Dalla rassegna stampa

VENEZIA 72 - Le stelle di Mereghetti

Violenze in Mostra – Abusi dei preti pedofili a Boston: inchiesta appassionante Eccessi pulp nel dramma dei bambini-soldato in Africa

VENEZIA Infanzia umiliata ieri alla Mostra del cinema. Umiliata perché costretta a uccidere e combattere quando ancora dovrebbe restare sui banchi di scuola in Beasts of No Nation di Cary Fukunaga (in concorso) o perché costretta subire le molestie sessuali dei preti cattolici in Spotlight di Thomas McCarthy (fuori concorso).
Due storie prese dalla cronaca, vera la seconda che ricostruisce l’inchiesta del Boston Globe che fece vincere ai suoi giornalisti il Pulitzer, verosimile la prima tratta dal volume omonimo ( Bestie senza una patria ) di Uzodinma Iweala. Ma siccome siamo a un festival cinematografico, oltre ai temi trattati contano molto anche i modi con cui sono raccontati e mostrati. E qui le somiglianze tra i due film finiscono drasticamente.
Attesissimo perché diretto dal regista della prima serie di True Detective , ma anche perché prodotto da Netflix per la sua oceanica platea di abbonati (uscirà al cinema nello stesso giorno in cui sarà disponibile on demand), il film di Fukunaga racconta l’odissea del piccolo Agu (Abraham Attah) che cercando di fuggire alla guerra civile che dilania il suo Paese finisce per essere catturato da un battaglione di ribelli guidati da un carismatico (e istrionico) Comandante (Idris Elba). Che invece di ucciderlo, come fa sbrigativamente con i prigionieri, decide di arruolarlo e iniziarlo alle regole della guerra.
L’apprendimento passa attraverso la gavetta, il battesimo delle armi, la prima uccisione, fino alla scoperta del vero volto del Comandante e degli interessi che si nascondono dietro gli appelli roboanti alla rivolta. Ma invece di privilegiare un percorso psicologico, affidato a sbrigative e superficiali invocazioni a Dio dette fuori campo con voce roca e meditativa, Fukunaga (che firma anche sceneggiatura e fotografia) sceglie di mostrare con compiaciuto esibizionismo (e crudeltà) la vita quotidiana di questa raffazzonata compagine. Senza negarsi niente: schizzi di sangue sulla macchina da presa, viraggi rossi, superstizioni tribali, paragoni (più che poco corretti decisamente razzisti) con l’anima più selvaggia e primitiva di quei combattenti.
Forse voleva ispirarsi al Cuore di tenebra di Conrad e fare del Comandante un nuovo Kurtz ma il risultato è solo un offensivo utilizzo di immagini kitsch, che sfruttano il tema dell’infanzia umiliata per scioccare lo spettatore, senza rispetto né moralità. Si potrebbe tranquillamente bollare come «pornografia» e dimenticarlo in fretta se non fosse che questa operazione ruffiana e populista può essere indicativa della futura politica di Netflix. E qui c’è davvero da tremare.
Molto più controllato il lavoro di Thomas McCarthy (autore anche della sceneggiatura con Josh Singer) che ha ricostruito il lavoro svolto dall’unità investigativa del Boston Globe (chiamata appunto «Spotlight») che nel 2001 ha smascherato non solo l’abnorme numero di abusi sessuali compiuti in città da preti cattolici ma soprattutto l’opera di occultamento che la Chiesa (e la Boston benpensante) avevano messo in campo per evitare scandali.
Un gruppo di attori perfettamente in parte — Michael Keaton, Mark Ruffalo, Rachel McAdams, Lew Schreiber, John Slattery, Stanley Tucci (con zazzera riccioluta) — dà vita a un film tradizionale nell’impianto ma appassionante e coinvolgente, capace di trattare un argomento delicato senza cadere nel pruriginoso o nella reticenza. Attento anche a far emergere le responsabilità morali che avevano attraversato la città, oltre che a rendere omaggio alla fatica e all’importanza del lavoro giornalistico.
Molto più in superficie resta invece l’altro film in concorso della giornata, Looking for Grace dell’australiana Sue Brooks. La fuga da casa (per andare a un concerto) di un’adolescente è l’occasione per scavare nella vita e nei segreti di tutte le persone coinvolte: lei, la madre, il padre, un anziano investigatore privato, un camionista. Ne esce un quadro desolato e desolante di una società composta solo da persone complessate, represse, incapaci di guardare in faccia la realtà, che avanzano sulle strade infinte e senza meta di un Paese che nel film sembra fatto soltanto di deserti o motel senza vita.

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