Dalla rassegna stampa Cinema

La passione proibita di Leduc in un quadro impressionista

Sarebbe un peccato che Violette , film biografico di un’epoca letteraria, quella francese del dopoguerra, passasse inosservato…

Sarebbe un peccato che Violette , film biografico di un’epoca letteraria, quella francese del dopoguerra, passasse inosservato: ben fatto, zeppo di indizi come un noir culturale, rivolgendo le lancette sull’oggi, usa due attrici in gran forma, Emmanuelle Devos e Sandrine Kiberlain.
La prima è Violette Leduc, classe 1907, scrittrice maledetta, autrice nel ’64 del best seller La bastarda in lotta contro le sue origini, l’invadenza ambigua materna e l’amore non corrisposto per Simone de Beauvoir, storica autrice del Secondo sesso e compagna di Sartre. Nella galassia di quel circolo d’artisti compaiono con le intemperanze sessuali oggi «vintage», Jean Genet e Maurice Sachs (un altro sfacciato, autore del Sabba ), ma si nominano Cocteau, Green e altri mostri sacri, si vedono i poster di Feydeau e le prove delle Serve .
La qualità del film di Martin Provost è l’aver raccontato come un quadro impressionista il clima di un momento particolare, legato al mercato nero del dopoguerra in cui si inserisce il forte dolore singolo di una donna che non accetta il suo essere bastarda e omosessuale, tanto che fa un tentativo etero.
La biografia di gruppo è un istruttivo contributo a una cine storia letteraria in cui una bellissima compagnia di attori (da citare Catherine Hiegel, la madre) offre esempi di lotta libera quotidiana contro un mondo che stava dimenticando i Guermantes e si andava con fatica rifondando.

Visualizza contenuti correlati


Condividi

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.