Dalla rassegna stampa

«Così in carcere abbiamo mostrato il documentario sulle nostre nozze gay»

Lei disse sì è la storia del matrimonio svedese di Ingrid Lamminpää e Lorenza Soldani, fiorentine Doc che sono dovute andare fino in Scandinavia…

di Ingrid Lamminpää, Lorenza Soldani, Maria Pecchioli

Lei disse sì è la storia del matrimonio svedese di Ingrid Lamminpää e Lorenza Soldani, fiorentine Doc che sono dovute andare fino in Scandinavia per rendere «legale» (grazie alla doppia cittadinanza di Ingrid) il loro amore. Il documentario, per la regia di Maria Pecchioli, ha vinto il festival Biografilm di Bologna e ora sta girando per le sale italiane. In questo post Ingrid, Lorenza e Maria raccontano una proiezione speciale, quella nel carcere di Pesaro.

È la prima volta che presentiamo il nostro film «Lei disse sì» in carcere, arriviamo alla casa circondariale di Villa Fastiggi a Pesaro di primo mattino. Il tempo a disposizione per il laboratorio è di sole 3 ore ed è meglio arrivare per tempo perché tra i documenti, le borse e i cellulari da lasciare e le guardie che non sempre facilitano lo svolgimento delle attività, si rischia di perdere minuti preziosi.

Siamo molto emozionate e anche un poco tese, non conosciamo i nostri interlocutori dentro e non immaginiamo come la nostra storia possa essere accolta da persone che vivono nella marginalità e nel pregiudizio, nella difficoltà dell’esperienza carceraria. Un poco i nostri volti tradiscono l’emozione e la certezza di star facendo qualcosa che conta, un’azione profondamente politica, in risposta alcuni sguardi dei secondini sembra che dicano «ma che lo fate a fare, tanto non serve a niente». Si apre una piccola porta a cancello ed entriamo in un corridoio fatto di sbarre, poi le mura e un cancello più grande, che si chiude alle nostre spalle. Siamo dentro.

Nella sala di proiezione sistemiamo i volumi audio e il nostro pubblico speciale inizia ad arrivare, occasione rara partecipano uomini e donne che aderiscono in gran parte al laboratorio di scrittura. Le donne per prime, sono una ventina e vengono fatte sedere nelle prime file dalle due secondine che le accompagnano. Poi gli uomini, a piccoli gruppi si sistemano alle spalle delle donne. Anche il cappellano partecipa e si siede in disparte. Non sappiamo niente di loro, chiedere perché quelle persone sono lì, renderebbe tutto più difficile.

Durante la proiezione l’atmosfera rivela due anime, una molto attenta, curiosa e partecipe, l’altra più svagata raccoglie col film l’occasione di una pausa nella routine carceraria. Quando ai titoli di coda la luce si riaccende, abbiamo la sensazione che la prova più difficile sia passata. Ci sediamo davanti alla platea mista per raccogliere le prime sensazione e cercare di rispondere alle loro domande.

La prima a prendere parola è una signora sulla cinquantina, ha un accento ispanico. Dice che è la prima volta che assiste ad un matrimonio tra due donne ed è emozionata. Ci augura cent’anni di felicità. Come la signora sono tanti qui dentro a non aver mai visto un matrimonio omosessuale. Il senso di quest’ora che passeremo insieme sarà quello di cercare di uscire dal generale ed entrare nel particolare della nostra esperienza. Perché quando il percorso del matrimonio lo raccontiamo dal vivo, è più facile capirne le intenzioni.

Adesso parla un ragazzo magrebino che si chiede se in Italia non esista il matrimonio tra persone dello stesso sesso a causa della Chiesa, dice «voi avete il Papa, è per questo che non potete avere uguali diritti?». Questa volta è il cappellano a rispondere ma non commenta la posizione della Chiesa sulle unioni gay. Parla a titolo personale e in quanto cristiano vede come centrale nella sua vita il rispetto per tutte le diversità.

Il ghiaccio si è rotto e se temevamo all’inizio che il film li lasciasse indifferenti, adesso il microfono si avvicenda di mano in mano e qualcuno alza anche la voce per farsi sentire.

Ci chiedono se vogliamo avere figli perché nessuno ha problemi con il matrimonio ma a qualcuno sfugge la frase «non credo che due donne siano in grado di educare un figlio adottato» (perché il presupposto è che due lesbiche siano sterili e comunque incapaci di procreare). Ma se due donne davvero non sono capaci, chi mi da la garazia che un uomo e una donna insieme lo siano?
Così il vero argomento argomento della discussione diventa la famiglia, che dovrebbe essere luogo di protezione e crescita. Scopriamo dalle loro parole che c’è chi è stato allevato da zii, nonni, amici di famiglia e chi dalla famiglia di sangue è stato respinto. Allora proviamo a trovare insieme una nuova definizione di famiglia, allargata alla comunità in cui si vive, gli amici, i compagni di cella.

Da qui seguono dei botta e risposta del pubblico: «Auguri per il vostro matrimonio!, volevo dirvi però che secondo me un figlio che nasce da una coppia omosessuale viene malato», «ma come?» risponde un altro, «lo sanno tutti che non è una malattia» e l’altro conclude «ma io non dico una malattia grave, una malattia tipo il diabete». Ridono tutti.

Ognuno esprime la sua opinione, non avere filtri fa parte del gioco ma è la conoscenza reciproca, trovare occasioni di incontro come questa che ci permettono di superare il pregiudizio.
«Che cosa pensate del pregiudizio degli altri?», è proprio la domanda che arriva da un ragazzo di origine straniera che avrà nemmeno 20 anni. Si può percepire come qui dentro questo tema sia molto sentito da persone che vivono con una pesante etichetta che compromette spesso la loro vita lavorativa e personale.

Qualcuno aggiunge che è la qualità della vita e dei rapporti che non dobbiamo mai smettere di ricercare.
Una ragazza sulla trentina prende parola e dice «Io sto con lei» – indicando la ragazza che siede al suo fianco – “e ho una figlia. Quando le ho detto che stavo con una donna, mi ha risposto che per lei non aveva importanza e che l’unica cosa che avrebbe voluto, era vedermi fuori dal carcere per passare del tempo insieme».

Grazie ad un’associazione come l’Officina che da anni realizza laboratori nelle carceri, oggi incontriamo un pubblico che è capace di andare dritto al punto raccogliendo il significato vero di quello che abbiamo offerto loro.

Allo scadere del tempo, la signora più anziana che siede in prima fila e che sembrava sonnecchiasse scatta in piedi e viene ad abbracciarci «io sono Rom, sono qui per qualche mese soltanto ma volevo dirvi grazie e tanti auguri! Bellissimo matrimonio, e noi di matrimoni ce ne intendiamo!».

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