Dalla rassegna stampa Cinema

VENEZIA 72 - La fine dell’innocenza

Tre film, un filo rosso: il destino in gioco dei bambini violati

BEASTS OF NO NATION – voto 3,5/6

Regia di Cary Fukunaga Con Abraham Attah, Idris Elba Ama K

LOOKING FOR GRACE – voto 3/6

Regia di Sue Brooks Con Richard Roxburgh Radha Mitchell, Odessa Young

SPOTLIGHT – voto 5/6

Regia di Tom McCarthy Con Mark Ruffalo, Michael Keaton, Rachel McAdams

LA REGISTA

Sue Brooks, tra le attrici di “Looking for Grace” Odessa Young e Radha Mitchell (a destra)

VENEZIA

È UN tiro di dadi. Dove nasci, in che tempo. Non c’è merito né colpa a venire al mondo in un villaggio, Africa, nella cattolica Boston, America, in una casetta con le tende orlate alla periferia di Perth, Australia. Bambini. Potevano essere i tuoi figli, potevi essere tu. Bambini. Di questo parlano i primi due film in concorso – Beasts of no nation , Looking for Grace – e il molto atteso Spotlight , fuori concorso. Bambini a cui un adulto ruba in un momento l’innocenza.

I giornali portano in prima pagina il piccolo corpo restituito dal mare in Turchia, e lo schermo si accende sul volto ridente di Agu, bimbo africano felice. Famiglia serena: padre maestro, fratello maggiore in cerca di ragazze, madre gentile con neonata in braccio. Poi, in un attimo, buio. Di Beasts of no nation di Cary Fukunaga (suo il primo True detective ) si è già parlato qui per dire del colosso Netflix, produttore del film, in procinto di sbarcare in un allarmatissimo mercato italiano. 6 milioni il costo, 12 già incassati in prevendita sulle piattaforme: trasmesso al cinema e in streaming, il futuro è in mano loro. Come da politica aziendale il protagonista è coproduttore del film. Idris Elba, dato per possibile futuro James Bond, è qui uno strepitoso Comandante: signore della guerra che, nella selva, guida un esercito di ragazzini alimentando il desiderio di vendetta contro chi ha ucciso le loro famiglie. La magnifica interpretazione del protagonista e del bambino nigeriano Abraham Attah, non bastano a spegnere la delusione dovuta forse anche ad eccesso di aspettativa. Il film è troppo lungo, due ore e un quarto di orrori esibiti nel dettaglio, descrittivo, povero di profondità. I fatti da soli, specie se atroci, non bastano a spiegare. Tuttavia è molto coraggioso narrarli. Importante vedere oltre che sapere. Come e su cosa si costruisce il vincolo per cui devi prima dimostrare il coraggio, poi la fedeltà, poi l’automatismo dell’obbedienza. Come nei video della propaganda Isis. Il Comandante fa dei due più piccoli soldati i suoi giocattoli preferiti, lo fa con grande facilità: loro non hanno più altri che lui. Ne abusa, anche sessualmente, costruendo sul segreto un vincolo di fedeltà.

Di questo stesso feroce meccanismo sono vittime i bambini dell’inchiesta di Spotlight .

C’è molto segreto colpevole anche nella storia di Grace, l’adolescente del film dell’australiana Sue Brooks,

Looking for Grace .

Qui non è guerra di armi ma di emozioni, povertà non di mezzi ma di legami e autenticità. Tutto accade come per inerzia in un mondo di leggera menzogna. Niente è davvero voluto, ammesso che si possa determinare il destino. La fuga di una ragazzina scoperchia esistenze cariche di segreti incon- fessati, vite solo in apparenza ordinate. C’è tuttavia qualcosa che manca, in questo film molto femminile e animato dalle migliori intenzioni. Raccontare la storia ogni volta da un diverso punto di vista non basta, anche qui, a scoprire il disegno. Il più potente dei tre film è certo Spotlight di Thomas Mc Carthy. Watergate cattolico, racconta l’inchiesta da Pulitzer del Boston Globe che ha rivelato al mondo l’esistenza di una rete estesissima di preti pedofili, un Sistema noto alle alte gerarchie ecclesiastiche e per decenni insabbiato. Vittime degli abusi bambini spesso orfani, spesso cresciuti in periferie poverissime, spesso vincolati all’autorità del prete dal privilegio di condividere la sua confidenza. Così come il Comandante anche il cardinale, il vescovo, il direttore della scuola sanno di poter contare sul silenzio delle vittime. In questo caso della comunità intera. Il miglior film sul giornalismo e sul potere da Tutti gli uomini del presidente .

Grande ritmo, grandi interpreti (favoloso Mark Ruffalo nella parte del cronista, Micheal Keaton il direttore di giornale che tutti vorrebbero, Stanley Tucci perfetto avvocato delle cause perse). Grandissima nostalgia di un tempo in cui esistevano nei giornali squadre investigative (“Spotlight” è il gruppo d’inchiesta del Globe ), mesi e anni di tempo per cercare una traccia, onore alla fatica di seguire un’intuizione, un indizio e arrivare a rovesciare il tavolo del potere. È una vicenda dei primi anni Duemila, sembra il requiem di un mondo scomparso.

Quanto alla cronaca: il vescovo di Boston consapevole dei fatti, Bernard Law, è stato trasferito a Santa Maria Maggiore, Roma, dove tuttora vive. Centinaia di vittime sono nel frattempo venute allo scoperto, vincendo la vergogna e il senso di colpa che sempre accompagnano chi ha subito violenza. I superstiti, si dice infatti nel film. I bambini superstiti, come in guerra.

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