Dalla rassegna stampa Personaggi

La luce di Pasolini viene dal buio

Il tormento del corpo senza estasi

La luce di Pasolini viene dal buio

Perché scriviamo ancora di Pier Paolo Pasolini? È questa la domanda da cui dobbiamo partire. Forse sentiamo il peso insostenibile delle profezie che lui enunciò sulla spiaggia ventosa di Sabaudia, con i capelli spettinati dal vento, poco tempo prima di morire? Ma allora, invece di continuare ad allungare la lista dei titoli di coda, dovremmo entrare in azione per non dico cambiare, ma almeno provare a scalfire la realtà che, in ogni caso, sia chiaro, ci meritiamo.
Stavolta procediamo per temi. A me tocca quello del Sacro. Batti il cinque, Pierpà. Noi siamo nel mondo che tu avevi così acutamente presagito. Timbriamo il cartellino. Lo vedi? Qui, a Casarsa, il tuo paese materno, la nostra vita in senso esteso, è tutto bruciato. Lo stile non è più un colore della visione, la legge dei numeri ha vinto, la qualità ha perso, i luoghi della critica sono stravolti, i canoni sembrano azzerati. A Hostia, secondo lo schema cripto-eucaristico elaborato da Giuseppe Zigaina, attore e pittore nonché tuo sodale, che da poco ti ha raggiunto festante nei Campi Elisi, insomma all’Idroscalo, ci sono andati tutti: gli anziani «pischelli acchittati», quasi commemorando se stessi; i presidenti di circoscrizione, tesi a raccattare voti; gli scultori astratti per costruirti il monumento; i sindaci col tricolore, a farsi belli nel nome tuo; Nanni Moretti in Vespa, nei suoi splendidi quarant’anni. E tu resti così, per sempre inafferrabile, frantumato sui video di YouTube: l’ultimo scrittore italiano, in senso antico, novecentesco.
«Come stai, Accatto’?». Il vecchio amico, disteso a terra dopo essere caduto dalla motocicletta rubata, risponde sicuro: «Ah! Mo’ sto bene». Guai tuttavia a chi fra noi lo collocasse in un aldilà pacificato, fresco e beato come una rosa aulentissima fra i dolci cherubini. Dovremmo piuttosto immaginarlo appoggiato alla parete celeste, quasi fosse un muretto scalcinato, le mani in saccoccia, lo sguardo malandrino, impegnato a rispondere da par suo con uno stornello un po’ azzardato alla trita curiosità degli ermeneuti: «Fior de limoni/ tu nun lo sai quanto me gireno li cojoni».
Il fuggiasco scivolò in fondo a via Stradivari, a Testaccio, «disadorno tra il suo grande/ lurido, monte». Secondo la topografia dell’Urbe sarebbe stato un errore perché il furto del mezzo avvenne in via Beniamino Franklin, dall’altra parte del Tevere. Ma il regista era un poeta: voleva immortalare, sullo sfondo del Monte dei Cocci, la preghiera laica di Balilla, compagno di bisbocce, ladro matricolato. I nuovi borgatari, posso testimoniarlo, sebbene omologati, gli assomigliano. Per raccomandarsi a Nostro Signore, magari dopo avere acceso un cero alla Madonna, si passano il dito sulla fronte, sul petto; poi, con un gesto neppure troppo furtivo, raggiungono le parti basse. Il futuro Stracci, indimenticabile Mario Cipriani, benedetta l’anima sua, che morirà d’indigestione sulla croce sbilenca della campagna romana sotto gli occhi di Orson Welles, esegue il gesto, ammanettato e compunto, ma in successione sbagliata.

Mi piace pensare che Pasolini se ne sia accorto soltanto in sala montaggio: entusiasta del disguido, lo utilizzò in modo strutturale, come un gioiello scoperto nel rigagnolo.

«Più è sacro dov’è più animale/ il mondo» aveva scritto in L’umile Italia . E poco oltre: «La luce è frutto di un buio seme». Questi versi, se non sciolgono il nodo della tensione religiosa, certo lo rappresentano e spiegano tutto: l’usignolo della Chiesa cattolica che trasforma il suo canto nel fischiettio del fanciullino, in una pura innocenza pascoliana; il funerale scalcinato di Accattone nella desolata periferia che tanto ricorda quella di Algeri, «tra le mozze, allegre case arabe/ e i tuguri»; Ettore disperato nell’ombra inquieta del Mantegna sulla tavola nuda di Mamma Roma ; gli attori della Ricotta che, in procinto di travestirsi da santi, ballano il twist allegri e scanzonati; il Cristo spagnolo di Enrique Irazoqui nel Vangelo secondo Matteo , dedicato «alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII»; la riflessione sui miti di Edipo e Medea; le araldiche decalcomanie della Trilogia della vita ; il film, soltanto sognato, su San Paolo e soprattutto le due opere testamento: Salò o le 120 giornate di Sodoma e il postumo Petrolio (epicedio conclusivo: Il pratone del Casilino ).
Non è quindi l’insofferenza dello scrittore friulano nei confronti della divisione dei generi una semplice questione formale. Bisogna dimostrare sul campo delle operazioni l’autenticità dell’esperienza: solo questo conta. Quale fondamento, non tecnico, né manualistico-descrittivo, bensì trascendentale, potremmo assegnare agli statuti delle rispettive discipline? Siamo di fronte a una incoercibile vitalità: non riuscendo né volendo scorporarsi da se stessa, ponendo fine nell’opera alla straordinaria energia creativa da cui ricava alimento, questa forza espressiva sfonda, in una suprema sintesi pedagogica, i confini delle singole categorie, manda all’aria il vecchio sistema culturale e rifiuta i criteri estetici che lo sorreggono. In tal modo Pasolini fatalmente ricongiunge, dal basso verso l’alto, con l’ingenuità che molti gli hanno attribuito, nella solitudine finale del fango rappreso sul volto maciullato e del sacrificio estremo che nessuno potrà mai battezzare, l’istinto all’amore, la guerra alla pace, l’arte alla vita.
«È Pasolini — ha scritto Antonio Tricomi, uno dei suoi lettori più dolorosamente consapevoli — a tentare di imporre la propria figura di autore prima ancora che le proprie opere e anzi nonostante le proprie opere, che appaiono talvolta tirate via, quasi egli sentisse l’obbligo, non la necessità, di pubblicarle». Chi dunque volesse conoscere la dimensione sacrale della tragica avventura pasoliniana, priva di alterità ma intrisa di passione umana e civile, dovrebbe idealmente tornare nel piazzale polveroso, regno di cani e bambini, dove avviene lo scontro a terra fra Accattone e il cognato, il quale aveva osato oltraggiarne la paternità.
A un certo punto i due uomini, avvinghiati come serpi sullo sfondo di un casolare abbandonato che tanto assomiglia ai capricci dei vedutisti veneti, più che picchiarsi sembrano fare all’amore. La canottiera di cotone bianco sui calzoni quasi eleganti si trasforma in un saio. È quello che lascia intuire Fernando Acitelli, in un suo recente libro di poesie dedicato proprio al personaggio reso immortale da Franco Citti ( Accattone , edito da Es) per rendere omaggio a una maschera della nostra medesima nostalgia d’assoluto: «E incorniciata sta la canottiera/ indossata dar cognato d’Accattone:/ sta all’ingresso, sopra all’ombrelliera,/ed è er Divino Amore che s’impone».

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Il sesso

Il tormento del corpo senza estasi

Da La Lettura

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