Dalla rassegna stampa Cinema

"Brokeback Mountain", dieci anni fa due cowboy hanno fatto la rivoluzione

I segreti di Brokeback Mountain, il film di Ange Lee diventato la storia omosessuale più mainstream della storia del cinema con i suoi 178 milioni di dollari di incassi, compie 10 anni.

I segreti di Brokeback Mountain, il film di Ange Lee diventato la storia omosessuale più mainstream della storia del cinema con i suoi 178 milioni di dollari di incassi, compie 10 anni. I due cowboy interpretati da Heath Ledger e Jake Gyllenhaal hanno fatto da apripista a un nuovo filone di pellicole a tematica gay, dagli americani Milk e Colpo di fulmine – Il mago della truffa agli italiani Mine vaganti e Diverso da chi?. Senza considerare gli antesignani Philadelphia e In & Out

“Il film più gay mai visto a Hollywood, ma anche il meno gay”. Così, a suo tempo, L. A. Weekly aveva definito I segreti di Brokeback Mountain. A distanza di dieci anni dall’uscita in sala e dopo tre premi Oscar, il lavoro di Ang Lee sui due cowboy interpretati da Heath Ledger e Jake Gyllenhaal è ancora la storia d’amore omosessuale più mainstream del cinema, con 178 milioni di dollari d’incasso in tutto il mondo.

I due cowboy interpretati da Heath Ledger e Jake Gyllenhaal hanno fatto da apripista a un nuovo filone. Anche in Italia: da Mine vaganti (2010) di Ferzan Ozpetek con Riccardo Scamarcio a Diverso da chi? (2009) di Umberto Carteni con Luca Argentero, fenomeni del botteghino. Un po’ più nascosto Good as you, uscito nel 2012, diretto da Mariano Lamberti, con Enrico Silvestrin e Lucia Mascino, e presentato così: “La prima commedia gay che fa impazzire anche gli etero”. Sul nuovo numero della rivista Variety, dedicato al sì della Corte Suprema ai matrimoni gay negli Stati Uniti, il regista Ang Lee e il produttore James Schamus ricordano l’imbarazzo di Lee nel girare le scene di sesso tra due uomini. Poi il botto al box office, nonostante il racconto di Edna Annie Proulx (da cui Brokeback Mountain è tratto) avesse attirato parecchie ire nella comunità LGBTQ al momento della pubblicazione sul New Yorker. E al decimo anniversario del film, il tema dell’amore gay al cinema, finalmente libero da cliché, è una boccata d’aria fresca per lo spettatore.
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Diretto nel 2010 da Ferzan Ozpetek, Mine vaganti è interpretato da un cast corale che comprende fra gli altri Riccardo Scamarcio, Alessandro Preziosi, Elena Sofia Ricci, Ilaria Occhini, Nicole Grimaudo, Lunetta Savino, Ennio Fantastichini, Daniele Pecci. E’ uno dei film italiani degli anni recenti in cui vengono affrontate tematiche gay.

Più politica, più intimità e apertura mentale, meno “drammoni” esistenziali. Negli anni Novanta, buona parte delle pellicole gay si concludeva tragicamente oppure era pervasa da una macchia triste e funesta, da Philadelphia (1993) con Tom Hanks a Boys don’t Cry (1999) con Hilary Swank. Forse solo Kevin Kline aveva osato spezzare il ciclo: nella commedia di Frank Oz In&Out (1997) il suo personaggio, un insegnante del Midwest, veniva ringraziato “perché gay” sul palco dell’Academy da un ex studente (Matt Dillon). Il problema è che il professore sta per sposarsi e in città son tutti all’oscuro della sua identità (persino lui). La prova del nove sarà un ballo scatenato sulle note di I Will Survive e un istruttore macho che impartisce ordini anti-gay su musicassetta. Nel forum di EmptyClosets.com gli utenti scrivono, a ragione, “odio che al cinema il personaggio gay o lesbico sia sempre destinato a soffrire e a non veder mai realizzato il proprio amore” (scrive NothingOriginal); “Perché tutte le volte dobbiamo essere dipinti come persone appariscenti e con la zeppola?” (IanGallagher); “Noi lesbiche, invece, finiamo col fare da contraltare macho al gay ipereffeminato. Non se ne può più” (Dairyuu).

Heath Ledger, protagonista di “I segreti di Brokeback Mountain” con Jake Gillenhaal, fu trovato morto nel 2008, a 29 anni, nel suo appartamento di New York. L’autopsia stabilì che a ucciderlo era stato un mix di analgesici e ansiolitici.

Progresso, dicevamo. Basti prendere Milk. Il primo gay a ottenere una carica pubblica, Harvey Milk, interpretato da Sean Penn nel film di Gus Van Sant (2008): per gli Stati Uniti ha rappresentato non solo un ripercorrere la vittoria sulla Preposition 6, che voleva cacciare gli insegnanti gay e lesbiche dalle scuole della California, ma un pre-Hope di Obama alla Casa Bianca, uno schiaffo alla repressione omofobica a cominciare dal cinema, passando per la lotta operaia e qualche elezione persa: “Basta con questo mio staff effeminato: qui occorre un uomo”, dirà Milk introducendo una lesbica che gli aprirà le porte da consigliere comunale a San Francisco. Il film di Van Sant, applaudito per dieci minuti all’anteprima a Los Angeles, sette anni fa ha toccato quasi 55 milioni di dollari d’incasso nel mondo. Secondo Advocate, dopo I segreti di Brokeback Mountain è un film che oggi più di ieri può ispirare le giovani generazioni. Seguono le liaison gay di Jim Carrey e Ewan McGregor in Colpo di fulmine – Il mago della truffa (I love you Phillip Morris, 2009), melò con protagonisti due galeotti, presentato alla Quinzaine di Cannes e tratto dal libro omonimo di Steve McVicker; A Single Man, presentato alla Mostra di Venezia 2009, opera prima dello stilista Tom Ford su un professore inglese (Colin Firth) in isolamento a casa nel tentativo di elaborare il lutto per la perdita dell’amato.

I segreti di Brokeback Mountain, il film di Ange Lee diventato la storia omosessuale più mainstream della storia del cinema con i suoi 178 milioni di dollari di incassi, compie 10 anni. I due cowboy interpretati da Heath Ledger e Jake Gyllenhaal hanno fatto da apripista a un nuovo filone di pellicole a tematica gay, dagli americani Milk e Colpo di fulmine – Il mago della truffa agli italiani Mine vaganti e Diverso da chi?. Senza considerare gli antesignani Philadelphia e In & Out

Di recente a catturare una vasta fetta di pubblico sono state tre opere diversissime tra loro: il caso letterario Noi siamo infinito (2012) di Stephen Chbosky con Emma Watson, Logan Lerman ed Ezra Miller, I toni dell’amore (2014) di Ira Sachs, ritratto dell’anziana coppia Ben (John Lithgow) e George (Alfred Molina) decisa a convolare a nozze dopo quarant’anni di vita assieme, e Pride (2014) sullo sciopero dei minatori nell’Inghilterra della Thatcher (1984-1985) quando i gruppi di lesbiche e gay che sostenevano i miners salvarono i lavoratori dalla fame raccogliendo ventimila sterline. Tutti e tre rappresentano tentativi di osservare i singoli e la società che ne accompagna le scelte da una prospettiva meno piatta: gli adolescenti di Chbosky, calati in una scuola nella periferia di Pittsburgh inizio anni Novanta, non sono soltanto il pretesto di raccontare la scoperta della sessualità e delle droghe, ma un monito a chi crede che certi fantasmi debbano restare nell’armadio e non si mette alla ricerca di sé. Forse anche per questa ragione il romanzo epistolare Noi siamo infinito è stato bandito da certe scuole americane. Scomodo. E così I toni dell’amore e Pride, da una parte lavano via con leggerezza le fotografie standard, da guida turistica gay, di New York e Gran Bretagna, dall’altra trattano i personaggi non come lische narrative o figuranti ma creature vere e dense. Vulnerabili. Vive.

A proposito di vulnerabilità, all’ultimo Sundance, e alla Berlinale, ha fatto discutere l’opera prima di Justin Kelly, I am Michael, con James Franco icona omosex e dai capelli biondo-ossigenato, nei panni di Michael Glatze, (vero) attivista gay rinato cristiano e dichiaratamente omofobo. Da caporedattore della rivista XY Magazine, in testa a battaglie sul riconoscimento dei diritti dei giovani omosessuali, alla folgorazione per la Bibbia: prima dà un taglio alla sua vita, lasciando il boyfriend e la loro relazione a tre, poi raggiunge un istituto di formazione religiosa per diventare pastore, e sposa la figlia di una famiglia ipercristiana. Produce Van Sant.

A segnare i tempi della cultura contemporanea ci sono anche le due biografie del fashion designer Yves Saint Laurent, in particolare quella di Bertrand Bonello (Saint Laurent, 2014) stretta nei confini degli anni Sessanta-Settanta e segnata dal volto di Gaspard Ulliel. Scrivono bene Out e Flavorwire: questi film non sono chiusi in se stessi né si rivolgono in maniera astratta a una specifica fascia di pubblico queer. L’amore gay – politico, letterario, patinato, religioso – sta già trovando una via molto personale e sperimentale nel toccare i cuori cinematografici di tutti: la tavolozza dei colori si allarga, fuori dal ghetto, con storie ben nutrite e universali. L’autore canadese Guy Maddin all’ultimo Sundance ha dichiarato, appunto: “Oggi è davvero difficile trovare film che non parlino a un unico pubblico. I produttori, ma anche i registi, temono di deludere un determinato tipo di audience. Se credono questo, significa che non rispettano abbastanza il cinema”.

Sul fronte televisivo, intanto, spuntano gemme come Looking e Transparent: due comedy-drama (la prima HBO, la seconda in streaming su Amazon) rispettivamente sulle relazioni di un gruppo di giovani a San Francisco e la scelta di un professore in pensione di diventar donna. Target differenti, stili e alfabeti graffianti. In comune c’è l’amore, a occhi semichiusi, per le storie di vita vera. Ora anche a lieto fine, guarda un po’.

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