Dalla rassegna stampa Cinema

Tatum, campione tra sport e follia che fa vacillare il mito americano

La storia vera del wrestler Schultz ucciso dal miliardario John du Pont (Carell) …sottintesi omo-erotici (lasciati giustamente molto sullo sfondo) contribuiscono a costruire la psicologia dei personaggi. …

Tre film in otto anni — Truman Capote – A sangue freddo nel 2005, L’arte di vincere nel 2011 e adesso questo Foxcatcher , premiato l’anno scorso a Cannes per la messa in scena — sono bastati al 48enne Bennett Miller per imporsi come uno dei più interessanti registi «all’interno» di Hollywood. Rispettoso cioè delle regole tradizionali di produzione (sceneggiature solide, utilizzo di volti celebri, regia sobria ed efficace: in una parola, cinema classico) ma capace di imporre un proprio preciso punto di vista e un altrettanto preciso stile di ripresa.
Non a caso tutti i suoi film partono da un fatto realmente accaduto (la tormentata gestazione del libro-inchiesta A sangue freddo da parte di Truman Capote, l’innovativa strategia sportiva messa a punto per il baseball da Billy Beane e dal suo assistente Peter Brand, la squadra di lotta stile-libero creata dal miliardario John du Pont, raccontata da uno dei suoi protagonisti nel volume Sperling & Kupfer Foxcatcher – Una storia vera di sport, sangue e follia ) per confrontarsi con le diverse letture che il reale offre e per esplorare come il cinema, con il suo linguaggio, può aiutare a capire e a scavare dentro i fatti.
Non c’è bisogno di troppe parole o di lunghi discorsi: basta l’occhio della macchina da presa (e l’intelligenza del regista) per spiegare quello che è davvero importante e che aiuta a trovare il senso del film. Come nella prima scena di lotta tra i due fratelli, il giovane Mark Schultz (Channing Tatum) e il più anziano, forse meno forte ma anche meno tormentato David (Mark Ruffalo): entrambi sono stati medaglia d’oro alle Olimpiadi (nel 1984, a Los Angeles: Mark nei pesi welter, David nei pesi medi), entrambi vivono un presente fatto più di onori e ricordi che di nuove sfide, ma i loro corpi e i loro modi di lottare parlano lingue diverse, che lo spettatore percepisce immediatamente e che il film si incaricherà di spiegare più a fondo.
La loro vita cambia radicalmente quando il miliardario John du Pont (Steve Carell, quasi irriconoscibile con un naso aquilino) decide di creare una propria squadra di lotta per partecipare alle Olimpiadi di Seul del 1988 e vuole Mark come atleta di punta. La sua è una di quelle offerte che «non si possono rifiutare» ma che finisce per coinvolgere anche il fratello David, l’unico che può davvero aiutare Mark a ritrovare l’equilibrio interiore necessario a combattere. Inizia così una sottile ma esiziale «relazione a tre», dove il peso di ognuno si misura sulla capacità di esercitare la propria influenza sull’altro. Una gara però squilibrata dalla ricchezza e dal potere di du Pont che lotta anche con un altro, personalissimo fantasma: quello di una madre (Vanessa Redgrave) che lo disprezza e non accetta il suo amore per la lotta.
Bennett Miller, che ha scritto la sceneggiatura con Dan Futterman ed E. Max Frye (già collaboratore di Demme per Qualcosa di travolgente ), riduce i dialoghi al minimo e lascia il compito di trasmettere il peso incombente che grava su tutti a una macchina da presa che si «ferma» sulle cose — la villa dei du Pont, la palestra, il parco che le circonda e sembra non finire mai — e che riesce a dare una forma mentale a quegli invisibili confini che finiscono per stringere sempre più i tre protagonisti, lungo un cammino che si avvia verso l’«inevitabile» tragedia. Ma sempre con un gusto del non-detto e del sospeso che trasforma un film «sportivo» in un dramma psicologico, dove le zone d’ombra (impossibile non pensare a Quarto potere nel percorso solipsistico di du Pont) e i sottintesi omo-erotici (lasciati giustamente molto sullo sfondo) contribuiscono a costruire la psicologia dei personaggi.
Un lavoro che si regge su una recitazione di altissimo livello, per altro qualità costante dei film di Miller (i suoi protagonisti sono sempre stati nominati e Seymour Hoffman ha vinto anche l’Oscar). E se Ruffalo e Carell avevano già dimostrato il loro valore, la vera sorpresa è Channing Tatum, liberato finalmente dai ruoli di toy boy che l’hanno imposto e capace di mostrare sul corpo — l’andatura a ciondoloni, la testa un po’ incassata tra le spalle, lo sguardo appannato — tutto il tormento che lo devasta.
E che trasforma questo film in un nuovo, indimenticabile colpo basso al mito americano e ai suoi sogni di successo e di vittoria.

VOTO: 3,5/4


da La Repubblica

Esce il 12 “Foxcatcher” ispirato alla vera storia del rapporto morboso fra un atleta e il coach

Vite al tappeto – Uomini in lotta contro lo spettro della solitudine

NATALIA ASPESI

Tutto il film è come scolorito, il che aumenta il senso di invisibile minaccia che cresce nel mutismo di Mark, nella desolazione di un vuoto ritrovato che aumenta man mano che John si fa meno padre e sempre più gelido padrone. Ed è un padrone che si sta stancando del suo gioco e dei suoi giocattoli, soprattutto di quello su cui ha puntato per la sua passione malata, non per lo sport ma per quello che lo sport concede al suo bisogno di ammirazione e autorità: «Chiamami pure come i miei amici, Eagle o Golden Eagle», dice agli stupefatti atleti. Solo che lui amici non ne ha. E la sua solitudine di miliardario, dopo la morte della madre, si fa sinistra, muta, cattiva.
Steve Carell, attore comico molto amato in America ( Little Miss Sunshine, 4-0 anni vergine) trasformato da un finto naso aquilino e da un pallore rabbioso in una maschera sospettosa e nevrotica, è un insuperabile John, paranoico e quasi commovente, candidato all’Oscar 2015 come il regista Miller, l’attore non protagonista Mark Ruffalo, lo sceneggiatore originale e il truccatore: sei nomination e non un premio. Per la cronaca John Eleuthère du Pont è morto in prigione nel 1910 a 72 anni.

INuna palestra vuota un giovane uomo è impegnato in un match di lotta libera con un grosso fantoccio, ed è come se combattesse con se stesso; in macchina mangia un panino, la sera nella sua minuscola povera stanza senza vita, la cena è una scatola di spaghetti. La sua solitudine è fatta di silenzio, di pensieri grigi e di ambizione, la sua bella faccia è indurita, allarmata e vuota. È Mark Schultz, campione del mondo di wrestling e medaglia d’oro alle Olimpiadi di Los Angeles, 1984. Un bell’uomo barbuto, placido e sorridente torna a casa felice, dove l’aspettano una giovane bella moglie felice e due bambini felici che corrono ad abbracciarlo. Lavora in una palestra ed anche lui ha vinto la medaglia d’oro di wrestling più leggero alle stesse Olimpiadi. È Dave, fratello maggiore di Mark.
In un grandioso palazzo in stile neoclassico immerso in un immenso paesaggio di prati e foreste, vive John du Pont, erede di una immensa fortuna che i suoi antenati hanno accumulato con le guerre e con i prodotti chimici: tra i saloni carichi di antichi ritratti, tappeti preziosi, libri rilegati e mai toccati, trofei sportivi, tra i passi felpati e intimoriti della servitù, l’uomo vive nell’isolamento cui lo condanna il suo denaro, accerchiato dal disprezzo della vecchia madre (una irriconoscibile Vanessa Redgrave) che gli rimprovera i suoi bassi piaceri, cioè la passione per la lotta libera, rispetto a quelli da re della famiglia, i cavalli di razza, la caccia alla volpe. L’intreccio casuale di queste vite, con qualche modifica necessaria a farne un film, è assolutamente vero: veri i due fratelli Schultz (Channing Tatum e Mark Ruffalo), vero il miliardario du Pont (Steve Carell), vera la tragica conclusione, di cui anche nella realtà non se ne è capita la ragione.
I due fratelli celebri in uno sport povero (Mark guadagna 20 dollari quando va nelle scuole a mostrare la sua medaglia), si lasciano comprare, uno alla volta, dal despota di un mondo opulento per loro inimmaginabile, un uomo fragile che può comprare la loro forza, diventarne il padrone ambiguo, ossessionato da un malsano patriottismo, da un paternalismo alienato, da un bisogno di potere sugli altri. Con loro vuole creare una squadra di lottatori eccelsi per il suo Team Foxcatcher, il nome della sua tenuta, e il compito di Mark sarà quello di vincere nel 1988 le Olimpiadi di Seul, per la Patria e contro i sovietici, quello di Dave di allenare il fratello assieme a John. Dapprima Dave non vuole spostare la famiglia in quell’angolo isolato della Pennsylvania (la moglie è Sienna Miller) e Mark dice, Dave non si può comprare: lo sguardo di John è quello stupefatto di uno che non si è mai sentito dire di no. Ma alla fine ci sono cifre che non si possono rifiutare, e Dave e i suoi arrivano, con l’elicottero privato dei du Pont.
Il regista Bennett Miller, quello di Truman Capote: a sangue freddo e di L’arte di vincere, non è tanto interessato allo sport quanto a raccontare attraverso lo sport il senso dei rapporti umani e di classe, un mondo anche fisico di maschi in cui le donne sono accessori di cui Mark e John possono fare a meno. Negli allenamenti, Dave è un maestro protettivo, un fratello affettuoso anche nella lotta che lo fa sanguinare. Mark è un allievo che vuole vincere l’allenatore, superare il fratello più noto e serenamente appagato di cui è geloso. Quando Mark e John si intrecciano nella lotta libera, i gesti cambiano significato, sono sfioramenti, palpeggi, avvinghiamenti, schiene a terra come in un approccio d’amore che è sopraffazione. E infatti il vero Mark Shultz, che appare anche in una scena in palestra, completamente calvo, ha poi accusato Miller di aver voluto dare una falsa sfumatura omoerotica a quegli incontri.

VOTO: 5/6

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