Dalla rassegna stampa Cinema

CANNES Violenza e lentezza con Villeneuve e per Donzelli un incesto da favola

… Marguerite & Julien della francese Valérie Donzelli … Un film che resta, comunque, nei pensieri..

MENTRE la realtà si incarica di fare di peggio, va in scena a Cannes, in concorso, il film del canadese Denis Villeneuve, Sicario, ambientato a Ciudad Juarez. Città di confine fra Messico e Stati Uniti, stazione di transito di droghe ed esseri umani, tomba di migliaia di donne ogni anno scomparse: Juarez è una terra di nessuno dove la vita vale meno di niente. I bambini, come in ogni luogo del mondo, giocano a imitare i grandi: nella vita reale l’altro ieri una banda di cinque ragazzini, tre maschi e due femmine fra gli undici e i quindici anni, giocava al “rapimento”. Hanno torturato lapidato e sepolto un bambino di 6 anni.
Nel film di Villeneuve è un adulto, il sicario colombiano Alejandro (Benicio Del Toro) al soldo degli americani che, equipaggiato di ogni genere di fantasmagorica arma, uccide come se respirasse chiunque gli intralci il cammino, quando è inattivo si addormenta sulle sedie. Sicario è un film di genere perfettamente congegnato, prodotto senza risparmio di mezzi negli Stati Uniti, molto atteso (Villeneuve girerà il seguito di Blade Runner ) e assai ben riuscito, destinato al sicuro successo. Racconta della giovane Kate, agente dell’Fbi (Emily Blunt, candidata alla Palma) incaricata di unirsi a una missione clandestina che deve stanare il capo messicano del narcotraffico. Gli agenti americani sono guidati da Josh Brolin e dal tenebroso consulente colombiano. Kate – la poliziotta magra con la t shirt grigia e la pistola – è una ragazza rispettosa delle regole e nell’inferno del commando illegale va in crisi di coscienza. Alejandro, la cui moglie in Colombia è stata decapitata e la figlia sciolta nell’acido, un poco la protegge («mi ricordi qualcuno che mi era molto caro») ma non tanto. Quel che c’è di più bello: l’azione di guerra della prima mezz’ora, davvero notevole, il temporale nel deserto messicano (la fotografia, in generale), le riprese a Ciudad Juarez bianca di luce e di polvere coi i bambini che giocano sotto i cadaveri mutilati e impiccati al viadotto, le musiche di Johann Johannsson. Quel che vale di meno: qualche buco di sceneggiatura, una certa lentezza nel finale, l’unica espressione utilizzata da Benicio del Toro che ha comunque l’assetto di chi potrebbe con una mano sollevarti di peso e al pubblico femminile tanto basta.
All’estremo opposto di Sicario, Marguerite & Julien della francese Valérie Donzelli, l’altro film oggi in concorso, è destinato ad un pubblico selezionatissimo e non promette trionfo d’incassi. La storia d’amore dei due fratelli de Ravalet, ispirata a un fatto di cronaca del ‘600, è piaciuta qui molto poco, più d’uno ha lasciato la sala. Tuttavia Donzelli ha avuto moltissimo coraggio e a tratti grande bravura nel raccontare il mistero dell’Amore che si incarna dove crede, non segue le regole degli uomini né le leggi. I due giovani, Anais Demoustier e Jeremie Elkaim, sono delicati e convincenti, in specie lui, nel dare anima e molto corpo all’amore che spaventa e costringe. Quello che funziona: la forza del racconto in sé. La figura della madre, Aurelia Petit, che nel momento più commovente del film capisce e asseconda, archetipo da tragedia greca di fronte al volere degli dei. Geraldine Chaplin suocera perfida. Quello che davvero no: l’aura favolistica, il castello, il racconto di una storia come questa alle bambine del dormitorio prima di andare a letto. La chiusa: meglio sarebbe stato finire col processo agli amanti e lasciar solo immaginare il seguito. Un film che resta, comunque, nei pensieri.

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