Dalla rassegna stampa Personaggi

Il corsaro Pasolini e il «Corriere» Una felice relazione pericolosa

A quarant’anni esatti dalla morte di P.P.P. la lezione di Fabrizio Gifuni sul poeta che ha scelto di mettere la fisicità al centro della scena

da La Repubblica

Per lui era la misura delle cose,la sua ossessione, la sua dannazione.

A quarant’anni esatti dalla morte di P.P.P. la lezione di Fabrizio Gifuni sul poeta che ha scelto di mettere la fisicità al centro della scena

Il corpo mai sepolto

FABRIZIO GIFUNI

Leggete “Petrolio”, misuratene le radiazioni. Oggi Italia 2015.

Che si trattasse di percorrere un campo di calcio, di dragare la notte le strade di Roma, di posare nelle ultime foto non occasionali che lo ritraggono nudo nel suo rudere di Chia o di giacere, infine, straziato nella polvere negli ultimi fotogrammi della sua vita, che lo si ami o lo si detesti, una cosa è certa: quel corpo non c’è più modo di dimenticarlo. Inevitabilmente esposto al pericolo dell’icona, ma sempre necessario a ricomporre la tela di un discorso poetico, il corpo di Pasolini sta sempre lì ed è impossibile non farci i conti.

Bene. Quel poco o tanto che mi ha lasciato Pasolini è solo ciò di cui il mio corpo a sua volta si è fatto carico negli di Pasolini

NON C’È un altro poeta del ‘900 italiano che abbia messo con maggior decisione il corpo al centro della scena. Con la grazia e la scandalosa, feroce mitezza che faceva unica la sua voce, Pasolini lo ha trasformato nel più potente ordigno metafisico mai depositato sul suolo della letteratura contemporanea, in grado di propagare le sue onde magnetiche sulla sua vita, sull’opera e sulla sua stessa morte.

Ultimi quindici anni. Il mio lavoro è questo. Prendo le parole degli altri. Attraverso la memoria, qualche volta solo con gli occhi, me le metto addosso. Le peso. Poi le condivido con gli altri e non smetto più di farlo. Fine. Con Pasolini l’agone – il complesso dei giochi – confina spesso con un’agonia. Ma il piacere è vertiginoso. Molto potenti le sue parole.

Negli ultimi quarant’anni di storia italiana ci sono due corpi diversamente insepolti, sulla cui ombra lunghissima la società italiana continua ad inciampare. Quello di Pasolini e quello di Aldo Moro. Entrambi con un portato simbolico immensamente più forte di tutte le trame possibili e immaginabili. Due corpi che non esauriranno mai la loro carica anche se una verità giudiziaria, certa e definitiva, o i loro stessi fantasmi, venissero un giorno a raccontarci una volta per tutte come andarono davvero le cose. Il che non significa affatto lasciarsi distrarre rinunciando a cercare quella verità con tenacia e lucidità ma solo tener conto di quali effetti quei corpi continuino a produrre, a prescindere, su un altro terreno di non minore portata. Corpi ombra che si allungano o si accorciano ma non scolorano mai.

Per questo quando Giuseppe Bertolucci mi propose di cambiare il titolo del nostro primo lavoro teatrale dedicato a Pasolini da ‘Danza di Narciso’ in ‘Na specie de cadavere lunghissimo’ – da un verso in romanesco del grande poeta milanese Giorgio Somalvico – trovai subito perfetta la sintesi che quell’endecasillabo era in grado di produrre.

Ed è sicuramente dall’ombra vitale di quel corpo che partirei se dovessi raccontare a un ragazzo, come a volte mi accade, cosa mi ha portato negli anni a frequentare le parole di Pasolini. Ragionerei con lui su cosa abbiano a che fare quelle parole/corpo con la nostra vita, quarant’anni dopo la sua morte. Da questo partirei, se dovessi parlare a un ragazzo nato già nella nuova epoca – quella della Rete – successiva ma distante anni luce da quella in cui sono nato io – quella della televisione – che Pasolini era solito chiamare icasticamente il nuovo Fascismo , per differenziarlo dal vecchio.

Il corpo era per lui la misura delle cose. La sua ossessione. La sua dannazione certo, impossibile non pensarlo ora. Quando parlava con i suoi pochi amici e interlocutori non mancava mai di avvertirli. C’è una differenza fra voi e me, sempre gli diceva. Non c’è nulla di quanto scrivo che non passi attraverso un’esperienza fisica ed è questa solo a contare davvero. Per voi è diverso. Non dico affatto che sia meglio o peggio, perché infiniti sono i labirinti della scrittura, ma forse solo in questo risiede la mia diversità. Si può essere grandi scrittori senza dover vivere tutto fisicamente, è vero, ma si fa molta più fatica a comprendere la società e i suoi meccanismi senza conoscere i corpi. Questo solo dovete ammettere, gli diceva.

«Con questa vita io pago un prezzo. E’ come uno che scende all’inferno. Ma quando torno, se torno, ho visto altre cose, più cose di voi» – fa in tempo a dire a Furio Colombo poche ore prima di sparire nella notte.

E poi: «Io lo so, caro Calvino, com’è la vita di un intellettuale, lo so perché in parte è anche la mia vita. Letture, solitudini al laboratorio, cerchie in genere di pochi amici e molti conoscenti, tutti intellettuali e borghesi. Una vita di lavoro e sostanzialmente perbene. Ma io come il Signor Hyde ho un’altra vita», scrive al suo amico nel luglio del ’74 in una lettera aperta su Paese Sera . Osservava le interiora della società come gli antichi aruspici facevano con quelle degli animali, leggeva i segni, si improvvisava semiologo: la nuova urbanistica, la differenza fra un ghigno e un sorriso in un ragazzo, gli oggetti e i nuovi mezzi di comunicazione. I corpi, sempre.

Conosceva la metafisica non dualistica dei grandi Sapienti, Pasolini. «Io sono nero di amore, né fanciullo né usignolo, tutto intero come un fiore. Desiderio senza desiderio», sono i versi bellissimi di un Pasolini ventenne quando si aprivano le

Danze di Narciso .

«Io sono un prete e un uomo libero, due scuse per non vivere». Come per Eraclito anche per lui il mondo non era altro che un tessuto illusorio di contrari: padre e figlio, natura e opera d’arte, vittima e carnefice. Ma anche il buio e la luce, la violenza e la mitezza, Paolo di Tarso e Paolo di Casarsa. Carlo di Polis e Carlo di Tetis, protagonisti del suo romanzo postumo. Dottor Jekyll e Mister Hyde.

Conosceva bene la Grecia Pasolini, la tragedia e i suoi misteri. Occorre prima aver filmato Edipo Re e Medea , averne connotato i volti, per immaginare di poter bere il ciceone, la bevanda iniziatica dei Misteri di Eleusi, viatico di quel suo ultimo strabiliante romanzo. Perché è solo dopo averlo bevuto che si può iniziare a pronunciare e ad ascoltare il Romanzo, non importa più di quale strage, in una saletta del Quirinale dove l’Italia trema e trama.

Indagava la sostanza profonda del rito, Pasolini. Prima di Cristo e dopo Cristo. Conosceva a fondo la storia del Messia, la sua insostenibile concretezza, ed è per questo che nessuno ha mai fatto un film così bello e così vero come Il Vangelo secondo Matteo , direi a quel ragazzo. Colpa, peccato, sacrificio, redenzione erano il pane che maneggiava ogni giorno, accarezzando la bestemmia.

Inizia molto presto a scrivere versi sulla sua morte, per prenderci confidenza. E lo fa nella lingua madre.

Il dì de la mi muart – il giorno della mia morte – è il titolo di una poesia giovanile scritta tra il ’43 e il ’49 e inserita nella raccolta La meglio gioventù . Ma quando torna a riscriverne le varianti buie a pochi mesi dalla sua morte, non più poetica, non esita ad aggiungere in epigrafe un versetto di Giovanni che dice: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non morirà, rimarrà solo, ma se morirà darà molto frutto…».

Nessun altro poeta che io sappia, racconterei senz’altro a quel ragazzo, è riuscito a immaginare più di dieci anni prima (1964) la morte del suo corpo disegnando una poesia come fosse una rosa. «Sono come un gatto bruciato vivo/pestato dal copertone di un autotreno/impiccato da ragazzi a un fico/ma con ancora almeno sei delle sue sette vite/ Come un serpe ridotto a poltiglia di sangue/un’anguilla mezza mangiata/ Le guance cave sotto gli occhi abbattuti/i capelli orrendamente diradati sul cranio/un gatto che non crepa…». Nessun altro regista, forse gli direi, è riuscito a filmare sua madre ai piedi della croce.

Qualcuno ipotizza e ipnotizza l’eresia impronunciabile. Che persino lo spazio fisico della sua morte – Ostia – porterebbe nel nome quell’indicazione cifrata. Come a dire: ora che il mio corpo è caduto, morto nella polvere, forse potrete mangiare il mio nome con qualche frutto, anziché continuare a rimasticarlo sconciamente nelle vostre sale da pranzo all’ora del telegiornale, dopo averlo degradato nei vostri cinegiornali di regime o nelle aule dei tribunali italiani (Pasolini subì una ventina di processi penali oltre ad un numero imprecisato di denunce, segnalerei a quel ragazzo).

E persino il tempo – nel buio di una notte che separa il giorno dei santi da quello dei morti- si impiglierebbe in questa oscura cabala che qualsiasi mente razionale, certo, non può che allontanare. Quel che è difficilmente allontanabile anche per chi è abituato a camminare con scarpe robuste solo nella parte visibile del mondo, è che Pasolini si occupò incessantemente della vita e della morte dei corpi, a partire dal suo, in egual misura, da quando iniziò ad essere un poeta. E anche con questo ci ha obbligato a fare i conti.

Della vita soprattutto, certo. Su questo insistono con ragione e con affetto sincero i suoi amici, per scongiurare il rischio di un’estetica della morte legata al suo nome. E di vita ribollono senz’altro la sua grande poesia, i suoi romanzi, i suoi film più belli, il suo implacabile, amatissimo e odiatissimo, impegno civile. Non solo il Riccetto e gli altri Ragazzi di vita ne sono pieni, non solo Accattone e Mamma Roma ma persino Salo’ o le centoventi giornate di Sodoma ,

sì, anche il film più disturbante del cinema italiano, in fondo cos’altro è se non la prova estrema di un attaccamento alla vita visto attraverso la lente dei suoi carnefici? Essere costretti a fare i conti con la morte non vuol dire affatto escludere bellezza e vita ma solo rispettare l’interezza del suo corpus poetico. C’è davvero ancora bisogno di ripeterlo?

Eccoci invece pronti a riascoltare che alla fine di ottobre Pasolini aveva ancora mille progetti da realizzare e nessunissima voglia di morire o che invece no, non è vero, perché da qualche parte neppure tanto segreta desiderava da tempo non essere più corpo vivo.

Meno male che un attimo prima di sparire nella notte aveva fatto in tempo a dirci: «Beati voi che siete tutti contenti quando potete mettere su un delitto la sua bella etichetta. A me questa sembra un’altra delle tante operazioni della cultura di massa. Non potendo impedire che accadano certe cose, si trova pace fabbricando scaffali».


Da Corriere della Sera

Il corsaro Pasolini e il «Corriere» Una felice relazione pericolosa

Il polemista senza paura e il giornale della borghesia milanese Un binomio inscindibile fin dal primo articolo del 7 gennaio 1973

I l caso Pasolini non si è mai chiuso, e probabilmente non si chiuderà. Vuoi per lo scandalo che fu la sua vita, per la sua omosessualità, per la sua morte violenta e per la conseguente questione giudiziaria, rimasta ancora oscura; vuoi per la potenza della visione del mondo che Pasolini ha espresso senza risparmio di energia nella sua multiforme e caotica attività creativa: poesia, narrativa, teatro, cinema, giornalismo. Guardando ai due anniversari di quest’anno, va riconosciuto, piaccia o no, che non c’è confronto possibile tra Calvino (morto nel 1985) e Pasolini (dieci anni prima). Tra lo scrittore illuminista della leggerezza e della velocità e lo scrittore-profeta che ha buttato dentro la letteratura il suo corpo e la sua chiaroveggenza, senza dubbio la memoria collettiva ha preferito quest’ultimo, cui sono tributate celebrazioni innumerevoli. Mentre gli omaggi a Calvino sono rimasti nei limiti dell’ordinaria amministrazione, pur trattandosi di uno degli scrittori più giustamente amati, studiati e frequentati nella scuola. Due figure centrali del secondo Novecento, e due figure opposte: l’uno morì come (non) sappiamo la notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 al Lido di Ostia, l’altro in ospedale in seguito a un ictus; l’uno vittima di un massacro, l’altro per un’implosione cerebrale; Calvino lavorò di sottrazione e di levigatezza, Pasolini lavorò per singulti e accumulazione, basta pensare all’ultima sua opera, incompiuta ma programmaticamente esorbitante e magmatica, Petrolio . Tutto ciò che riguarda Pasolini è esorbitante e magmatico, forse anche la sua ricezione. Per non dire che ogni volta il suo nome accende l’ipersensibilità dei complottisti e quella simmetrica (e spesso sbeffeggiante) dei non complottisti.
Certo Pasolini è ancora vivo e presente per il mistero che si porta dietro, ma anche per la passione e la sincerità con cui ci ha parlato. Soprattutto dalle colonne del «Corriere ». Perché soprattutto? Perché l’incontro tra Pasolini e il «Corriere» è stato uno dei pochissimi incontri fatali passati alla storia del giornalismo come una sorta di identificazione reciproca e paritaria. È uno dei tanti paradossi pasoliniani. Un polemista che già da anni aveva avuto modo di esibire sui giornali la sua intrattabilità e la sua irriducibile scorrettezza politica (ben diversa da quella che impazza oggi), un polemista senza paura, ostracizzato e ampiamente perseguito dalla giustizia penale, che viene accolto tra le braccia del giornale della borghesia milanocentrica perbenista (di destra ma anche di sinistra), quella stessa borghesia verso la quale Pasolini aveva dichiarato «un odio patologico», del resto ricambiato. Si narra che le cose siano andate così: il vice direttore Gaspare Barbiellini Amidei propone la firma di PPP a Piero Ottone, che risponde «Va bene, proviamo», forse per una sua strategia politico-editoriale, forse per convinzione ideale, forse senza rendersene ben conto e sicuramente dopo aver consultato la proprietà. Fatto sta che quel matrimonio, avviato con il primo articolo del 7 gennaio 1973, è destinato a creare un binomio pressoché inscindibile fino alla fine: al punto — ed è questo il paradosso di cui si diceva — che l’immagine del «Corriere» anni 70 finirà per richiamare, quasi per riflesso automatico, quella del «corsaro» Pasolini. E diventa oziosa la domanda che sta dietro ogni matrimonio più d’interesse che d’amore: su chi dei due coniugi alla fine ne abbia ricavato maggiori vantaggi. Se cioè l’idea di liberalità e di apertura consegnata dal giornale di Ottone al pubblico inquieto di quegli anni, oltre che alla futura memoria storica, sia a conti fatti superiore all’incremento di ascolto (e di fama) che Pasolini ottenne dalla «generosa» ospitalità. Che si sia trattato di una relazione pericolosa ma felice, non c’è dubbio, anche se Pasolini e Ottone non si incontrarono mai.
Sin dal primo intervento, sui giovani capelloni, l’eco fu enorme. E comunque quegli attacchi (da destra e da sinistra) non facevano altro che dare nuovi argomenti alla vis polemica pasoliniana. Se questo accadde per il discorso sui capelli («la loro libertà di portare i capelli come vogliono, non è difendibile, perché non è più libertà»), figurarsi che cosa succedeva ogni volta che Pasolini in prima pagina, nella Tribuna aperta (la testata di rubrica sotto cui veniva collocato ogni suo intervento, quasi a mitigare la responsabilità del giornale), prendeva la parola su temi politici. Un impolitico che parlava di politica. Contro il neocapitalismo, l’omologazione, il genocidio culturale, la Chiesa, la contiguità tra fascismo e Democrazia cristiana, le collusioni del potere con la mafia, contro le ambiguità opportunistiche del Pci e poi contro l’aborto. Spesso facendo nomi e cognomi.
Militante — ha scritto Cesare Segre — di un partito che ha in lui il solo rappresentante: ma a cui viene dato un ascolto mostruoso. Attività polemica febbrile (e spesso fuori controllo) di un intellettuale che colpisce i suoi obiettivi senza calcoli, anzi mettendo in campo la propria disperazione individuale («disperazione» è una parola che ricorre di continuo nei suoi articoli). Come offrendo il proprio corpo in nome della difesa di valori culturali e civili che sente sulla pelle. Posseduto dalla propria idea e dal proprio sentirsene eroe e vittima sacrificale. Del resto, Pasolini è passato via via negli anni per un estremista di sinistra, un pressapochista, nostalgico e reazionario di destra, elegiaco e passatista, provocatore e martire, profeta geniale e impavido, unico autentico fustigatore del carattere italico. Tutto e il contrario di tutto. Il male e il bene, il peggio e il meglio. Un’altra differenza rispetto all’unicità di Calvino è che la sua unicità resta inimitabile, e la sua eredità senza eredi.

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.