Dalla rassegna stampa Libri

Il viaggio nel buio di Stefano Dionisi. E questa volta non è un film

È già un attore famoso e ricercato ( Farinell i, Sostiene Pereira , Bambola ) Stefano Dionisi quando, durante le riprese di un film, in Spagna, in preda a un attacco di panico, tenta la fuga da tutto e da tutti…

È già un attore famoso e ricercato ( Farinell i, Sostiene Pereira , Bambola ) Stefano Dionisi quando, durante le riprese di un film, in Spagna, in preda a un attacco di panico, tenta la fuga da tutto e da tutti. Lo ritrovano in un paesino disabitato dell’Estremadura e, dopo le prime cure, lo rimandano in Italia. Scatta così il primo ricovero in un ospedale psichiatrico, a Pisa (Dionisi non nomina la città, che pure è riconoscibile; e il nome del famoso primario è mascherato), ed è l’inizio di un lungo viaggio, quello che ci racconta in La barca dei folli , il memoir che ora esce da Mondadori. Sarà un cammino accidentato, tra guarigioni intraviste e penose ricadute, tra cambi di strutture (da Pisa a Roma), esperimenti di terapie diverse, l’uso di molti psicofarmaci. Gli è vicino la madre, che lo segue nelle varie tappe, offrendogli un affetto costante e silenzioso.
Tra un ricovero e l’altro, Dionisi affronta la psicoanalisi, sul lettino di un freudiano grazie a cui comincia a focalizzare il buco nero da cui tutto è partito: l’abbandono del padre quando lui era ancora un bambino. Si mette così in cerca del genitore per troppi anni assente, lo incontra, si vedono spesso, e il figlio si confronta con il senso di colpa — se il padre lo aveva abbandonato, la colpa era sua — che gli ha rovinato la vita. Ospite «speciale» di cliniche pubbliche e private (un infermiere che lo riconosce gli chiede di dargli una mano a entrare nel mondo del cinema), Dionisi osserva i suoi compagni di cura, vive quella insolita comunità, con alcuni stringe una sorta di amicizia, raccoglie confidenze. Non tiene le distanze, non si sente diverso.
Il male di vivere lo accomuna agli altri, al ragazzo che ha tentato il suicidio perché lei lo ha lasciato, a Giovanni Battista che passa il tempo sdraiato a guardare il soffitto e pensa di essere un santo, al Furioso che dichiara di essere la vittima di un complotto organizzato dal padrone della Virgin Airlines. Ma anche lui, del resto, è convinto di essere perseguitato. Racconta, poi, i rapidi accoppiamenti che si consumano nel chiuso delle cliniche, con gli uomini (il Galeotto, il Conte) che fanno i dongiovanni e le ricoverate che cercano il grande amore. Non giudica, Dionisi; prova gli stessi bisogni degli altri, le sigarette, il caffè del bar, spera come gli altri nella guarigione, anche se non sa come potrà ricomporre la sua vita spezzata.
Resoconto sincero, umano, di un viaggio nel buio, La barca dei folli è al riparo da tentazioni cultural-letterarie, non vuol essere e non è una Montagna incantata per malattie mentali; non cita mai nessun illustre precedente come Campana, Artaud, la Merini. Parla lui, solo lui, del suo male, e con lui ascoltiamo le voci dei compagni di ricovero. Non c’è nessuna esaltazione della pazzia come segno distintivo del genio, nessuna ideologia sulla malattia del mondo che condanna i suoi figli più sensibili. È una storia vera, e basta. Una sorpresa, questo libro, ma forse no: anzi, la conferma di una eccezione che sta diventando regola. Le migliori prove di scrittura, ormai, non sono più gli scrittori, per dir così, di professione a fornircele. Sono gli altri, gli outsider, attori come Dionisi, cantanti e musicisti come Bianconi, Ligabue, Guccini. Si deve a loro se la parola letteratura ha ancora un senso. E un valore.

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