Dalla rassegna stampa Libri

Conchita Wurst: «La vera risposta è l'amore»

«Non ci sarà mai un muro abbastanza alto da dividere poveri e ricchi, neri e bianchi, omosessuali ?ed etero». Incontro con la drag queen, 27 anni a novembre, in tour per lanciare la sua autobiografia

Ha la vita sottile, i fianchi stretti, le braccia lunghe. Si muove aggraziata su un paio di Loboutin gialle con il tacco a spillo che ucciderebbero chiunque. Dopo cinque minuti di chiacchierata – ha una voce allegra, cristallina – dimentichi che la cantante austriaca Conchita Wurst ha la barba. All’anagrafe si chiama Tom Neuwirth ed è un ragazzo omosessuale che avrà 27 anni in novembre, trasformato in una creatura per alcuni inquietanti per altri seducente, da una parrucca e un paio di ciglia finte. Ha vinto l’Eurovision Song Contest 2014 e ora è in tour per lanciare l’autobiografia “Io Conchita. La mia storia” (Mondadori Electa) e il primo album, pubblicato con Sony. Perfettamente a suo agio mi dice: «Adoro le borse grandi, come la tua», ?e siamo già amiche.

Che effetto fa la notorietà? Avere ?fan e nemici?
«Amo il palcoscenico, le sfilate, i servizi fotografici, le conferenze stampa, le interviste. Sono felice, orgogliosa. Alle persone che sul mio account Facebook mi scrivono “Crepa” io rispondo: “Possiamo essere così belli invece”. L’amore, non l’odio, è la risposta. Non ci sarà mai un muro abbastanza alto da dividere poveri e ricchi, neri e bianchi, omosessuali ?ed etero».

Che rapporto hanno Tom e Conchita?
«Sono amici. Condividono alcune cose, per esempio la voce. Ma Conchita ha scarpe molto più belle».

Com’è nata Conchita?
«C’è sempre stata, credo. Da bambino mettevo abiti femminili e man mano ho cominciato a sperimentare parrucche, trucco, il grande gioco della seduzione. Uomini e donne mi desideravano. Chiedevano: «Sei reale?», il che significava: «Che cosa sei?». Io sono una drag queen. Ho cominciato ad accettarmi e a divertirmi quando ho capito che le donne mi invidiavano. «Come riesci a entrare in quel vestito? Come hai imparato a camminare sui tacchi?». Conchita è “nata” ufficialmente soltanto nel 2011. Il nome l’ha trovato un amico cubano, il cognome Wurst, viene da “Mir ist das wurst”, non me ne frega niente. Ho messo insieme il maschile e il femminile, le ciglia finte e la barba. La barba, soprattutto, dà fastidio».

E quando Conchita non c’è?
«Ho la mia privacy. Senza il trucco nessuno mi riconosce. Vado a fare la spesa al supermercato, prendo l’autobus, vado in giro nel più completo anonimato».

Perché un’autobiografia?
«Me l’hanno proposta, e all’inizio ho rifiutato. Mi sembrava di non avere chissà che cosa da dire. Poi ho pensato a un libro di quelli che piacciono a me, con molte foto, e in due giorni ho raccontato ?la mia vita a un ghostwriter. Ho fatto chiarezza, ho rivissuto il bullismo, le discriminazioni che ho subito. È stata quasi una seduta psicanalitica».

Dove vuole arrivare?
«A vincere un Grammy. Cantare è la mia gioia più grande: ho cominciato ascoltando le canzoni di Shirley Bassey e cercando di imitarla. L’altra cosa che amo alla follia è la moda. E poi c’è la politica, che per me significa motivare le persone a migliorare la società. Avrò un bel da fare».

Conchita è stata una novità spiazzante. Ha mai pensato che ?il successo potrebbe non durare?
«Lo so, la polvere di stelle di oggi è la polvere della strada di domani. Vivienne Westwood mi ha consigliato di “prendere e portar via tutto il possibile, perché può finire più velocemente di quanto non si creda”. Vero, ma -come suggerisce il mio cognome- non importa. Troverò un altro modo per essere felice».

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