa iniziativa? Chi ha usato le firme di Fabrizio Gifuni e Sonia Bergamasco, ad esempio, che oggi si dissociano clamorosamente dall’appello nel quale, a loro insaputa, erano stati inseriti? Una cosa va detta a chiare lettere: Arcigay è da sempre contro lo sfruttamento delle persone e dei corpi. Un fenomeno che interessa anche la Gpa, in alcune parti del mondo, ma che diventa ancora più evidente in altre situazioni che riguardano molto da vicino il nostro Paese e per le quali purtroppo né gli intellettuali né la politica hanno mai deciso di spendersi concretamente. Se si vuole combattere coi fatti, e non solo a parole, lo sfruttamento, Arcigay è e sarà in prima fila. Ma dopo anni e anni di battaglie per i diritti, quando finalmente una legge cerca di riconoscere qualche diritto alle coppie formate da persone dello stesso sesso, ci saremmo aspettati una mobilitazione di intellettuali e attivisti a sostegno di quel riconoscimento e del principio di uguaglianza di tutte e tutti, non un appello a servizio di chi quei diritti li vuole negare”, conclude Piazzoni.

Unioni civili il falso fantasma dell’utero in affitto

MICHELA MARZANO

LA STEPCHILD adoption aprirebbe la porta alla pratica dell’utero in affitto come lascerebbero intendere le polemiche nate in seguito all’appello promosso da “Se non ora quando — Libere”? No. Assolutamente no.
NONOSTANTE le insinuazioni di chi, spesso con le migliori intenzioni, continua a confondere tutto e a diffondere, come direbbe Albert Camus, disordine e sofferenza nel mondo.
In che senso? Nel senso che, quando si parla di stepchild adoption, come fa il progetto di legge sulle unioni civili, si parla solo della possibilità di creare un legame giuridico tra il compagno o la compagna della madre o del padre biologico di una bambina o di un bambino e questa creatura che già esiste, già fa parte di una famiglia, già vive e già cresce circondata dall’affetto di due mamme o di due papà. Solo che, a differenza di chi già esiste, già fa parte di una famiglia, già vive e già cresce circondato dall’affetto di un padre e di una madre, i figli delle coppie omogenitoriali non hanno, almeno in Italia, alcuna protezione giuridica.
L’intento della legge sulle unioni civili, quando introduce la stepchild adoption per le coppie omogenitoriali, è proprio questo: smetterla di trattare i figli delle coppie omosessuali come bimbi di serie B, bambini e bambine che rischiano, se il genitore biologico ha un incidente, di essere adottati da altri e di non poter vivere con l’altro genitore, ossia con chi, da quando sono nati, si è occupato di loro come fa, appunto, un padre o una madre.
“Ma come sono nati questi bimbi?”, chiede chi si ostina a negar loro ogni diritto, spiegando che due uomini non possono avere figli, che è la natura a dircelo e che la maternità e la paternità sono la conseguenza della procreazione biologica. Peccato che non basti mettere al mondo un figlio per diventare padre o madre. Peccato che la maternità sia la capacità di “raccogliere la vita” e di evitare che si cada nel vuoto del non-senso, come spiegava già Freud, e che la paternità sia la capacità di trasmettere l’alleanza tra il desiderio e la legge, come ha poi mostrato Jacques Lacan. E che paternità e maternità siano caratteristiche che appartengono a ognuno di noi, indipendentemente dalla propria identità di genere. Peccato, infine, che al di là di ogni teoria e ideologia, chi desidera diventare padre o madre lo diventa indipendentemente da quello che dice o meno la legge. E che il compito del legislatore debba essere solo quello di creare le condizioni giuridiche necessarie per proteggere chi già esiste.
Allora basta con le confusioni e con le ipocrisie. Attraverso la stepchild adoption non si cerca di “creare bambini di plastica”, come qualcuno osa dire. Con questa norma si vuole solo dare un riconoscimento giuridico a legami affettivi che già esistono e che, esistendo, nessuno si dovrebbe permettere di ignorare.
Altrimenti, ancora una volta, saranno i più fragili, ossia i bambini e le bambine, a pagare il prezzo dell’ipocrisia di chi, in nome dei valori, talvolta dimentica che il ruolo dei valori è sempre e solo quello, come spiega bene il filosofo tedesco Jürgen Habermas, di contrastare l’estrema fragilità della condizione umana.

Mentre in Italia è scontro sulla maternità surrogata dagli Usa Danielle spiega la sua scelta: “Un gesto d’amore”

“Ho affittato il mio utero a una coppia di gay italiani mi hanno pagato 20mila euro e vi dico perché non mi pento”

ANNALISA CUZZOCREA

ROMA – «Quello che per me è importante, è che tutti coloro che vogliono una famiglia possano avere questa opportunità». Danielle risponde al telefono dall’altro lato dell’oceano mentre prepara le figlie, di 5 e 8 anni, che sta per portare a scuola. Il marito è a lavoro, lei ci andrà subito dopo. Ha 28 anni, una vita normale e ha deciso – 4 anni fa – di fare in modo che una coppia di omosessuali italiani possano averne una simile. Ha portato in grembo per 9 mesi i loro due figli. Il seme è di uno dei due papà, l’ovulo quello di un’altra donna. Lei ha lasciato che glielo impiantassero e ha portato avanti la gravidanza in California, dove vive e dove i due gemellini sono nati. Per la legge di quello Stato sono figli di entrambi i papà, per l’Italia sono i bambini di un single. Abbiamo raggiunto Danielle grazie all’associazione Famiglie Arcobaleno, i cui iscritti rispettano una carta etica: sono contrari alla “gestazione per altri” quando riguarda donne che vivono in Paesi in cui la loro autodeterminazione può essere compromessa. Nei Paesi del terzo mondo non ci sono regole che tutelino, in casi come questo, la salute delle donne. In Canada o negli Stati Uniti invece le donne che hanno accesso alla gpa devono essere state già madri e non devono essere in condizioni econimiche tali da poter pensare che a muoverle sia il bisogno.

Quando ha portato avanti la “gestazione per altri” per i due papà italiani? E perché ha scelto di farlo?
«Nel 2011, 4 anni fa. Un’esperienza che ho scelto perché ho sempre pensato che tutti debbano avere la possibilità di formare una famiglia se lo desiderano ».
Era già madre?
«Avevo già le mie due figlie, che oggi hanno 8 e 5 anni».
Come si è avvicinata a questa scelta? Ha conosciuto persone che non potevano avere figli, è venuta a contatto con qualche associazione?
«Volevo essere una “mamma surrogata” perché mia madre lo aveva desiderato senza averne la possibilità. È una cosa di cui in famiglia abbiamo sempre parlato molto e quando ho avuto dei bambini miei ho pensato che sarebbe stato bellissimo poterlo consentire ad altri».
Ha contattato un’associazione?
«Ho fatto da sola tutte le mie ricerche. Ho trovato un’agenzia di surrogacy qui in California e loro mi hanno fatto conoscere coppie che volevano un bambino. Ho scelto i due papà italiani perché ho capito da subito che mi avrebbero consentito di seguire la crescita della loro famiglia».
Siete in contatto?
«Certo che lo siamo. L’anno scorso sono stata a trovarli in Italia insiem e a mia madre e a mia nonna, hanno conosciuto i bambini e abbiamo passato del tempo insieme».
Li ha portati in grembo per 9 mesi, li ha partoriti. Sente di essere la loro madre?
«No. Mi sento come una “zia” ( lo dice in italiano, ndr) molto molto speciale . Non hanno bisogno di avermi come madre perché hanno due papà meravigliosi ».
Conosceva prima la coppia che ha scelto?
«Io e mio marito li abbiamo conosciuti prima, sì».
Suo marito è stato d’accordo fin da subito con la surrogacy o aveva delle perplessità?
«Assolutamente no, nessun dubbio. Ha sostenuto la mia scelta fortemente fin dall’inizio. E ha un buonissimo rapporto con i genitori dei bambini».
È stata pagata?
«Sì, c’è stato un pagamento. È una cosa molto comune».
C’era un contratto preciso che la garantiva, che sanciva diritti e doveri di entrambi le parti?
«Sì, c’è un contratto».
Era prevista la possibilità di cambiare idea in qualsiasi momento oppure no?
«Sì, c’è la possibilità di cambiare idea, ma non c’è stato un solo momento in cui io abbia pensato di farlo»
Posso chiederle quanto ha ricevuto?
«22mila dollari americani».
Lei ha già due bimbe e due “nipotini” italiani. È un’esperienza che farebbe di nuovo?
«L’ho fatto una seconda volta per una coppia eterosessuale, per una mamma e un papà».
Le sue bambine hanno vissuto con lei le altre gravidanze. L’hanno vista con la pancia, in ospedale. Sanno tutto degli altri bambini?
«Certo, li conoscono. Skype è un grande aiuto per restare in contatto, ci chiamiamo e vediamo molto molto spesso. Le mie figlie adorano quei ragazzi italiani. Hanno legato da subito con i loro papà e vogliono bene ai bambini».
Quando li portava in grembo cosa provava per quei bambini? Come li considerava?
«Avevo certamente un legame profondo con i bambini mentre erano nella mia pancia, ma ho sempre avuto la piena consapevolezza del fatto che avevano altri due genitori».
La gravidanza è un periodo che chi lo ha vissuto descrive come bellissimo, ma faticoso. Lei lo ha attraversato due volte per altre persone. Lo farebbe ancora?
«Condivido quel che dice. La gravidanza è molto molto faticosa e lo è anche il parto. Adesso io lavoro, sto crescendo le mie figlie, ma penso che potrei fare una terza surrogacy».
Dove lavora?
«In un call center».
Al momento del parto, nel 2011, c’erano i papà dei bambini?
«Sono venuti da noi in California tre settimane prima. Abbiamo vissuto insieme gli ultimi momenti della gravidanza condividendo molte cose. Quando li ho visti giocare con le mie figlie, ho capito che tra noi sarebbe andato tutto bene. In ospedale c’erano loro, mio marito, mia madre: una famiglia parecchio allargata».

SENZA RIMPIANTI
In gravidanza avrei anche potuto cambiare idea Ma ero sicura che tra noi sarebbe andato tutto bene
VOGLIA DI FAMIGLIA
Ho sempre pensato che tutti debbano avere la possibilità di formare una famiglia se lo desiderano
PERCORSO COMUNE
Ho scelto quei due papà perché ho capito da subito che mi avrebbero consentito di seguire la crescita dei figli
COME UNA ZIA
Sì, li ho portati nella pancia e li ho fatti nascere. Ma per quei bambini mi sento una zia speciale, non una madre
ACCORDI SCRITTI
Abbiamo pattuito un rimborso, è normale. E dopo la prima volta ho rifatto questa esperienza con due etero
IN PROVETTA
La maternità surrogata inizia con una fecondazione in vitro

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LE REAZIONI / IL NODO DELLA STEPCHILD ADOPTION

E la sinistra si divide “Così si affossa la legge sulle unioni civili”

ROMA.
Ha suscitato molte reazioni l’appello lanciato da Se non ora quando libere, di cui Repubblica ha dato conto ieri, per chiedere all’Unione europea la messa al bando della pratica dell’utero in affitto. Ne approfittano, nel centrodestra, parlamentari come Maurizio Gasparri, Paola Binetti, Maurizio Sacconi che chiedono di rivedere il disegno di legge sulle Unioni Civili rinunciando alla stepchild adoption, l’adozione del figlio del partner consentita per garantire i diritti dei bambini delle coppie omosessuali (che solo in piccola parte provengono da ”gestazioni per altri” fatte all’estero, visto che la pratica in Italia è e rimane vietata). «Le due cose non sono in connessione — dice la deputata pd Fabrizia Giuliani, sostenitrice dell’appello — io sono a favore del la stepchild adoption, sono anche per le adozioni da parte dei gay e ho sostenuto strenuamente questo ddl, ma noi donne non possiamo rinunciare a dire qualcosa su di noi perché qualcun altro confonde i piani». Alcuni comitati territoriali di Senonoraquando stanno ora prendendo le distanze, il tema divide sia le femministe che il mondo omosessuale (Aurelio Mancuso di Equality Italia ha aderito all’appello, Daniele Viotti, europarlamentare pd e presidente dell’intergruppo Lgbt al Parlamento europeo, è invece infuriato: «Sono sorpreso e arrabbiato nel vedere come l’attacco più duro e violento al difficile percorso delle Unioni Civili sia arrivato da sinistra »). La pensa allo stesso modo il sottosegretario alle Riforme Ivan Scalfarotto: «Io posso anche credere alla buona fede di Cristina Comencini e di chi ha firmato l’appello. Resta il fatto che il risultato politico di tutto questo è la messa in pericolo della legge sulle unioni civili. Perché senza la stepchild adoption — contro la quale sono ripartiti tutti gli attacchi — questo ddl non passerà. Perderà i suoi sostenitori nel mondo più aperto ai diritti degli omosessuali e non ne guadagnerà nell’altro campo, perché di là non vogliono una legge migliore, pretendono che non ce ne sia nessuna». È convinto, Scalfarotto, che l’appello stia «offrendo una sponda da sinistra a chi si oppone all’appello da destra». «Se non c’è dolo — dice di fronte alle femministe che sostengono di non intendere sostenere alcun tipo di discriminazione — c’è colpa grave. Senonoraquando fino a oggi non aveva sentito il bisogno di prendere posizione su questo tema, perché lo fa adesso? A pochi giorni dall’arrivo in aula della legge? Emma Fattorini, Rosa Maria Di Giorgi, Stefano Lepri in Senato utilizzano gli stessi argomenti contro la stepchild: il femminismo, non il cattolicesimo. Il risultato è che rompono un fronte e aiutano quelli come Gasparri, che hanno una visione patriarcale della società che è la stessa che ha sempre vessato le donne. È incredibile che non se ne rendano conto». ( a. cuz.)


da Internazionale

Il no presuntuoso di alcune femministe alla maternità surrogata

Chiara Lalli, bioeticista

Le femministe condannano la maternità surrogata. Le femministe sono contro l’utero in affitto (è il titolo dell’articolo di oggi sulla Repubblica, Femministe contro l’utero in affitto: “Non è un diritto”).

Forse sarebbe meglio dire “alcune femministe”, perché la presunzione di incarnare l’universo femminista è la stessa di decidere al posto di qualcun altro senza nemmeno chiedergli il parere (nell’articolo sulla Repubblica, più o meno a metà, lo si scrive esplicitamente: “alcune femministe”). È per il nostro bene, ovviamente, come il più feroce e infido paternalismo. Siete troppo sciocche per decidere da sole. Ci siamo noi a difendervi. Non lo avete chiesto? Pazienza. Abbiamo già detto che è per il vostro bene?

Le donne di Se non ora quando (Snoq) promuovono un appello: “Diciamo no a chi vuole un figlio a tutti i costi”.

Ove a “tutti i costi” ha un’accezione negativa solo in questo caso, cioè nel dominio della riproduzione, un dominio sacro e inviolabile come lo è quello della maternità. È uno slogan usato durante le discussioni sulla legge sulla fecondazione assistita, per esempio, per condannare la possibilità di ricorrere a una tecnologia. Siete sterili? Rassegnatevi. Non riuscite a concepire naturalmente? Forse qualche divinità ha deciso così e non possiamo avere la tracotanza di opporci.

Se lo usiamo altrove ci accorgiamo che non ha una connotazione di per sé accusatoria: “Che bravo Mario, ha voluto laurearsi a tutti i costi!”.

Le donne sono troppo deboli per decidere da sole, hanno bisogno di una guida, di un mentore

Ma con l’utero no, quello non lo puoi toccare nemmeno se è il tuo. Perché sei troppo sciocca e ci vuole Snoq per dirti cosa farne.

Ecco perché bisogna essere per il divieto universale della surrogacy. Perché le donne sono troppo deboli per decidere da sole, hanno bisogno di una guida, di un mentore. Mi ricorda qualcosa.

Dice l’appello di Snoq:

Noi rifiutiamo di considerare la ‘maternità surrogata’ un atto di libertà o di amore. In Italia è vietata, ma nel mondo in cui viviamo l’altrove è qui: ‘committenti’ italiani possono trovare in altri paesi una donna che ‘porti’ un figlio per loro. Non possiamo accettare, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione”.

A parte l’altrove che è qui, essere oggetto non è il destino intrinseco di ogni donna che si offra per una surrogacy. Se scelgo liberamente, sarò ancora una vittima? Che poi sarebbe forse il caso di abbandonare questi termini ormai abusati, e i cui confini semantici sono così allentati da conferire un’ambiguità ineliminabile a quanto si sta cercando di dire.

“Il nodo è quello della differenza tra desiderio e diritto. I temi sono quelli del limite, della libertà e della modernità”.

Belle parole, ma pericolose se usate per rimpiazzare la possibilità di scegliere. Di comportarsi come noi non faremmo, di fare cose che non ci sogneremmo mai di fare, di rifiutare un modello unico di donna e la distinzione tra desideri legittimi e illegittimi fondata sul nostro gusto personale. È abbastanza deprimente assistere al decalogo a cui ogni vera femminista dovrebbe piegarsi, e alla lista di divieti moralistici fondati su premesse tanto fragili.

“Già alcune femministe italiane – dopo quelle francesi, che hanno stilato un manifesto simile qualche mese fa – hanno sostenuto queste tesi”, scrive la Repubblica, “e sono state, come scriveva ieri Avvenire, accusate di omofobia”.

‘Ma la questione riguarda per l’80 per cento coppie omosessuali [ndr, è un refuso, si intende eterosessuali] – dice Izzo – non c’entra con i diritti dei gay che abbiamo sempre difeso. Ad esempio sostenendo la possibilità, per tutti, di adottare’. Fabrizia Giuliani, docente di filosofia del linguaggio e deputata del Partito democratico, spiega: ‘Mi sono battuta per la legge contro l’omofobia, mi sto battendo per le unioni civili, penso che la politica debba lavorare seriamente sulla riforma delle adozioni. Tutte cose che non sono in contraddizione con il nostro appello. In quel testo noi diciamo una cosa fondamentale: nessun essere umano deve essere ridotto a mezzo. Questo vale per tutti. Su questo, sul concetto profondo di libertà, dobbiamo tutti essere in grado di mettere in campo un pensiero nuovo. Il tempo di gestazione non è un tempo meccanico, quel bambino non è un oggetto, quella donna non è solo un corpo, perché il nostro corpo siamo noi’.

La questione riguarda anche la libertà di una donna di decidere di portare avanti la gravidanza per qualcun altro. E definire questa scelta come necessariamente un abuso, una violazione, una forma di schiavitù è un errore grossolano. Passare da “io non lo farei” a “nessuno dovrebbe farlo” non è un ottimo argomento.

E se quella donna non è solo un corpo, sarà pure un cervello con la possibilità di decidere cosa fare del proprio corpo senza che nessuno si permetta di dare consigli non richiesti.

Sull’accusa di omofobia ci sarebbe da ridere. Il commento del presunto accusatore citato da Avvenire (Femministe contrarie agli uteri in affitto? “Sono tutte omofobe”) è talmente surreale da sembrare scritto da una sentinella in piedi mascherata da “omosessualista”: “Segnalerò l’articolo in questione all’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali così come i commenti omofobi dei lettori che avete appositamente scatenato con questa foto sulla vostra pagina di Facebook”, scriveva il 24 novembre l’utente 12034877 commentando il post Dalla Francia all’Italia le femministe contro la maternità surrogata: “La madre non si cancella”, pubblicato sul blog “la 27esima ora”. “L’articolo ha lo scopo di incitare all’odio sulle scelte personali di tantissimi omosessuali e lo fa con una terminologia completamente errata (lo sanno anche i sassi che il termine ‘utero in affitto’ è dispregiativo e poco rispettoso)”.

Non so se mi appassiona di più la denuncia delle intenzioni e i mezzi per dimostrarne i fini omofobi oppure la questione – gigantesca – degli eventuali reati d’opinione.

Suggerire poi, come riportato nello stesso post, che l’adozione sarebbe un’alternativa è come dire a uno che vuole un gelato: “Ma non vuoi forse mangiare questa pizza con tonno e cipolle?”.

È impressionante che si voglia difendere qualcuno che forse non l’ha chiesto

Le pessime argomentazioni non finiscono qui. Andando sul sito Che libertà ecco una intervista a Monica Toraldo di Francia, filosofa e membro del Comitato nazionale per la bioetica, che commenta così: “So che la mia può sembrare una posizione da veterofemminista dovuta anche alla mia età, ma considero questa maternità surrogata come una forma di sfruttamento del corpo femminile, un modo, conscio o inconscio, del maschio di appropriarsi di qualcosa che loro non hanno e che hanno sempre invidiato a noi donne: la capacità di generare. Dal momento in cui la sessualità è stata sganciata dalla procreazione si è creata una zona franca nella quale, a me pare, che il maschio abbia ricominciato a spadroneggiare. Ma non è solo questo che mi turba”.

È impressionante che si voglia difendere qualcuno che forse non l’ha chiesto. E non c’entra il veterofemminismo, c’entra l’incapacità di costruire un argomento privo di fallacie e di assunzioni illegittime e fantasiose. Per non parlare della confusione tra una delle possibili modalità di surrogacy (abuso di donne prive di mezzi) e la surrogacy in assoluto.

Continua Monica Toraldo di Francia:

Nella realtà questa tecnica viene praticata soprattutto da coppie provenienti da paesi ricchi a carico di donne di paesi poveri, spesso costrette dalle famiglie a prestare il loro utero per crescere un figlio che non sarà mai loro. È il caso soprattutto dell’India. Mi sembra un po’ come il mercato illegale degli organi: nel sud del mondo manca tutto ma abbondano i corpi e allora sono i corpi a essere messi in vendita. Non mi piace. Questo commercio di ovuli e spermatozoi dimentica il bambino, il nuovo essere che viene al mondo. E viene al mondo dopo una gestazione di nove mesi nella quale la donna e il bambino stabiliscono una relazione profonda. Non è per caso che il neonato, fin dal primo momento, riconosce la voce di chi l’ha messo al mondo.

Ciò che rimane fuori è: ma se io decidessi di portare avanti una gravidanza per qualcun altro, sarei abusata, povera, sfruttata e da difendere anche se non voglio essere difesa perché non c’è niente da cui difendermi?

Continua l’intervista: “Alcune donne, pochissime in verità, si sono offerte, però, volontariamente come madri surrogate per aiutare un’amica, una sorella o semplicemente per essere utili…”.

Risponde Monica Toraldo di Francia: “Neanche questo mi convince. È un contratto innaturale, questo. Dare un assenso consapevole senza scambio di denaro crea ancora di più quei conflitti e quei contenziosi di cui ogni tanto si legge sui giornali tra la madre che ha chiesto un figlio e quella che lo ha partorito. E lo capisco”.

E con il riferimento all’innaturalità (innaturale come un computer, come la medicina o come un contratto matrimoniale?) come dimostrazione del carattere moralmente ripugnante della surrogacy, si può celebrare la morte della filosofia e delle argomentazioni razionali.

Invece di firmare appelli e invitare a moratorie universali, forse si potrebbe dedicare un po’ di tempo a studiare un manualetto di argomentazioni.

Siamo tornate all’istituto della maternità nella versione peggiore possibile. Ovvero, mascherato da femminismo e da attenzione verso le parti più fragili. A cui ovviamente nessuno pensa di chiedere il parere. Che siamo troppo cretine per scegliere lo abbiamo già detto?

Sul perché questo attacco sia emerso ora non si possono che fare ipotesi. Ma qualunque sia l’intento, il mezzo è davvero insoddisfacente.


da L’Espresso

Appello femminista contro l’utero in affitto. E c’è chi dice: “E’ una mossa sbagliata”
Firmatari famosi contro la maternità surrogata, già vietata per legge in Italia. Con toni che, secondo Chiara Lalli, ricordano “il patriarcato che vogliamo combattere”, mentre per Maddalena Gasparini la maternità surrogata è “una contrattualità portata alle estreme conseguenze”. Un dibattito che si riapre in un momento delicato per la legge sulle unioni civili

DI LUCA SAPPINO E FRANCESCA SIRONI

L’attrice Stefania Sandrelli, la regista Cristina Comencini, Dacia Maraini, ma anche l’archeologo Paolo Matthiae, le Suore orsoline di Casa Rut a Caserta, Claudio Amendola, Aurelio Mancuso (ex presidente di Arcigay e oggi di Equality Italia).

Sono tra i firmatari dell’appello promosso dall’associazione ‘SeNonOraQuando Libere’ e rilanciato da La Repubblica con un articolo dal titolo « Femministe contro l’utero in affitto ». L’appello chiede che la maternità surrogata, già vietata in Italia dalla legge 40, venga messa al bando nel resto d’Europa.

L’iniziativa è l’ultimo passo di un dibattito che da lungo tempo coinvolge il mondo del femminismo italiano e delle associazioni Lgbt, in un momento in cui traballa la legge sulle unioni civili – prima, parziale norma per il riconoscimento delle coppie omosessuali – bersagliata giornalmente dai movimenti cattolici che vedono nella “stepchild adoption”, il riconoscimento dei figli di un partner da parte dell’altro, un possibile ponte verso l’utero in affitto.

L’appello è rimbalzato in rete e fa schierare il mondo femminista su fronti opposti. La posizione che ha preso, infatti, secondo alcune voci è sbagliata. Per tempi, per modi, per contenuti. Perché “le femministe ” non la pensano tutte allo stesso modo.

Alcuni emendamenti al ddl Cirinnà presentati da Area Popolare vorrebbero rendere la pratica un ‘reato universale’, ovvero un atto sempre e comunque perseguibile in Italia anche se commesso all’estero

Per Chiara Lalli, bioeticista, scrittrice , collaboratrice di Internazionale, ad esempio, c’è molto che non va: «Ma di cosa stiamo parlando? Di un appello che parte dal presupposto che le donne non possono scegliere, mai. Perché sono cretine, a quanto pare, secondo i promotori dell’iniziativa – attacca – Lo spirito che muove l’iniziativa è lo stesso atteggiamento paternalista e patriarcale che il femminismo ha sempre promesso di combattere. Significa avere la presunzione che per i propri principi morali si può scegliere a nome di tutte le donne. Ma non siamo noi quelle che dicono che “il corpo è mio e me lo gestisco io?”». I firmatari parlano di mercato, di sfruttamento, di bimbi venduti: «Dicono che l’utero in affitto è “usare le donne come un forno”. E invece loro? Che pensano che nessuna donna sappia scegliere? Le considerano allora un elettrodomestico», continua Lalli: «È allucinante poi che tutto venga ricondotto al problema dello sfruttamento e degli abusi. È ovvio che siamo d’accordo, che le ragazze indiane non devono essere sfruttate. Ma possibile non si riesca a distinguere? E che per via di questi abusi si debba giustificare il mettersi sullo scranno di chi decide cosa può fare una donna col proprio corpo?». Allora mettiamo al bando il Bdsm, a portare all’estremo lo stesso principio, dice «perché se il mio corpo non mi appartiene, la mia esistenza nemmeno, allora decidete voi su tutto».

La nostra legge vieta di ricorrere a una madre surrogata per poter avere un figlio con il proprio dna. Ma in molti paesi questa pratica è legale. Così molte coppie vanno all’estero, spendendo cifre dai 30mila ai 120mila euro. E, tornando, rischiano di passare guai legali e di vedersi togliere il figlio

Maddalena Gasparini, medico neurologo e vice coordinatore del gruppo di studio di bioetica e cure palliative della società italiana di neurologia, anche lei su posizioni femministe, la pensa molto diversamente. Ed è contro la maternità surrogata. Ma nonostante questo “contro” chiede di tenere distinta «la valutazione della procedura e gli aspetti giuridici». «Non penso che si possa imporre ad altri o ad altre come usare il proprio corpo – dice – applicando la propria morale a quella altrui». «Ma questo non toglie che sono contraria, perché è una pratica mediata dal denaro, che rientra nel mercato, e che ci mette quindi di fronte a una domanda molto profonda sulle scelte di libertà delle donne. E io penso che qui si parli di una contrattualità portata alle estreme conseguenze».

C’è un punto che entrambe, Gasparini e Lalli, ci tengono a precisare, pur da posizioni tanto distanti sui contenuti chiave: a ricorrere alla “gestazione per altri”, com’è chiamata la maternità surrogata, sono soprattutto coppie eterosessuali, come dimostrano i processi ora in corso in Italia per quelle coppie che sono state fermate al confine e accusate di aver falsificato gli atti di nascita del figlio, portato in grembo altrove da una donna esterna alla coppia. «Questo significa che non è una questione di omofobia opporsi all’utero in affitto», vuole ribadire Gasparini.

Non lo è, non lo sarà. Di sicuro però l’appello e la sua risonanza – “lo dice pure Repubblica”, scrive Adinolfi – si inserisce in un dibattito infuocato in Italia, tra complotti gender e l’opposizione anche interna alla maggioranza di governo alla legge sulle unioni civili che vuole provare a introdurre in Italia la stepchild adoption. «Ho fatto decadere tre volte la giunta Alemanno, a Roma, con i ricorsi sulla presenza delle donne: non posso certo esser accusata di non avere una formazione femminista. Io sono femminista – dice infatti Monica Cirinnà, la senatrice dem di cui la legge in discussione porta il nome – Ma è evidente che tirare fuori oggi un appello contro la gestazione per altri, in Italia e adesso, è un assist – spero non voluto – a chi vuole affossare la legge sulle unioni civili e la stepchild adoption».

«In Italia – ribadisce Cirinnà – la gestazione per altri è vietata dalla legge 40. Vietata e perseguita. E in nessun modo la legge sulle unioni civili che stiamo faticosamente cercando di far passare rivede questo aspetto. Le coppie vanno all’estero, e non è certo il Parlamento a doversi porre il problema di interrompere – qualora lo si ritenesse opportuno – le relazioni con Stati che non sono certo Stati canaglia, come il Canada o gli Usa, che consentono questa pratica». E qui si cela una domanda che si stanno facendo in molti: qual è l’obiettivo dell’appello circolato in questi giorni?

La risposta potrà essere “solo una questione morale e culturale”, “un’esigenza di dibattito”. Ma è vero che «se, usando anche questo appello, vincerà chi chiede di inserire nel titolo V della legge sulle unioni l’esplicito divieto dell’estensione della responsabilità genitoriale ai bambini nati all’estero con una gestazione per altri, avremo l’unico risultato di discriminare gli stessi bambini – conclude la senatrice del Partito Democratico – i bambini e i loro genitori».


da Il Manifesto

Di mamma non ce n’è più una sola

Diritti. La maternità surrogata interroga tutti, donne e uomini. Riguarda il modo in cui si viene al mondo, di chi sono i figli. E i diritti e i limiti che si incontrano

Bia Sarasini

C’è un’emergenza che riguarda la maternità surrogata in Italia? Ne è convinta la parte di “Se non ora quando” promotrice dell’appello “Che libertà”, che finora ha raccolto 77 firme tra donne e uomini di spettacolo e cultura. Il testo dice tra l’altro: «In Italia è vietata, ma nel mondo in cui viviamo l’altrove è qui».

Quindi non è sufficiente che la legge 40 la vieti nel nostro paese, occorre metterla al bando in Europa, possibilmente nel mondo. Da dove nasce l’emergenza?

Senza dubbio l’allarme viene dalla discussione intorno alla legge sulle Unioni civili, in particolare intorno al punto della cosiddetta stepchild adoption, l’adozione della prole dei partner. Un modo, gridano gli oppositori come Giovanardi, di introdurre in Italia la pratica dell’“utero in affitto” da parte di coppie omosessuali, in particolare gay. Un tipico esempio di omofobia, dicono gli attivisti, un modo per rendere difficile il cammino di una legge di cui l’Italia non riesce a dotarsi, ora in calendario al senato per l’inizio del prossimo anno.

Ma le cose sono realmente in questi termini? Il problema viene dall’introduzione del matrimonio omosessuale, come ha sostenuto di recente la femminista francese Sylviane Agancisky, che considera le madri surrogate le nuove schiave? Il diritto a sposarsi porterebbe tout-court al diritto a essere genitori? A mio parere la questione è molto più ampia, non riguarda solo le coppie gay e il matrimonio omosessuale. E non solo perché a ricorrere alla madre surrogata le coppie omosessuali sono una minoranza, il 20%. Una minoranza molto visibile, peraltro, soprattutto se si tratta di uomini, di maschi. Per impossibilità al mascheramento.

Di quell’80% di coppie eterosessuali, quante dichiarano che i loro figli vengono da un contratto? Forse solo alcune coppie molto anziane, anche loro impossibilitate a nascondersi. In realtà la maternità surrogata interroga tutti: donne, uomini, anche chi non si sogna di farvi ricorso. Riguarda il modo in cui si viene al mondo, di chi sono figli i figli. E certo, i diritti, e i limiti che si incontrano.

Per esempio, la madre. Quante mamme ci vogliono oggi per mettere al mondo una nuova creatura umana? Al tempo delle biotecnologie a disposizione per la procreazione, non si può più dire «di mamma ce ne è una sola». C’è la donatrice di ovuli, c’è la donna che porta avanti la gravidanza, e infine la madre che riconoscerà la creatura come sua. È un fatto sconvolgente, cambia del tutto l’orizzonte simbolico, interiore, intrapsichico. Eppure le giovani donne, nate e cresciute in un mondo in cui le bioteconologie sono a disposizione, pensano e discutono senza eccessivi spaventi della possibilità di congelare i propri ovuli. Le tranquillizza sul proprio futuro, fa sperare che gli ovuli accantonati da ragazza potranno permettere alla donna adulta, che avrà risolto problemi di lavoro e di carriera, di avere quei figli che altrimenti le sarebbero perlomeno difficili, in vicinanza dello scadere dell’orologio biologico. E per chi ragiona in questi termini, non è incongruo pensare che quella gravidanza potrebbe essere “portata” da un’altra donna. Scrivo questo perché penso che l’ascolto sia necessario, di fronte a un cambiamento di questa portata. Solo l’ascolto delle diverse voci può aiutare a districarsi, in quello che è un vero labirinto.

Il Surrogacy Arrangements Act, la legge inglese che regola l’utero in affitto, la prima al mondo, è del 1985. Lascia tutti i diritti a colei che porta a termine la gravidanza, che può decidere di rompere il contratto, di tenere il bambino, di non consegnarlo ai committenti, anche se non c’è parentela biologica. E la maternità surrogata non può essere commercializzata, anche se i “committenti” possono rendere il più confortevole possibile la vita della madre, con doni di varia natura. Leggi simili ci sono in Canada e negli Usa. Mentre sono i paesi asiatici, come l’India o il Nepal, a essere una terra di predazione, fino al confinamento delle gestanti in cliniche che assomigliano a reclusori, per garantirsi la perfezione delle creature che devono nascere. Sfruttamento, riduzione in schiavitù, vendita del corpo o pezzi di corpo. Il neoliberismo entra nei corpi e nella vita, ne ridisegna i contorni.

Credo però che la critica debba essere più profonda, è fin troppo semplice rifiutare lo sfruttamento e così mettersi la coscienza in pace. L’ascolto, per esempio delle esperienze delle famiglie arcobaleno, che parlano di amore e sentimenti. O di donne che sono felici di creare famiglie diverse, che non corrispondono alla classica – e recente nella vicenda umana — famiglia mononucleare. È successo, di potere ascoltare, nella giornata organizzata a Roma un paio di settimane fa dal “gruppo del mercoledì”, di cui faccio parte, intitolata «Curare la differenza tra genere, generazioni, relazioni sessuali e famiglie arcobaleno». Invece di giudizi e condanne, fare domande e mettersi in ascolto.

Per esempio i desideri, possono sempre trasformarsi in diritti? Il desiderio di essere genitori, padre, madre, può travolgere qualunque ostacolo? Credo che il limite sia parte essenziale dell’esperienza umana, ma so che il dolore acceca, e non potere avere figli può essere straziante.

Mi sembra più difficile comprendere uomini, maschi per chiarezza, che si vogliono madri, fino al punto di dichiararsi tali all’anagrafe, come nel caso del coniuge di Elton John, che viene certificato come la “madre” dei loro figli. In ogni caso, con alcuni accorgimenti, il divieto per legge non mi convince. Come tutti i proibizionismi, porta solo a un fiorente mercato clandestino, e non risponde a nessuna delle domande. Far sparire la madre, il corpo che genera e mette al mondo, non mi sembra una bella impresa, per l’umanità intera. Ma non è il destino obbligato, neppure della maternità surrogata.


da letteradonna.it

LE STRANE ALLEANZE CONTRO L’UTERO IN AFFITTO

Da una parte le femministe di SNOQ, dall’altra Mario Adinolfi, Giovanardi e il Vaticano: la maternità surrogata (almeno in Italia) non piace a nessuno.
Che cos’hanno in comune Mario Adinolfi e le donne di Se Non Ora Quando Libere? Ben poco, ma c’è una battaglia che li accomuna: quella condotta contro la pratica della maternità surrogata, o volgarmente dell’utero in affitto. Il 4 dicembre 2015 sul sito cheliberta.it è stato pubblicato un appello firmato da numerose e numerosi personaggi del mondo dello spettacolo, della cultura e della società civile. Il loro obiettivo è chiaro: «Vogliamo che la maternità surrogata sia messa al bando».
L’OMOFOBIA NON C’ENTRA
L’appello è rivolto a tre delle principali isitutizioni europee, «Parlamento, Commissione e Consiglio», e si basa sull’idea che la maternità surrogata sia una forma di sfruttamento del corpo femminile, spesso ai danni delle donne in grosse difficoltà economiche. «Una madre non è un forno», spiega Cristina Comencini a Repubblica. I firmatari dell’appello respingono le accuse di omofobia: il loro scopo, infatti, è impedire a tutte le coppie, e non solo a quelle omosessuali, di ricorrere alla maternità surrogata. Tra i nomi coinvolti, Francesca Neri, Claudio Amendola, Peppino Caldarola, Ricky Tognazzi, Dacia Maraini e molti altri.
CONSENSO TRASVERSALE
Il 3 dicembre anche il Vaticano, nella persona di don Pegoraro, della Pontificia Accademia per la Vita, aveva espresso la propria preoccupazione per la pratica dell’utero in affitto, proiezione di «una pretesa di dominio e di potere sulla procreazione umana». L’appello di SNOQ trova anche un alleato che condivide un percorso politico e di vita probabilmente molto diverso dalle attiviste: Carlo Giovanardi. Il senatore ha dichiarato che bisogna evitare «di aprire la porta a pratiche aberranti e offensive per la dignità delle donne».

Mario Adinolfi (Facebook)

Per un anno e mezzo ci hanno ricoperto d’insulti. Ora firmano appelli contro l’utero in affitto che finiscono pure su Repubblica, attori e attrici, cantanti e esponenti Lgbt come Aurelio Mancuso che dicono di rifiutare esplicitamente “la maternità surrogata come atto di libertà e di amore”. Bene, molto bene. Spiegatelo anche a quel senatore vostro amico firmatario del ddl Cirinnà che ha fatto inserire la legittimazione della pratica dell’utero in affitto da lui compiuta negli Usa nel ddl (è l’articolo 5, sulla “stepchild adoption”) e contestualmente chiedete il ritiro del ddl Cirinnà stesso. Siate coerenti con la stigmatizzazione della pratica di sfruttamento commerciale del corpo della donna, che noi stigmatizziamo da venti mesi tra i vostri insulti: “Diciamo no a chi vuole un figlio a tutti i costi”. Ben arrivati.


da Avvenire

Appello all’Europa: stop all’utero in affitto

Dalla regista Cristina Comencini alla scrittrice Dacia Maraini, dalle suore orsoline di Casa Rut a Caserta ad Anna Pozzi di Slaves no more: è vario e trasversale l’elenco di firmatari dell’appello contro la pratica dell’utero in affitto pubblicato oggi sul sito www.cheliberta.it.

Un elenco che ha il suo nocciolo nel network femminile Se non ora quando, nato nel 2011 per riequilibrare l’immagine femminile “offuscata” (si fa per dire) dallo scandalo Olgettine che aveva coinvolto l’allora premier Berlusconi.

Ebbene, oggi quel network dichiara di essere a fianco al vasto movimento femminista internazionale che ha elaborato una ferma opposizione alla maternità surrogata e che il 2 febbraio si troverà a Parigi.?

Ecco il testo dell’appello:

«Noi rifiutiamo di considerare la “maternità surrogata” un atto di libertà o di amore. In Italia è vietata, ma nel mondo in cui viviamo l’altrove è qui: “committenti” italiani possono trovare in altri paesi una donna che “porti” un figlio per loro. Non possiamo accettare, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione: non più del patriarca ma del mercato. Vogliamo che la maternità surrogata sia messa al bando.

Oggi, per la prima volta nella storia, la maternità incontra la libertà. Si può scegliere di essere o non essere madri. La maternità, scelta e non subìta, apre a un’idea più ricca della libertà e della stessa umanità: il percorso di vita che una donna e il suo futuro bambino compiono insieme è un’avventura umana straordinaria. I bambini non sono cose da vendere o da “donare”. Se vengono programmaticamente scissi dalla storia che li ha portati alla luce e che comunque è la loro, i bambini diventano merce.

Siamo favorevoli al pieno riconoscimento dei diritti civili per lesbiche e gay, ma diciamo a tutti, anche agli eterosessuali: il desiderio di figli non può diventare un diritto da affermare a ogni costo.

CI APPELLIAMO ALL’EUROPA

Nessun essere umano può essere ridotto a mezzo. Noi guardiamo al mondo e all’umanità ispirandoci a questo principio fondativo della civiltà europea. Facciamo appello alle istituzioni europee – Parlamento, Commissione e Consiglio – affinchè la pratica della maternità surrogata venga dichiarata illegale in Europa e sia messa al bando a livello globale».

Seguono le firme, al momento 64, ma destinate a crescere. Sì perché la pratica della maternità surrogata, che da tempo Avvenire denuncia come uno sfruttamento delle donne più povere del globo, ha ormai un vastissimo fronte contrario. E a poco serviranno le incredibili denunce di omofobia che alcuni ambienti vicini ai gruppi omosessuali hanno rivolto alle femministe anti-surrogata.

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