Dalla rassegna stampa Libri

Storia di George , il bambino che voleva chiamarsi Melissa

Come si parla di transessualità ai più piccoli? Ci prova un libro che è quasi una fiaba (a lieto fine). E che insegna che ciascuno di noi ha il diritto di cercare la sua strada

Come si parla di transessualità ai bambini? Lo fa, attraverso gli occhi di un altro bambino, un libro da poco uscito negli Stati Uniti e che da martedì arriverà anche nelle librerie italiane per Mondadori, nella collana «Contemporanea» diretta ai ragazzi e alle ragazze dagli undici anni in su: George di Alex Gino (15 euro, 160 pagine).
Il protagonista che gli dà il titolo non assomiglia a nessuno di quelli che popolano usualmente le storie per i più piccoli: ha 10 anni e sente, da quando ha contezza di sé, di voler essere una ragazza. «“Melissa”. Era quello il nome che si dava allo specchio quando nessuno la vedeva, e lei poteva pettinarsi i lisci capelli castano-rossicci sulla fronte, come se avesse la frangia». All’inizio il suo è un segreto coltivato con cura, sarà la recita scolastica di «La tela di Carlotta» a farlo venire allo scoperto: prima con la sua migliore amica (una bimba sveglia, cresciuta dal padre single disorganizzato e amorevole), poi con il fratello Scott, l’archetipo del ragazzone sportivo americano, infine con la mamma e il papà separato, che vive lontano ma è attento ai figli. Anche se la madre e la maestra si oppongono, George vuole a ogni costo interpretare il ragno Carlotta perché si riconosce in lei come non può riconoscersi nel maiale Wilbur (un maschio).
«Per me era importante mostrare le reazioni delle persone a chi fa coming out come transgender: volevo che i lettori si chiedessero come si comporterebbero al posto di quel fratello o di quella madre — spiega Alex Gino al telefono da Oakland, California —. E che i bambini potessero leggere un libro in cui vedere riflessa la vita di una persona transgender, che ci si riconoscano o no».
Paolo Valerio, professore di Psicologia clinica all’Università Federico II di Napoli e presidente dell’Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere, concorda: «I bambini vanno accompagnati in un processo di conoscenza delle differenze, devono poter sapere che c’è una pluralità di identità e che questo è un arricchimento — afferma —. Sono bombardati di informazioni dal web e dalla tv, anche sulle persone “gender non-conforming”. Gli adulti, meglio se a scuola, devono aiutarli a capire che queste condizioni non sono una patologia, ma una delle modalità in cui si esprime il genere». Non significa dire che si «debba» essere tutti così, con buona pace di chi teme che al semplice parlare di persone transgender si voglia «indurre» i bambini a cambiare sesso. Né basta che a un maschio piaccia il rosa (o a una femmina il calcio) perché sia transgender. «Non è che qualsiasi bimbo che prova un vestito diventerà donna! — protesta Gino —. E i transgender non sono tutti uguali a George: ognuno ha la sua storia».
«La non conformità di genere è una condizione molto rara e non è detto che permanga oltre l’infanzia — conferma il professor Paolo Valerio —: alcuni porteranno avanti la loro identità “gender variant”, altri torneranno indietro, altri ancora potranno scoprirsi omosessuali. L’importante è non stigmatizzare il loro comportamento: noi adottiamo un atteggiamento di osservazione e attesa. Non incoraggiamo l’assunzione del “nuovo” genere, ma neanche la scoraggiamo».
E qui sta forse l’unico limite del libro: Alex Gino parla di George per tutto il tempo al femminile (e chiede che lo facciano anche i lettori). È una scelta stilistica e letteraria che aiuta a capire il personaggio. Ma non può essere intesa come un manuale d’istruzioni per i bambini reali. E infatti nel racconto la mamma di George si deciderà a chiedere aiuto a «qualcuno che si intenda di queste cose», senza garantirgli che potrà subito «fare la bambina». Per quello è meglio aspettare.

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