Dalla rassegna stampa

La vita di Ozpetek in un libro: "Racconto ciò che conosco, compresi gli amori diversi"

In “Sei la mia vita” il regista mette sulla carta i suoi primi quaranta anni di vita a Roma: dal grande amore ai compagni più cari, dalla trans Vera (e i suoi spezzatini serviti in terrazza) fino all’amico con la casa infestata dai fantasmi. “La fortuna nel cinema cambia, ma la mia vera fortuna è …

Il grande amore, Simone, i tanti amori di gioventù. Gli amici più cari, “le mummie” come si chiamano tra loro e quelli passati dal palazzone di via Ostiense che lo ha accolto 40 anni fa, crocevia di tante solitudini che sono diventate una famiglia molto speciale. Gli esordi con Troisi e le massime di Bolognini. Ci sono quarant’anni di vita e di cinema di Ferzan Ozpetek nel suo nuovo libro (il secondo) Sei la mia vita (Mondadori). Leggi e scopri che era tutto vero. La gigantesca trans Vera coi suoi spezzatini di carne e patate portati sui tacchi a zeppa nel terrazzone la domenica a pranzo e il ragazzo tradito da un compagno con moglie e figli (Le fate ignoranti!) O l’amico convinto di avere i fantasmi in casa (Magnifica presenza!)

Ciò che non sai è che Ozpetek è pronto a dirti molto altro, dal vivo, alla presentazione del libro. Cosa avveniva sul set e nella sua testa per esempio, in quel momento della sua vita, mentre girava quel film. “Oggi – ammette candidamente – non girerei più il bacio tra Luca Argentero e Pierfrancesco Favino delle Fate ignoranti”. E il produttore l’aveva sconsigliato. “Allora avevo bisogno di mostrarlo, perché anche un bacio tra due uomini venisse considerato la normalità. Oggi so che potrei trovare altre strade”. Ride. “Un giorno in trattoria a Monti ho incontrato Mario Monicelli. È stato gentile, si capiva che mi stimava, poi però ha scoccato la domanda. Perché nei tuoi film alla fine diventano tutti froci?” E non era un attacco: “Lì ho capito che mi voleva dire stai attento, sei bravo, ma così ti chiuderanno in un recinto”.

Ferzan Ozpetek presenta il suo secondo romanzo “Sei la mia vita” (Mondadori). E se il titolo nasce da un sms del suo grande amore, il compagno Simone, il romanzo è un viaggio in quarant’anni di vita e di cinema, a partire dall’arrivo nel palazzone di via Ostiense, a Roma, dove ha incontrato tanti dei personaggi poi finiti nei suoi film, e dall’esordio con Massimo Troisi

E l’hanno fatto. “Mi chiedono perché metto sempre storie omosessuali nei film, ma in realtà sono gli altri che le tolgono – riflette – Io racconto quello che conosco e la realtà, che è fatta da amori diversi!” Altro aneddoto, sempre col sorriso (detesta le persone “che si prendono troppo sul serio”): “Alla presentazione di Cuore sacro, un mio lavoro massacrato, mi chiesero persino perché non c’era una storia omosessuale nel mio film. Risposi per gioco alla giornalista di stare tranquilla, che la protagonista aveva una zia gay”.

Il regista italo-turco è convinto comunque che quel bacio tra Argentero e Favino in Saturno contro abbia cambiato la storia del nostro cinema. “Prima dei miei film i registi raccontavano solo amori eterosessuali, anche io mi ero dovuto abituare ad assistere solo a baci tra uomini e donne. Ora gli altri dovevano abituarsi a vedere baci gay”. E il messaggio piacque. “Dopo il film mi trovavo ore di messaggi meravigliosi in segreteria, un giorno un ragazzo mi citofonò e mi portò dieci pizze, ho dovuto togliere il nome dal portone”. Però? “Ricordo anche all’uscita dalla sala una signora che raccontava all’altra di aver abbassato lo sguardo al bacio tra i due attori. E allora mi sono dispiaciuto”. Un bacio che tra l’altro non è stato facile nemmeno sul set. “Argentero era più tranquillo, ma Favino era molto rigido – ricorda – Lui è uno di testa, sapeva della sua difficoltà è cercava di forzarsi per mascherarla. Ho dovuto fermare la macchina e portarlo da parte e calmarlo”. Poi come un bambino divertito regala un altro retroscena, questa volta su Stefano Accorsi: “Alla scena del nudo tra i due attori tutti erano curiosi di vederlo senza veli. Per girarla eravamo rimasti solo io e lo sceneggiatore, che era curiosissimo. Beh, quando mi è passato davanti ero così imbarazzato che ho tenuto gli occhi fissi sullo schermo e non ho visto niente”.

Ferzan è così, spudorato e pudico, rivoluzionario e all’antica. Ha segnato la storia del cinema italiano, ha vissuto in libertà gli anni Settanta e Ottanta, ha perso tanti amici per strada, anche a causa dell’Hiv. È tutto scritto in Sei la mia vita. Nessun accenno invece alle decine di premi tra David di Donatello, Nastri d’Argento, Globi d’oro, la retrospettiva al Moma di New York. Se gli chiedi un bilancio, non esita: “Ho fatto alcuni film di grande successo, altri distrutti dalla critica. La fortuna nel cinema cambia, ma la mia vera fortuna è avere incontrato Simone, l’amore vero, e tante altre persone. La vita è una serie di incontri. Che si sommano”. L’imperativo è non perdere davvero nessuno. “Non capisco quelli che stanno insieme quarant’anni e poi non si parlano più. Quel compagno ti ha tenuto la testa mentre vomitavi, ci hai parlato notti intere. L’amore non deve mai andare perduto”.

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