Dalla rassegna stampa

Esiste il gay radar?

Secondo un nuovo studio il “gay radar” o “gaydar” è solo un mito che incoraggia la categorizzazione per stereotipi delle persone omosessuali.

Bufale gay

In questi giorni è rimbalzata la notizia di un test in grado di stabilire con buona precisione se una persona è gay. Secondo alcuni scienziati della David Geffen School of Medicine (University of California, Los Angeles) i marcatori molecolari da loro selezionati nel 67% dei casi identificano correttamente se l’uomo che ha fornito il campione di saliva da analizzare è omosessuale. Questi risultati, ancora non pubblicati, sono stati presentati al meeting annuale dell’American Society of Human Genetics e stanno già facendo molto discutere. Sono infatti molte le critiche dei genetisti, che per esempio fanno notare che si tratta di uno studio su un piccolo campione di gemelli omozigoti, e quindi è ancora tutto da dimostrare quanto le modificazioni epigenetiche identificate siano indicative nel resto della popolazione. Oltre a questo bisogna sempre ricordare che la correlazione non implica un legame causale.

Nonostante l’entusiasmo della stampa, che ancora una volta ha gridato alla scoperta del gene gay, gli scienziati sono quindi probabilmente ancora lontani dal rivelare le basi biologiche dell’orientamento sessuale.

Ma l’orientamento sessuale di una persona può essere dedotto con certezza dal suo aspetto fisico? Molti sono convinti di poter identificare correttamente una persona omosessuale semplicemente osservandone il viso. Esistono persino alcune ricerche dalle quali sembrerebbe che esista questa capacità, conosciuta popolarmente con gaydar, cioè un radar per identificare i gay.

Un recente lavoro di un gruppo di psicologi della University of Wisconsin–Madison, mette però in dubbio l’esistenza questo singolare superpotere, e sottolinea che perpetuare un mito del genere ha rischi tangibili.

La ricerca è stata pubblicata all’inizio di settembre su The Journal of Sex Research e consisteva in una serie di cinque esperimenti progettati per scoprire se davvero un volto rivela l’orientamento sessuale o se il nostro gaydar non è altro che una grossolana inferenza basata su stereotipi.

Nel primo esperimento è stato chiesto a un gruppo di volontari di guardare delle fotografie di uomini prelevate da siti di annunci personali e di stabilire se il loro orientamento fosse eterosessuale o omosessuale. Ogni fotografia era però accompagnata da una frase che doveva descrivere quella persona, ma in realtà queste descrizioni erano state confezionate dai ricercatori in base agli stereotipi correnti sull’orientamento sessuale. Per esempio una foto poteva essere accompagnata dalla frase “non gli piace lo sport” (stereotipo riferito ai gay), “va a caccia” (stereotipo etero), oppure da una frase considerata neutra come “gli piacciono gli spaghetti”. Il secondo esperimento era simile, ma in questo caso ai volontari sono state mostrate solo fotografie del volto considerate di alta qualità, sia per gli uomini gay che per gli uomini etero. L’ipotesi dei ricercatori era infatti che anche la qualità delle fotografie potesse guidare inconsapevolmente il giudizio.

L’analisi dei primi due esperimenti ha rivelato che erano le frasi inventate, in accordo con i più comuni stereotipi, a guidare il gaydar delle cavie, mentre poco importava la qualità delle foto, e ancor meno le effettive caratteristiche del volto.

Nel terzo esperimento i ricercatori hanno quindi eliminato le frasi ma a un gruppo hanno mostrato le fotografie del primo esperimento, mentre a un altro hanno mostrato un set di fotografie di qualità omogenea, cioè le stesse usate del secondo esperimento. Se davvero le persone potevano capire dai volti l’orientamento sessuale, senza la distrazione delle frasi l’effetto avrebbe dovuto emergere, ma in modo indipendentemente dalla qualità delle foto. I risultati del primo gruppo sono coerenti con quelli degli studi precedenti sul gaydar, ma nel secondo gruppo, quello con le foto della stessa qualità, i volontari non erano assolutamente in grado di distinguere gay ed etero in maniera statisticamente significativa.

A questo punto sembrava chiaro che, quando non c’erano le descrizioni, la chiave fosse nella qualità della foto, e non in qualche sottile caratteristica del volto. Se nei siti di annunci personali, in media, le foto delle persone omosessuali erano di maggiore qualità rispetto a quelle delle persone etero, era allora possibile che i possessori del gaydar si basassero sulle caratteristiche della foto, non del volto. In un quarto esperimento i ricercatori hanno ottenuti gli stessi risultati con foto di donne: il gaydar si manifestava solo nel gruppo che in cui la qualità delle foto non era stata normalizzata, mentre nell’altro faceva faceva regolarmente cilecca.

Appurato che il gay radar basato sui volti era un mito, i ricercatori hanno poi provato a indagare quanto crederci rinforzasse gli stereotipi su cui si appoggiava. In un quinto esperimento del tutto simile al primo, gli psicologi hanno condizionato le loro cavie prima di metterle al lavoro. A un gruppo è stato raccontato che, secondo la scienza, il gaydar esisteva davvero, un secondo gruppo è stato invece informato che il gaydar era solo una forma di stereotipizzazione, mentre un gruppo di controllo non ha ricevuto alcun condizionamento. Il risultato è stato che il gruppo che credeva nella scientificità del gaydar si è completamente abbandonato agli stereotipi suggeriti dalle frasi che accompagnavano le foto, mentre il secondo gruppo è diventato molto più cauto nell’esprimere giudizi, e di fronte a descrizioni come “gli piace fare shopping” aveva la stessa probabilità di assegnare un orientamento omosessuale o eterosessuale.

Secondo questi risultati il gaydar non è nient’altro che una maniera ancora socialmente accettabile di categorizzare le persone in base a stereotipi. I ricercatori concludono:

“Basarsi su questi stereotipi per inferire l’orientamento sessuale difficilmente può portare a conclusioni accurate. Inoltre il cosiddetto gaydar è un mito che legittima ed esaspera questo processo di stereotipizzazione, e che occultamente incoraggia gli stereotipi come indizi per la categorizzazione. Cercare ed enfatizzare le similarità all’interno dei gruppi invece che le differenze, combattere gli stereotipi e demolire i miti che li legittimano ci avvicinerà personalmente e collettivamente all’obiettivo dell’uguaglianza sociale.”

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