Dalla rassegna stampa

Gay da museo

L’Italia, condannata anche da Strasburgo, ancora aspetta una legge sulla parità di genere E a Berlino si celebra la diversità nei templi sacri della cultura

GIA’ IL TITOLO delle due mostre contemporanee a Berlino (sino all’1 dicembre), al Museo Storico Tedesco e al Museo Gay,’Homosexuality_ ies’, con quel curioso plurale, può mettere in allarme, non solo i probi e incalliti etero, ma anche buona parte degli stessi gay. Il manifesto poi, uno spavento: opera dell’artista canadese Heather Cassils, è la fotografia di un corpo seminudo molto muscoloso, provvisto di morbide mutande di cotone bianco piuttosto colme davanti, bocca dipinta di rosso, sguardo duro, pettinatura ambosessi. Si tratta della scultrice stessa, che in ventitrè settimane di bodybuilding si è regalata un corpo vistosamente maschio, preferendolo, ha dichiarato, a quello datole dalla natura, cioè femminile. Il titolo delle due mostre invia un messaggio corretto, perché è vero che le omosessualità sono tante, come le eterosessualità, commenta lo psichiatra e psicanalista Vittorio Lingiardi, professore alla Sapienza. Quanto al manifesto, mi pare giusto in questo momento, perché la liberazione dell’omosessualità ha complicato e ampliato la lettura del genere, è un ‘grimaldello’ capace di mostrare che le espressioni dell’identità sessuale sono molte e le relazioni tra persone anche etero possono sganciarsi dalle convenzioni ed essere meno prevedibili e stereotipate. Non si riesce a immaginare un Giovanardi o qualche cardinale bonaccione che, in eventuale visita ufficiale a Berlino, si ritrovino nel Museo Storico, quindi apparentemente oasi di cultura e non di scandalo. Se tengono gli occhi chiusi davanti al manifesto, la cultura e la storia tedesca ci sono in dieci stanze dipinte di rosa, colore inventato dai nazi per i gay (blu per le lesbiche) con un’infinità di documenti, fotografie, dipinti, sculture, filmati, il tutto riferito a questa, per molti, novità terrorizzante: ormai l’omosessualità non è una sola, femminile o maschile, da tenere alla larga, ma ce ne sono tante. E come si farà a difendersene? Ese ogni variante vorrà sposarsi magari con diversa variante, e in più pretenderà la sua torta di nozze, che se rifiutata, comporterà una grossa multa al pasticciere, come sta accadendo adesso negli Stati Uniti se un negoziante non vuole mettere sulla panna montata due figurine dello stesso sesso che si baciano?
Il problema comincia a farsi troppo grande. Ma intanto ci si può consolare soffermandosi nelle stanze storiche, con le immagini della Repubblica di Weimar, quando Berlino era la capitale mondiale del piacere gay e soprattutto lesbico, e da tutto il mondo arrivavano giovani in cerca di libertà, come l’americano Christopher Isherwood che poi ne scrisse nei racconti Addio a Berlino . Simpatica la scoperta di quella Costituzio Criminalis Carolina, emanata nel 1523 dall’imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V, che condannava gli ‘abominevoli’ al rogo.
Si tratta di un passato molto lontano, quindi quasi fiabesco, tanto più che noi al rogo ci mandavamo, contentissimi, le streghe, cioè semplicemente le donne. Altra interessante storia tedesca è quella del Paragrafo 175 del codice penale, che dal 1872 al 1994 criminalizza gli amori tra persone dello stesso sesso: e che fu usato in maniera spietata dal nazismo che, inventando il triangolo rosa per marchiare gli omosessuali (come la stella gialla per gli ebrei), ne internò migliaia nei campi di sterminio e ne trucidò più di centomila.
Oggi la Germania della Merkel, con molto altro da pensare, ha comunque una legge di partnership omosessuale che consente tutti i diritti e doveri di un matrimonio, e che comprende anche l’equiparazione fiscale e le adozioni, per ora, solo per i figli naturali avuti in precedenza. Quando in Italia nell’infinito tentativo di arrivare a una legge (anche adesso rimandata con ennesima figuraccia internazionale) c’è chi parla del modello tedesco per minimizzare l’oltraggio ai soliti contrari. Saltano su subito i dittatori della famiglia cosiddetta naturale (anche se spesso nella realtà è parecchio innaturale) che gridano “il modello tedesco proprio no, perché in realtà è un matrimonio mascherato!”. Giovanni Dall’Orto, storico e giornalista, che ha appena pubblicato (il Saggiatore) Tutta un’altra storia , grandioso saggio sull’omosessualità dall’antichità al secondo dopoguerra, sostiene che «in Italia le coppie per avere giustizia si rivolgono ormai alla via giudiziaria perché quella politica sembra ancora impercorribile, anche se alla fine una legge, non si sa quale, si dovrà fare», dopo il silenzio seguito agli inviti al governo rivolti nel 2010 dalla Corte Costituzionale e nel 2012 dalla Cassazione. E poi c’è il recente schiaffo della Corte di Strasburgo che accusa l’Italia di violare i diritti umani non riconoscendo le unioni gay e lesbiche.
Nella sala dedicata alle nuove famiglie, ci sono una accanto all’altra, la foto della Merkel in abito da sera assieme al secondo marito, coppia senza figli, e la foto di due donne, insieme da vent’anni, con quattro figli: titolo “ Quale delle due è una famiglia?”. Le due mostre berlinesi, dopo aver percorso persecuzioni, abitudini, abbigliamento, studi scientifici, medici e psicanalitici, la nascita dei movimenti, delle pubblicazioni , delle ribellioni contro ogni discriminazione, delle conquiste, paiono voler affermare che l’omosessualità ha fatto il suo tempo: tutti etero quindi? Per carità. “What is next?” l’ultima sezione prevede un futuro che spezzerà il cuore a quelle “sentinelle in piedi” che ogni tanto occupano piazze italiane in silenzio, leggendo un libro, per manifestare contro l’eventuale e per ora inesistente (ovvio) legge contro l’omofobia, in nome del diritto di parola anche a forma di randello. Forse noi italiani e non solo, attualmente appassionati di trans famosi che per ora non chiedono di sposarsi e sono tanto sexy, finalmente con tanto seno e molto femminili, non abbiamo afferrato il mutamento che invece Berlino illustra alla fine delle mostre. Adesso va di moda la discussione accademica e politicamente usata dall’estrema destra sulla filosofia queer e l’estetica transgender: la cantante con la barba, l’adolescente star della tv, il giovanotto che ha ottenuto dalla nostra Cassazione il diritto del cambio di sesso all’anagrafe senza dover subire dolorosi interventi. Anche il cinema da qualche anno adora personaggi trans, e pareva strano che si fosse dimenticato della primissima operata, sia pure con conseguenze disastrose. Era il timido pittore danese Einar Wegener, che negli anni ’20 posava vestito da donna per la moglie, una giovane allieva americana. Lui ci prese gusto e finì per diventare Lili Elbe; nel 1930, a Berlino si sottopose a una prima operazione, a 48 anni, seguita dal sessuologo gay Magnus Hirschfeld, volendo a tutti i costi diventare madre, si fece impiantare l’utero, morendo poco dopo a causa del rigetto. Adesso il film c’è, lo ha diretto Tom Hooper, protagonista Eddie Redmayne (Oscar nei panni dello scienziato Hawking ne La teoria del tutto ’): The Danish Girl , tratto dal libro di David Ebershoff (Guanda, 2001) sarà molto probabilmente in anteprima mondiale alla Mosta di Venezia.
«Insistere a presentare le tematiche trans come tipiche del movimento lesbico e gay, di sicuro crea molta confusione in chi non è aggiornato sulle teorie spesso bizzarre e contorte provenienti dal mondo queer» spiega Dall’Orto: «Il rischio che io denuncio è che nella testa dei nostri concittadini etero si torni all’idea che l’omosessualità sia una specie di terzo sesso, una tesi contro cui il movimento omosessuale e lesbico ha combattuto per decenni, si spera non invano». La mostra berlinese riflette seriamente su questa enfasi che distoglie dall’omosessualità ormai, tranne che in Italia, entrata nella norma. È il sopravvento del queer , delle discussioni sul gender, di cui ben pochi ne sanno qualcosa ma che comunque è diventato per gli ormai archeologici omofobi (italiani) la nuova immagine del diavolo. Secondo Vittorio Lingiardi «è vero che il grande enigma sociale e scientifico contemporaneo è il concetto di identità di genere, anche se da sempre oggetto di narrazioni mitiche e letterarie, dai miti greci di Tiresia ed Eracle, all’ Orlando di Virginia Woolf».

LA MOSTRA LE IMMAGINI QUI PUBBLICATE VENGONO DALLA MOSTRA “HOMOSEXUALITY_ IES” DIVISA IN DUE ESPOSIZIONI AL MUSEO DI STORIA TEDESCA E AL MUSEO GAY DI BERLINO FINO ALL’1 DICEMBRE.
A CENTRO PAGINA “ADVERTISMENT: HOMAGE TO BENGLIS, 2O11” DI HEATHER CASSILS; IN ALTO NELLA PAGINA DI SINISTRA, “AMICIZIA TRA SOLDATI, 1913”; IN QUESTA PAGINA, DALL’ALTO A SINISTRA “TANJA OSTOJIC E MARINA GRZINIC” (FOTO DI JANE STRAVS), E A DESTRA “PHALLOMETER, 2002” DI INS KROMMINGA; SOTTO, “FICHE IN MOVIMENTO -CRISTOPHER STREET DAY BERLINO 1998” (FOTO DI KRISTINA STRAUSS): SOTTO, A SINISTRA UN BIGLIETTO DA VISITA INDIRIZZATO DAL MARCHESE DI QUEENSBERRY NEL 1895 A OSCAR WILDE, DEFINITO “SODOMITA”; A DESTRA, UNA TABELLA DEI SIMBOLI CON CUI VENIVANO ETICHETTATI I PRIGIONIERI DEI LAGER NAZISTI; INFINE, IN BASSO, UN APPARECCHIO DA ELETTROSHOCK A SCOPO TERAPEUTICO DEL 1951 (FOTO MARCO SEDELMAYER)

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