Dalla rassegna stampa Teatro

Più dei santi, meno dei morti. La notte in cui Pasolini

La notte in cui Pasolini, un coraggioso spettacolo sul decesso di Pier Paolo Pasolini.

La compagnia teatrale Fenice dei Rifiuti, da sempre impegnata nel teatro civile, porta in scena al Teatro Libero Più dei santi, meno dei morti.

È la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975, la notte che separa i santi dai morti, o che li unisce, uccidendo gli uni e santificando gli altri. Siamo a Ostia. Tra le baracche abusive e i rifiuti, tra il mare e il fango, giace il corpo massacrato di uno dei più grandi intellettuali del nostro tempo: Pier Paolo Pasolini. Giace il corpo di un poeta, di un regista, di uno scrittore. Oppure? Oppure giace il corpo di un omosessuale, di un pedofilo, di uno stupratore.
La verità è un concetto mobile, friabile, plasmabile a seconda delle bocche che la raccontano e degli interessi – meglio, del potere – che la muovono.
Quel potere che Pasolini ha combattuto per tutta la vita, quel potere che, alla fine, ha vinto sulla poesia, facendo esplodere il suo cuore sotto le ruote di un’automobile nel silenzio della notte, tra il riverbero delle onde di un mare di silenzio.

Alessandro Veronese porta in scena la storia, dando voce a tutte quelle presunte verità – sempre castrate, mozzate, mancanti – che si sono dette in questi quarant’anni sul decesso di Pasolini. Mostra le contraddizioni, i retroscena, la violenza di questa morte, che è prima di tutto una morte civile, la morte di un paese che non alza la testa, che vuole credere alle verità che gli vengono imboccate, suggerite da un “altro” intoccabile.
Il lavoro della Fenice dei Rifiuti, invece, ha il coraggio dell’oppure – termine-chiave dello spettacolo, più volte ripetuto durante la performance. Ha il coraggio di scavare – in modo quasi più investigativo e giudiziario che teatrale – oltre quella che a tutt’oggi resta la principale verità sulla morte di Pasolini: la questione omosessuale.

Dietro i corpi che si strusciano e si toccano che aprono lo spettacolo, ci sono le “sette sorelle”, prima rappresentate metaforicamente come sette donne a capo di un bordello e alla fine smascherate nelle sette compagnie petrolifere con a capo Enrico Mattei, morto per una bomba messa sul suo aereo e sostituito da Eugenio Cefis, fondatore della P2. Proprio attorno a queste questioni Pasolini stava scrivendo il suo romanzo-inchiesta, Petrolio, morendo, guarda caso, prima di riuscire a terminarlo.

Uno spettacolo decisamente politico, quello di Alessandro Veronese, che prende una chiara posizione sulla morte del poeta, anche a rischio di tirarsi addosso le ostilità del mondo omosessuale, più volte velatamente accusato di fomentare la teoria della morte per omofobia, che coprirebbe, secondo il lavoro di Veronese, il movente politico del decesso.

Uno spettacolo il cui grande pregio è la forza di quell’oppure, di quella verità “altra”, sempre solo sospettata e sussurrata; coperta dalle bugie e dalle verità, evidentemente contraddittorie e più volte ritrattate, di Pino Pelosi, a tutt’oggi unico colpevole condannato per l’omicidio – rappresentato sulla scena nei panni caricaturali di un coattissimo romanaccio di borgata.

Il lavoro di Veronese ha, tuttavia, il difetto di voler unire troppe questioni e troppi linguaggi: dalle varie facce di Pasolini alla questione politica in senso lato – come la scena dello stupro di Franca Rame, molto efficace e ben riuscita in sé, ma un po’ decentrata rispetto allo svolgimento dell’opera; linguisticamente si passa da un’impostazione iniziale piuttosto accademica a livello recitativo, a momenti che sfiorano il teatro-danza e il musical, fino a un’ultima parte più squisitamente narrativa.

Il rischio è quello di disperdere la forza politica dello spettacolo per voler toccare tutti i punti, esprimendoli in una molteplicità di linguaggi, che tendono a sfilacciare il senso dell’opera.

Ciò nonostante, il lavoro della Fenice dei Rifiuti risuona come un grido di estrema importanza, un gesto politico, una voce che risveglia, un occhio che si apre.

Lo spettacolo si chiude con la celebre poesia di Pasolini, Alla mia nazione, letta da Vittorio Gassman, sulle note di Povera Patria di Franco Battiato.

Una fotografia dell’Italia, “terra di infanti, affamati, corrotti”, assassini senza nomi né volti della poesia, ma anche terra di artisti coraggiosi che oggi, a quarant’anni da quella notte di santi e di morti, combattono ancora per la verità.

Lo spettacolo è in scena
Teatro Libero
via Savona 10, Milano
dal 26 ottobre al 2 novembre
lunedì-sabato ore 21 /domenica ore 16
Più dei santi, meno dei morti. La notte in cui Pasolini
scritto e diretto da Alessandro Veronese
con Laura Angelone, Federica D’Angelo, Christian Gallucci, Michela Giudici, Vanessa Korn, Susanna Miotto, Alessandro Prioletti, Alessandro Veronese
aiuto regia Francesca Gaiazzi
fotografia di scena Greta Pelizzari

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