Dalla rassegna stampa Teatro

Pasolini juke box

A quarant’anni dalla scomparsa, Spoleto celebra loscrittore con due suoi lavori. E ne sottolinea la vocazione popolare. Come spiega Valerio Binasco, regista di “Porcile”,«Ilsuo linguaggioèperfetto nel lessico comune. È come quando si entra in un bar e si sente la musica…»

Nell’anniversario pasoliniano di quest’anno, in mezzo alla consueta abbondanza di incontri, riflessioni, convegni, saggi, suscita interesse la riproposta (peraltro anch’essa abbondante) che ne sta facendo il teatro. A quarant’anni dalla morte dello scrittore e regista, la sua opera teatrale, profondamente radicata nella parola, resta infatti qualcosa di sempre nuovo nel panorama della scena italiana, che raramente ha trovato la forza di incidere sul contesto.
Ha colto l’occasione, con due proposte diverse ma “forti”, il Festival dei 2 Mondi di Spoleto numero 58 che il 26 giugno si inaugura con il Così fan tutte di Mozart nell’allestimento del direttore del festival Giorgio Ferrara. Dal giorno dopo aprirà poi il programma dedicato alla prosa, appunto, con Il vantone (a San Nicolò), la riscrittura pasoliniana da Miles Gloriosus, protagonista Ninetto Davoli e Edoardo Siravo, regia di Federico Vigorito e Porcile (a San Simone) nella messa in scena di Valerio Binasco che farà arrabbiare i “pasolinisti”, come ci scherza sopra il regista e attore, perché punta sulla storia e le dinamiche interiori dei personaggi.
Cinquant’anni, un tirocinio teatrale fervido con Carlo Cecchi ( Amleto, Il re cervo, Ivanov, Sogno di una notte di mezza estate…), artista di talento, inquieto, sensibile, disponibile ad avventure intellettuali insolitecomenel Romeo e Giulietta diqualche stagione fa, o nei lavori shakespeariani al Teatro Romano di Verona, in procinto di partire per l’Australia dove si fermerà due anni («Ma continuerò amantenerecollaborazioniinItalia»,dice), BinascomostrachesipuòoffrirealpubblicounPasolini diverso.«Un Pasolini meno Pasolini», spiega il regista, «meno monumento. Pier Paolo Pasolini sembra diventato solo il commentatore morale della nostra epoca. E a me, per questa statura morale è venuta antipatia. Tutta quella fatica per poi diventare un intoccabile? Ho dunque percorso un’altra strada».
Porcile, scritto nel ‘66, diventato un film nel 1989, è una storia dalla temperatura emotiva forte: inundiciepisodi,Julian,ragazzo irrequieto, coltiva una misteriosa passione per i maiali con cui ha rapporti non naturali, quasi come un contraltare all’insoddisfazione del mancato rapporto col padre, un imprenditore tedesco. Il tutto nella Germania del dopo nazismo, ricca, borghese, ipocrita… «Alla metafora io non credo», spiega Binasco. «Ai simbolismi, alla critica borghese. Qui non c’è un orco cattivo, non c’è nessuna battuta dove il padre che incarna il ricco borghese possa sembrare cattivo o violento. Che favola è se non c’è l’orco? Ecco perché io credo che, per quanto Pasolini si sia sforzato con le sue parole di allontanarsi dalla psicologia, Porcile sia una tenera rappresentazione dell’umanità. Qui c’è un pezzo di una vita di qualcuno e io ve lo faccio vedere».
Il“suo” Porcile, coprodotto dal Metastasio di Prato e dallo Stabile del Friuli, sarà un Pasolini tra Strindberg e Lars von Trier, una commedia borghese psicologica, perfino un po’ più romantica nel sottolineare la stringente dolcezza dei sentimenti che governano sotterraneamente i personaggi, dietro il loro apparente simbolismo. «La tentazione di farlo diventare Strindberg non mi porta però a mettere in scena l’armadio», scherza Binasco raccontando l’ambientazione della sua regia, «ma verrà come sfiorata l’immagine dell’esterno di una villa e quanto alla recitazione sarà una recitazione che si capisce, le parole manterranno la forza delle immagini, ma verranno recitate. Il linguaggio di Pasolini funziona bene quando entra nel lessico comune, come in certi film, quando si scantona dalla metafora e si entra in un bar e si sente il juke box».
Julian di Francesco Borchi (gli altri attori sono Mauro Malinverno, Alvia Reale, Francesco Borchi, Elisa Cecilia Langone), potrebbe essere un Amleto di oggi, un Amleto in lotta con se stesso, così come Ida, la sua fidanzata, è una Ofelia persa, ingenua, unpo’querula,disarmata.«Mihaguidatouna lettura sul giovane Pasolini a Casarsa che scopre l’autodisgusto, che lui provò prima di ergersi a eroe. Julian non è un eroe della società, ma vive lo stesso auto disgusto per il mancato rapporto col padre. Ecco perché la sua è una storia che ha toni struggenti e alla fine parla dell’enigma dell’umanità. E della vita».
Al Pasolini della denuncia borghese ci pensa Il vantone che Federico Vigorito legge come una commedia sociale: la Efeso di Plauto diventa la Roma vissuta da Pasolini dove i personaggi si muovono solo per loro tornaconto, mal celando ingenuità dietro zozzerie e ruberie. Una Roma molto prossima a Mafia capitale.

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