Dalla rassegna stampa Personaggi

I LIBRI DI PASOLINI - L’esordio infinito di un sovversivo

Urgenza e necessità alla base del testo pasoliniano E la capacità di rimettersi in gioco . Ogni volta

Anticipiamo un brano del testo intitolato «Ritratto di Pier Paolo Pasolini» che Emanuele Trevi ha scritto per il romanzo «Ragazzi di vita» pubblicato nella collana del «Corriere della Sera»

I l talento è una frusta, diceva Truman Capote, e a nessuno meglio che a Pier Paolo Pasolini si addice questo giustissimo ammonimento. Di fronte ai titoli di una nuova collana delle sue opere, si rimane ancora oggi sbalorditi: le energie spese in tanta ricchezza, in tanta varietà di esperimenti, sembrano quelle di un’intera epoca della letteratura, e non di un singolo individuo. E quella che qui si presenta è una scelta, tra le tante altre che si potevano fare. Fin dal primo periodo friulano l’inquietudine, tratto fondamentale del suo carattere, induce Pasolini a crearsi delle nuove sfide, e ogni sfida lo porta lontano, in un terreno di assoluta originalità. Se per assurdo avesse finito la sua carriera con Ragazzi di vita e Una vita violenta , staremmo ancora a parlare di lui. E, invece, tutto doveva cominciare, e sarebbe ricominciato moltissime volte. Come se non si trattasse di costruire serenamente, libro dopo libro, un’«opera completa», ma di esordire nuovamente a ogni svolta del cammino, e fino all’ultimo respiro.
Già da queste considerazioni, si potrà facilmente intuire che Pasolini, pur così capace di lanciarsi in nuove imprese, è tutto il contrario di un dilettante («il dilettantismo», affermava senza esitare Marcel Proust, «non ha mai portato a nulla»). Da un capo all’altro della montagna di scritti che si è lasciato dietro, non c’è mai nulla, si può dire, di marginale, di fatto con la mano sinistra. Anche nel progetto mai portato a termine, nell’abbozzo dimenticato, nella versione abortita noi sentiamo sempre l’odore, inconfondibile, della necessità. E non c’è occasione che venga presa alla leggera. Perché a partire da ogni circostanza si può mirare all’essenziale, moltiplicando i punti di vista e mai dimenticando a che tipo di pubblico è destinata quella particolare forma, quel tipo di linguaggio che viene adottato. Da questo punto di vista, la collaborazione a giornali e riviste rivela molti aspetti del talento polimorfo di Pasolini. Un fatto assolutamente normale nella carriera di ogni scrittore, come la collaborazione a una testata prestigiosa, viene investito di significati inauditi. Così, quando Piero Ottone, agli inizi del 1973, invita Pasolini a collaborare al « Corriere della Sera» , cerca una grande firma da aggiungere alle altre presenti sul giornale, e finisce per innescare un’avventura intellettuale che ancora oggi risulta, nelle pagine degli Scritti corsari e delle Lettere luterane , bruciante e provocante. Viene da chiedersi quanti altri articoli destinati a un quotidiano possiedano dopo quasi mezzo secolo la forza di provocazione e l’intelligenza poetica della realtà di quelli scritti da Pasolini negli ultimi anni della sua vita, quando sembra che il calore accumulato lungo tutto il cammino si trasformi in uno stato di perpetua incandescenza.
Gli Scritti corsari , le Lettere luterane , gli altri articoli pubblicati postumi con il titolo (d’autore) Descrizioni di descrizioni , assieme a Petrolio e a Salò , sono i singoli e solidali tasselli di un’immagine del mondo che può scaturire solo dalla capacità di rimettersi in gioco, di non servirsi mai di quello che già è stato fatto per pregiudicare ciò che ancora resta da fare. Come tutti sappiamo, questa ultima immagine del mondo è condizionata da un profondo, irrimediabile pessimismo politico e antropologico. Quello che Pasolini vede intorno a sé non ha che l’aspetto esteriore del progresso. Ma è solo omologazione, pubblicità, dittatura dei consumi e del consenso. Non c’è un’altra parola che più di «genocidio» possa definire il contenuto di questa spietata diagnosi. È una parola grave, una parola-limite, e chi la pronuncia ne sente tutto il peso. Ma bisogna stare sempre attenti a non confondere Pasolini con quella figura del profeta di sventure che già ai suoi tempi è tutta interna all’industria culturale, abilissima a trasformare in merce ogni forma di protesta, destituendola alla fine di credibilità e autenticità. Il fatto è che in Pasolini il metodo della conoscenza non può essere mai separato dai suoi contenuti. Potremmo definire questo metodo erotico, non solo e non tanto alludendo alle abitudini sessuali, ma perché il corpo e la mente non vanno mai separati, procedono verso una verità che sfugge sempre alla sua cristallizzazione, e va interrogata, toccata con mano, giorno dopo giorno e notte dopo notte. Se volessimo trovare nella letteratura italiana un investimento così totale di sé nella propria ricerca, capace di fare della scrittura un secondo corpo, è solo il nome di Giacomo Leopardi che potremmo fare accanto a quello di Pasolini. E non sarà un caso che si tratti di due pecore nere, che puntano i piedi di fronte alle fedi più ardenti del loro tempo, che non ci cascano mai, che non condividono le sacre verità sociali specie se ammantate dalle insegne del progresso.
Da questo atteggiamento fondamentale venne fuori, abbastanza precocemente, una figura di intellettuale del tutto sovversiva ed estranea alla società letteraria del suo tempo. Ma, a differenza di tanti suoi coetanei, a Pasolini non interessa semplicemente distruggere il ruolo. Semmai, intende completarlo. Dunque, come scrittore e intellettuale, come regista ed uomo di teatro, accetta con serietà le prerogative e le responsabilità della sua condizione. Lavoratore instancabile, conduce la vita dei suoi simili, li frequenta quotidianamente, non riconosce nessuna utilità in una pratica orgogliosa della solitudine. Tutto questo, nelle sue giornate, dura all’incirca fino all’ora di cena. A quel punto, però, si alza da tavola e sparisce nell’oscurità, nell’altra parte — là dove nessuno dei suoi simili intende seguirlo —. Questo sdoppiamento è l’origine della differenza del suo sguardo, e lungi dall’essere percepito come una colpa è rivendicato orgogliosamente fino all’intervista concessa a Furio Colombo che precede di poche ore la morte. Voi, dice in sostanza Pasolini per l’ultima volta, riferendosi agli intellettuali, agli scrittori, voi non vedete la società come la vedo io, non per un limite di intelligenza o di cultura, ma perché non conducete la vita che conduco io.
Dunque, quando parliamo della realtà a cui sempre punta Pasolini, dobbiamo pensarla in relazione a una sensibilità che vive in un perenne stato di emergenza, che riunisce nella stessa persona il giorno e la notte, il potere rivelatore delle parole e il loro contrario. Questa concezione di sé si riflette ancora in Petrolio , l’ultima e la più ambiziosa impresa di Pasolini, iniziata nell’estate del 1972 e brutalmente interrotta dall’assassinio. Ma la sua presa di coscienza è molto più precoce. Suggerivo prima che non esistono scritti «minori» di Pasolini, perché in tutti si rivela la stessa inquietudine, la stessa capacità di portare fino alle estreme conseguenze un certo genere di scrittura, per poi passare ad altro.

«Né icona né intoccabile» L’eredità di un maestro

Quattro autori sotto i quarant’anni raccontano la lezione del poeta Dalla ricerca sulla lingua al realismo: «Ha saputo guardare davvero altrove»

Dell’eredità di Pasolini parlano spesso i suoi «contemporanei», o meglio intellettuali e autori che hanno condiviso con lui anche solo parzialmente un’epoca, tra gli anni Sessanta e i Settanta, e quindi hanno conosciuto l’atmosfera e il contesto in cui Pasolini, specie negli ultimi anni, ha lavorato e scritto. Ma raramente si ascolta la voce di chi quegli anni non li ha vissuti affatto, semplicemente perché è nato dopo, eppure si occupa proprio del lavoro letterario e intellettuale, poetico e culturale, in cui era impegnato Pasolini.
Così ci domandiamo: esiste ed è definibile un’attualità pasoliniana, se non addirittura una lezione pasoliniana, per gli autori che sono venuti dopo quel 2 novembre 1975, giorno della morte di Pasolini? E qual è? Le risposte, che qui riportiamo, sono complesse e anche molto articolate. Ma l’elemento comune di tutti gli scrittori con meno di 40 anni che ci hanno risposto è alquanto lineare: ed è l’insofferenza assoluta nei confronti di tutto ciò che è stato costruito intorno all’«icona» di Pasolini e la riscoperta invece dei testi, della lettera e della testimonianza personale, della ricerca linguistica, della scrittura di Pasolini, e anche del suo lavoro e del suo atteggiamento di intellettuale.
«Una delle eredità più grandi di Pasolini — ci spiega la scrittrice Antonella Lattanzi, classe 1979, due romanzi, Devozione e Prima che tu mi tradisca, editi da Einaudi Stile Libero) — è lo sguardo su qualcosa di veramente molto diverso da te, dai tuoi, dalla lingua di casa, dai quartieri conosciuti, dalla tua famiglia, dalla tua vita. Il guardare davvero altrove». E questa è una lezione di intellettuale e di narratore, spiega la Lattanzi: «È troppo poco ridurre ad esempio un romanzo come Ragazzi di vita (e Una vita violenta ) a una semplice storia sulle borgate. Ti insegna la ricerca sulla lingua, cioè come si lavora sulla lingua di origine delle persone, e quindi dei personaggi, la capacità di guardare altrove, di uscire dal terreno conosciuto, questa eredità a te scrittore rimane nel tempo qualsiasi cosa tu voglia fare, in qualsiasi modo, qualsiasi sia la tua poetica. E al lettore offre un’altra lezione: gli dà un racconto senza però dargli le linee guida dell’interpretazione, gli lascia scegliere da che parte vuol stare».
Secondo la critica e scrittrice Chiara Valerio (classe 1978, il suo Almanacco del giorno prima è uscito per Einaudi), le eredità sono parecchie: «La cosa che mi ha lasciato Pasolini è che non esistono scrittori che scrivono e basta. E poi mi ha lasciato lo “spostarsi dalla provincia”, rischiando di abbandonare i propri nuclei narrativi, e andare da un’altra parte, anche da tutt’altra parte». Una provincia che è vera e concreta, il paesaggio friulano ad esempio, ma è anche metaforica. Mentre alla scrittrice non piace l’icona costruita, da altri, intorno al poeta: «Non mi piacciono i martiri, non mi piacciono i santi, quindi non mi piace quell’analisi post-pasoliniana che si interessa o vede solo la sua preveggenza sui comportamenti sociali e culturali. Nessuno parte dai libri di Pasolini, ma si sente parlare della morte di Pasolini, del corpo di Pasolini, eccetera…». E a proposito di testi dello scrittore, suggerisce di «rimettere in circolo L’odore dell’India », perché è interessante vedere come lo scrittore racconti luoghi esotici continuamente evocando invece Roma e i quartieri romani.
Non può e non deve trattarsi però di un coro di consensi unanime e indifferenziato, pena anche il tradimento dello stesso autore. Come ci illustra Mattia Signorini (1980, autore di libri come il recente Le fragili attese e La sinfonia del tempo breve per Marsilio), ognuno deve poter fare i distinguo che meglio crede.
«Non sento particolarmente vicino il Pasolini scrittore — precisa Signorini —, ma semplicemente perché i punti di riferimento del mio immaginario sono altri, ad esempio il realismo magico di Buzzati, o Fellini, e sto su una strada diversa dal suo realismo totale. Il suo cinema mi piace molto e riesce a toccare corde fortissime, però è legato secondo me al suo tempo. Invece, ecco, quell’aspetto di realismo magico che io vado cercando lui lo ha trovato nelle meravigliose interviste che ha realizzato per la Rai, e nel suo stare vicino agli ultimi, nel suo lavoro giornalistico, e ad esempio negli Scritti corsari . Ho letto ogni cosa di Pasolini in quest’ambito, ed è proprio lì a mio parere che il suo realismo diventa un realismo magico».
Per questi autori delle generazioni post pasoliniane, qualcosa di molto importante sta anche nella sua figura — nel suo lavoro quotidiano però, nell’ esempio , non nell’icona che spesso ne viene costruita. Illustra Alcide Pierantozzi (classe 1985, autore di L’uomo e il suo amore e Ivan il terribile , Rizzoli): «C’è qualcosa di molto attuale in Pasolini, che riguarda il suo modo di rapportarsi all’esperienziale». Per questo, il lavoro che Pierantozzi indica come il più significativo è Petrolio , quel « qualcosa di scritto» che è la più esperienziale delle sue opere.
«E poi Pasolini riesce — aggiunge Pierantozzi —, nell’Italia degli anni 50-60-70 (in cui la cultura italiana è succube di reazioni all’epoca precedente, eccetera), a individuare fascinazioni culturali come l’etnografia, l’indagine ideologica, veramente impensabili e inaudite in quegli anni. Rappresenta davvero un’eccezione. Quel che a me ha insegnato, infine, è la sicurezza. Credeva profondamente nelle proprie affermazioni, era sicuro di sé, e mi ha insegnato che la modestia, nel lavoro intellettuale, significa soltanto non volersi impegnare abbastanza».

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«Ragazzi di vita» il primo titolo oggi in edicola con il «Corriere»

Debutta oggi in edicola la collana «Le opere di Pier Paolo Pasolini»: primo titolo è Ragazzi di vita , romanzo d’esordio dello scrittore, poeta e regista, disponibile al prezzo di e 8,90 più il costo del quotidiano. La nuova iniziativa editoriale del «Corriere» si compone di 22 titoli con uscite settimanali, ogni martedì fino a marzo 2016. Pubblicato nel 1955 da Garzanti, Ragazzi di vita esce ora in abbinata con il quotidiano con un contributo inedito dello scrittore Emanuele Trevi e con una prefazione dello scrittore e sceneggiatore Vincenzo Cerami (1940-2013). La collana dedicata a Pier Paolo Pasolini (1922-1975) comprende, oltre ai romanzi, opere teatrali, raccolte di poesie e di articoli. Le uscite di novembre sono: il romanzo Una vita violenta (1959) con prefazione del critico Giuseppe De Robertis (il 3); Scritti corsari, che raccoglie articoli apparsi sul «Corriere» e altri giornali (il 10), la prefazione inedita è di Paolo Di Stefano; L’odore dell’India (il 17), prefatore Giorgio Pressburger; e Lettere luterane (il 24), con prefazione dello storico Guido Crainz.

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I film, il privato, gli articoli Lo speciale sul nostro sito

Chi era e quale eredità resta di Pier Paolo Pasolini? La scrittura, il cinema, le ombre sull’omicidio, il privato che ne ha spesso offuscato l’opera e condizionato l’interpretazione. A 40 anni dalla morte, il sito de «la Lettura» ( corriere.it/lalettura ) dedica all’intellettuale uno speciale in continua evoluzione, a cura di Alessia Rastelli . Online nuove analisi, come quelle di Walter Siti e Carlo Lucarelli, articoli del passato di grandi firme come Giovanni Raboni, insieme con le edizioni originali degli articoli di Pasolini sul «Corriere», video e foto dall’archivio storico del giornale ( c. br. )


da La Repubblica

L’estremismo della serietà

CARO AUGIAS,
per nessuno scrittore italiano del Novecento c’è stata un’attenzione postuma paragonabile a quella per Pasolini. A quarant’anni dalla morte, decine di libri, commemorazioni, opere teatrali, mostre. Il suo volto è diventato l’unica icona letteraria: nel quartiere Pigneto di Roma i suoi occhi ti scrutano dalle facciate dei palazzi. Nei mesi scorsi, sui muri di varie città è apparso uno strano manifesto che lo ritrae morto in braccio a un sé stesso vivo. Un po’ inquietante, ma dice qualcosa di vero. C’è un tratto — in tutta la sua vasta opera — che oggi mi pare il più lontano da ogni possibile eredità. E proprio per questo, forse, il più necessario.
L’assoluta assenza di ironia. Pasolini poteva essere ferocemente sarcastico, acido, aggressivo, ma mai ironico. O quanto meno non al modo contemporaneo: l’ironia oggi non è quasi mai esercizio sottile dell’intelligenza, ma — nel discorso pubblico, nella critica, sui social — è solo un modo per schermarsi, per non prendere niente sul serio.
Sono nato nel 1983 e diventato adulto in questo clima infettato dal melenso da un lato, e dal cinismo dall’altro, dal desiderio ridanciano di essere come tutti. Tornare a Pasolini, accettarlo fino in fondo, significa prima di tutto accettare il suo sguardo rigoroso, allarmato e cupo, il suo estremismo della serietà, questa sua capacità di prendere sul serio ogni cosa, di sottrarsi a ogni tentazione di minimizzare l’esistente e di portarlo in burla.

Questo suo non ridere mai.

Paolo Di Paolo — [email protected]

HO DOVUTO scorciare questa bella lettera del giovane scrittore Di Paolo per ragioni di spazio, tutta condividendola. Vero che nessun altro scrittore italiano del XX secolo viene ricordato con intensità e frequenza paragonabili. Salvo forse D’Annunzio. Ma, per citare i primi due nomi che mi vengono alla mente, mai o quasi mai vengono ricordati Moravia e Gadda che pure hanno dato forma al loro tempo sia per la vita sia per la lingua usata, i temi affrontati. Pasolini ignora l’ironia e il riso, è vero. È stato uno scrittore e un poeta drammatico, portatore di drammatiche contraddizioni lui che era cattolico ma in contrasto con la Chiesa, comunista ma in contrasto con il Partito, omosessuale ma in contrasto con se stesso. Viene ricordato – se si è d’accordo sul possibile paragone con D’Annunzio: vengono ricordati – perché è stato, sono stati, artisti che hanno svolto anche attività civile e politica. D’Annunzio in senso stretto (l’Intervento, Fiume, il fascismo), in senso largo Pasolini con le invettive, le prediche laiche, le incursioni. La sua condanna della Democrazia Cristiana, la denuncia della perdita dell’innocenza di un’umile Italia contadina che sotto i suoi (e i nostri) occhi andava sparendo con la sua miseria ma anche la dignità di gente povera indotta dalla stessa povertà ad essere seria. Se a Pasolini si vogliono trovare confronti o ascendenti bisogna risalire ai grandi predicatori visionari pervasi da un rigore più luterano che cattolico, lontani da ogni accomodamento, da quella bonomia molle che diventa facilmente complicità, alla quale l’Italia deve buona parte della sua attuale rovina morale.

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