Dalla rassegna stampa

Le più grandi bufale sull’omosessualità

In occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia ricordiamo alcuni dei miti ancora diffusi sull’omosessualità

La condizione delle persone Lgbtqi (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, queer e intersex) sta lentamente migliorando nella maggior parte del pianeta, ma l’omofobia e la transfobia continuano a ostacolare la strada verso l’equità. Per esempio è di pochi giorni fa la notizia secondo cui il dittatore del Gambia, noto per la sua omofobia, avrebbe minacciato di tagliare la gola agli uomini che volevano sposare un altro uomo.

In Italia invece vediamo come mancano ancora le tutele per le più elementari tutele per le coppie omosessuali, nonostante l’esempio dei più avanzati paesi dell’Unione europea, anche con governi conservatori. Con le Sentinelle in piedi e le bufale sul Gioco del rispetto che continuano a ricevere pubblicità dai quotidiani e plausi da diverse parti politiche, è ancora l’occasione per ricordare alcuni miti propagandati a proposito delle persone Lgbtqi. Soprattutto in occasione della Giornata mondiale contro l’omofobia e la transfobia del 17 maggio.

1. Qualcuno pensi ai bambini
Inutile negarlo, uno dei cavalli di battaglia dell’omofobia è la difesa dei bambini. Possiamo anche definirlo cavallo di Troia, visto che è spesso citato anche da chi comincia l’argomentazione con il famigerato “non ho assolutamente niente contro i gay/ho molti amici gay, ma…”.

La filosofa bioeticista Chiara Lalli ha dedicato un intero volume a smontare questo mito, intitolato appunto Buoni genitori (Il Saggiatore, 2009). Nonostante la disinformazione, le ricerche sull’argomento dell’omogenitorialità non mancano e c’è ampio consenso sul fatto che i genitori gay siano in grado di allevare figli psicologicamente sani tanto quanto i genitori eterosessuali.

La letteratura scientifica evidenzia anche che tra figli cresciuti nelle famiglie con genitori omosessuali la percentuale di omosessuali è paragonabile, quindi l’inevitabile apertura verso le famiglie omogenitoriali non rischia di fare impazzire il vostro gay radar.

Le stesse conclusioni valgono anche per le famiglie con genitori transessuali, che tuttavia spesso vengono discriminate in maniera anche più evidente.

Il dibattito sul tema, se così si può chiamare, è ora una questione prettamente politica. A proposito del libro di Chiara Lalli, per esempio, è interessante leggere quello che tuonava nell’agosto 2013 Carlo Giovanardi dalle colonne de Il Foglio:

“Buona famiglia è quella di Francesco e Arthur, suo compagno, che hanno pagato una donna, per ottenere il materiale genetico femminile necessario, e hanno affittato l’utero di un’altra donna californiana, per poi sottrarle, a lavoro finito, il frutto della gravidanza. E fortunati sono i piccoli Niccolò e Violetta, nati in questo modo, con due padri, che però potranno ogni tanto, prendendo l’aereo, andare negli Usa a trovare la loro madre sdoppiata: quella genetica e quella gestazionale. Magari a Natale una e a Pasqua l’altra. Fortunati, in generale, per Lalli, i bimbi nati da madri surrogate, cioè prestatrici (suona meglio che affittuarie) d’utero, perché è sciocco credere che il legame di sangue tra figli e genitori sia così importante!”

2. Dall’omosessualità si può guarire
Il mese scorso il Barack Obama ha annunciato il suo supporto alla petizione per porre fine alla cosiddetta terapia riparativa. Con questo nome si intende un insieme di tecniche che sarebbero in grado di trasformare le persone da omosessuali a eterosessuali.

Nonostante non esistano prove scientifiche che uno qualsiasi dei procedimenti proposti, alcuni al limite della tortura, siano in grado di modificare l’orientamento sessuale, la terapia riparativa riceve ancora parecchia pubblicità e, tra le tanta pseudoscienze, c’è addirittura chi propone trattamenti basati sull’omeopatia per superare il disagio psicologico che sarebbe causato dall’essere quello si è.

Del resto, anche se è strano doverlo ricordare nel 2015, l’omosessualità non è affatto una malattia, e infatti nel 1987 è scomparso ogni riferimento a essa dal Manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali, che dal 1974 aveva cominciato a rivedere la sua classificazione come patologia.

Che cosa ci sarebbe quindi da riparare?

3. I trans sono tutti uguali
Con il termine transgender si intendono diversi tipi di persone accomunate dal fatto che la loro identità di genere non coincide col sesso biologico. L’identità di genere è indipendente dall’orientamento sessuale, quindi una persona trans può essere omosessuale, eterosessuale, bisessuale o anche asessuale.

Per questo motivo all’interno della categoria c’è un continuum di situazioni. Ci sono i transessuali, che possono o meno aver scelto (o avere avuto la possibilità) per la riassegnazione chirurgica del sesso , e tendono a identificarsi coi ruoli di genere tradizionalmente associati al sesso opposto a quello con cui sono nati. Gli androgini rifiutano invece ogni tradizionale divisione dei generi e dei ruoli a essi associati. Tra questi ipotetici estremi esistono diverse situazioni intermedie, eppure l’immagine diffusa di persona trans è spesso un banale stereotipo: un maschio che decide di diventare donna per andare a letto con altri maschi.

4. Lo spettro della teoria del gender
Come è già stato ampiamente spiegato su Wired in occasione della figuraccia planetaria sul Gioco del rispetto, la famigerata teoria del gender è un’espressione coniata dai movimenti omofobi a partire dai gender studies, cioè studi di genere, e non ha fondamento nella realtà.

Distorcere gli studi di un settore accademico inventando nuove buzzword non rappresenta certo una novità nell’arsenale propagandistico di certe fazioni, e infatti ha dato i risultati sperati: basta pronunciare teoria o ideologia del gender per evocare nel giusto pubblico scenari apocalittici che vanno dal lavaggio del cervello dei bambini al crollo della società come noi la conosciamo. Per fortuna c’è chi vigila.

5. Chi non è eterosessuale è contro natura
In natura sono moltissime le specie dove sono stati documentati comportamenti diversi da quello eterosessuale. Certo, quello che osserviamo in uccelli, pesci e negli altri primati non può essere automaticamente applicato allo studio del comportamento umano (e viceversa), e non è certo per gli studi di etologia comparata che, come anticipato, l’omosessualità e la transessualità non sono considerate malattie.

Quello che succede nel resto del regno animale è però di fondamentale importanza anche perché mostra quanto siano artificiose le argomentazioni di quegli omofobi che fanno appello alla natura. Del resto è solo attraverso la teoria dell’evoluzione che sarebbe davvero possibile comprendere la sessualità, quindi è comprensibile che per certe aree culturali l’omosessualità sia un tema oltremodo indigesto.

Per scoprire cosa dice la biologia sull’andare contro natura, vi segnaliamo l’incontro di domenica al Muse di Trento Omosessualità: fra natura e cultura, organizzato proprio in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia.

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