Dalla rassegna stampa Personaggi

Leggere o rileggere Pasolini è la sola maniera per conoscerlo, misurarlo, amarlo.

L’amaca

PASOLINI piace a tutti, nel quarantesimo della sua morte atroce è quasi impossibile trovare qualcuno che ne parli con sufficienza o con insolenza (forse i nazisti dell’Illinois, ma non seguo il loro blog…). Di questa unanimità postuma si può pensare tutto il male possibile; ma anche qualcosa di meno malizioso e di meno ovvio. Per esempio che l’enormità dell’artista, il corpus della sua opera letteraria, poetica, saggistica, giornalistica, cinematografica, drammaturgica, si stagli con tale evidenza nella storia del nostro Novecento da imporlo come uno dei grandissimi di sempre. Perfino la sua morte, che ha conferito alla sua persona fisica una potenza iconografica sconvolgente (vedi le considerazioni di Fabrizio Gifuni, Repubblica di ieri), non basta a mettere in secondo piano la sua opera. Nemmeno il corpo martirizzato di PPP può offuscare il corpus delle sue opere.

Non è quello che ha scritto Pasolini; è come lo ha scritto, a fare la differenza. Molti altri tentarono e tentano, quanto a veemenza delle intenzioni, di essere Pasolini. Ma senza arrivare a esserlo. Ovvero, senza la sua stessa luce nelle parole, e senza le stesse tenebre. L’infarinatura sociologica o pseudopolitica che presiede buona parte del discorso culturale e giornalistico italiano non aiuta a capire che il testo (dunque l’arte) è infinitamente più importante ed espressivo (o inespressivo) di ogni altro elemento contestuale. Leggere o rileggere Pasolini è la sola maniera per conoscerlo, misurarlo, amarlo.

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