Dalla rassegna stampa Televisione

True Detective allo specchio

…Ci voleva coraggio, per ispirarsi al cinema americano del post Watergate, a quel clima cupo e sfiduciato…

La seconda stagione di «True Detective» si è conclusa lunedì sera (in versione originale con i sottotitoli, la versione doppiata su Sky Atlantic lunedì 17 agosto alle 21.10). Il finale, ma tutta la seconda stagione in generale, ha fatto molto discutere e ha diviso pubblico e critica, perché «True Detective» è diventata un marchio, il simbolo dell’eccellenza della tv d’autore superiore, ormai sempre più spesso, al cinema. «True Detective» — creata ed interamente scritta dal 39enne americano Nic Pizzolatto — è concepita come una serie antologica, perché ad ogni stagione rinnova interpreti e storia. Nella prima stagione («TD1») i protagonisti erano i due detective interpretati da Matthew McConaughey e Woody Harrelson (a sinistra), l’ambientazione era quella delle paludi della Louisiana. Nella seconda stagione («TD2») la scenografia era quella industriale della California, mentre i protagonisti erano quattro: i detective Colin Farrell e Rachel McAdams (a destra), l’agente di polizia, già soldato in Iraq, Taylor Kitsch, e Vince Vaughn, imprenditore di casinò, che ha legami con la malavita.

——————

Irripetibile il viaggio nelle ferite dell’anima di McConaughey

«Credo che la coscienza umana sia un tragico passo falso dell’evoluzione. Siamo troppo consapevoli di noi stessi». La ragione dunque è il principio dell’infelicità dell’uomo: siamo dalle parti di Leopardi e mai la Louisiana è assomigliata tanto a Recanati.
Personaggi indelebili — nichilista e visionario uno, conformista e pragmatico l’altro —, atmosfere dal sapore di alluminio e cenere, riflessioni che attingono a Nietzsche, Cioran e Schopenhauer. Capolavoro. Assoluto. Ineguagliabile. Irripetibile. La prima stagione di True Detective è un punto di partenza e di arrivo, è l’uomo vitruviano di Leonardo, è una discesa in un abisso di verità scomode e dolorose, è lo specchio del nostro vivere senza il teatro dell’ipocrisia, senza infingimenti, soli davanti alle stelle.
Se in TD2 la complessità (pure troppa) dell’indagine poliziesca corre parallela — troppo parallela — all’indagine umana sui protagonisti, in TD1 la trama investigativa è puro pretesto, totalmente accessoria allo scavo urticante nelle ferite, nei fallimenti, nell’anima di Rustin Cohle (Matthew McConaughey avrebbe meritato un Oscar fuori categoria) e Martin Hart (Woody Harrelson), perché «tutti sanno di avere qualcosa che non va, semplicemente non sanno cosa sia». TD1 non è una serie tv, è un viaggio alla radice dell’Uomo. In cui i due protagonisti sono unici e universali allo stesso tempo, come ogni essere umano. Non conta l’orizzonte degli omicidi rituali su cui i due detective devono indagare, quanto piuttosto il perimetro emotivo di questi due non-eroi.
Da una parte Matthew McConaughey, pessimista autodidatta, cinico, colto quanto nichilista; dall’altra Woody Harrelson, meno cerebrale del collega, uno che preferisce non vedere, girarsi dall’altra parte e nascondere tutto sotto il tappeto del non-detto. Da una parte Rust, che si pone mille dubbi e trova risposte solo amare; dall’altra Marty, che si pone mille dubbi e trova risposte solo terrene: l’alcol, il sesso. Da una parte un tipo (McConaughey) che «può litigare con il cielo se non gli piace il tono di blu»: «mi considero una persona realista — parole sue — ma in termini filosofici sono quello che definiresti un pessimista: significa che non sono uno spasso alle feste»; dall’altra un personaggio (Harrelson) la cui mascella squadrata già da sola è la manifestazione plastica di un’ottusità cercata.
In TD1 il rapporto Uomo e Natura rimanda alla Sottile linea rossa di Terrence Malick. Là i primi piani di animali esotici e bellissimi, osservatori muti, simbolo della bellezza del creato in contrasto con l’insensatezza della guerra. Qua la relazione simbiotica ottiene lo stesso effetto: le paludi della Louisiana — brulle e desolate — sono lo specchio della solitudine dell’anima dei protagonisti.
TD1 è un mix perfetto di tempi morti — perché riempire non significa per forza aggiungere — e di ipnotici flussi di coscienza — una sorta di analisi di fronte allo spettatore che crede di essere lo psicanalista ma alla fine scopre di essere il paziente.

————————-

Ma con Colin Farrell il racconto del dolore è coraggioso e reale

Anche meno, signor Pizzolatto, anche meno. Lo abbiamo pensato tutti. In tanti si erano già avvicinati alla nuova serie di True Detective ben preparati a rimanere moderatamente delusi dopo la perfezione della prima stagione. E poi all’inizio si capiva solo che dalle parti di Vinci, immaginaria città in una California molto lontana da Hollywood e dal sogno americano, c’è un sacco di gente che sta male.
L’allenamento generale e il comune riflesso pavloviano di svilire tutto quel che segue un capolavoro hanno subito dato i loro frutti. TD2 è diventato una specie di punching ball , della stampa americana in primis, e poi in generale dei social network. Nic Pizzolatto, il creatore della serie, l’unico sceneggiatore, è passato da genio a megalomane, per aver inzeppato la nuova stagione con una trama all’apparenza incomprensibile e con una notevole quantità di casi umani che a causa del loro numero in eccesso non generavano empatia. E giù paragoni spietati, accuse di fallimento totale, feroci critiche alla sceneggiatura.
D’accordo, non siamo più abituati a viaggiare al buio. Andiamo sempre più veloci, con sempre meno tempo. Vogliamo capire tutto e subito. Invece abbiamo dovuto aspettare che ogni pezzo andasse al suo posto, non seguendo i nostri tempi, ma quelli più lenti di una cospirazione che in modo inesorabile circonda i quattro protagonisti, quattro persone spezzate, la cui colpa principale è di essere nati, bambini abusati, abbandonati, plagiati, dalla strada segnata, che diventano adulti sofferenti, pronti a essere inghiottiti dal mondo. «Omega Station», il finale di stagione, è quasi lineare. Li guardiamo andare incontro al loro destino, qualunque sia, sempre e comunque ineluttabile.
Ci voleva coraggio, per ispirarsi al cinema americano del post Watergate, a quel clima cupo e sfiduciato. E il Ray Velcoro di Colin Farrell sembra proprio un incrocio tra il detective Caul de La conversazione e il detective Moseby di Bersaglio di notte , i due film più importanti di quell’epoca, entrambi interpretati da Gene Hackman, entrambi votati alla sconfitta esistenziale. Donne e uomini con parecchi problemi, che lentamente cadono dentro una rete di trame, perversione e paranoia. Ci voleva coraggio per creare un mondo senza luce in fondo al tunnel, o fuori da un ospedale, come nell’ultima puntata di TD1 .
Adesso che tutto è finito, vorremmo altri fallimenti come questo. Se TD1 era Il cacciatore , TD2 è I cancelli del cielo . Come nei film di Michael Cimino, è l’opera seconda che fallisce per eccesso di ambizione, perché punta ancora più in alto nel tentativo di raccontare il dolore del vivere, non cerca soluzioni facili, sceglie di rappresentare la vita come spesso è davvero, ingiusta, senza via d’uscite facili. Certo, il prezzo da pagare è una sensazione di amaro in bocca che però davvero nulla c’entra con la moderata delusione alla quale ci eravamo attrezzati. TD2 è il figlio complicato e contorto che porta addosso anche il peso dei successi del fratello maggiore. Ma nel tempo, con gli anni, darà soddisfazioni, avrà il riconoscimento che merita. A proposito, I cancelli del cielo era un capolavoro.

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.