Dalla rassegna stampa Cinema

Oscar 2015 Birdman vola con 4 statuette Vincono i drammi esistenziali

Da Iñárritu a Julianne Moore, storie di crisi e malattie. Eastwood grande sconfitto …Lo sceneggiatore Graham Moore, premiato per The Imitation Game esorta i giovani a vincere la loro insicurezza, a diventare paladini delle loro diversità…

Lo show di Harris, presentatore in mutande

In pubblico in mutande? Dopo l’esibizione dello stilista francese Jean Paul Gaultier sul palco dei Cèsar, gli Oscar francesi, il mattatore del Dolby Theatre, Neil Patrick Harris (41 anni), ha replicato la gag durante la notte degli Oscar. Ispirandosi a una scena di Birdman , si è presentato davanti alla platea in slip bianchi e calzini neri, fingendo di essere rimasto chiuso fuori dal camerino con un lembo della vestaglia incastrato nella porta. Harris ha fatto il suo ingresso al Dolby accompagnato dal compagno e collega David Burtka (39).

Oscar 2015 Birdman vola con 4 statuette Vincono i drammi esistenziali

Los Angeles – Nella notte delle stelle trionfano le crisi esistenziali, mentre la grande sconfitta è la politica. Ed ecco che il volto sorridente del messicano Alejandro González Iñárritu diventa il simbolo della serata, trionfatore con quattro statuette per il suo Birdman che aprì l’ultima Mostra di Venezia.
I tormenti di un attore in declino (interpretato da Michael Keaton, protagonista del film) conquistano così l’Academy. Come il dramma di una donna colpita precocemente dall’Alzheimer (Julianne Moore), la storia di Hawking, le discriminazioni subite dallo scienziato gay Alan Turing. Tutti premiati.
Al cecchino patriottico di Clint Eastwood (che partiva con il vantaggio di ben sei nomination) invece va solo un premio di consolazione.
Sul palco Alejandro González Iñárritu esalta le sue origini: «Magari il prossimo anno il governo cambierà le regole dell’immigrazione per i messicani come me che non potranno più entrare all’Academy…». Dedica i trofei agli amici messicani e alle «persone che vivono in questo Paese e fanno parte dell’ultima generazione di immigrati, che possano essere trattati con uguale dignità». In sala stampa parla di «una serata che è una sorta di presa di coscienza collettiva, caratterizzata da ricerca di identità e impegno sociale. Tutto questo racconta anche il mio film, attraverso la storia di un attore che cerca di distaccarsi dal suo passato di supereroe cinematografico. Ho vissuto Birdman anche come una sorta di terapia e analisi personale, che riflette quelle di molti messicani».
Molte sono state le confessioni in diretta tra lacrime e sorrisi, tra i lustrini e la fatica di abiti ingombranti. Una notte segnata «da una emozione incontenibile, che ti annebbia la mente e ti paralizza il corpo», dice Eddie Redmayne, il vincitore per La teoria del tutto . Mentre in platea l’impassibile Clint Eastwood accanto alla sua compagna e all’ American Sniper Bradley Cooper (scortato dalla mamma) assistono alla sconfitta del film campione d’incassi nel mondo.
Lo sceneggiatore Graham Moore, premiato per The Imitation Game esorta i giovani a vincere la loro insicurezza, a diventare paladini delle loro diversità. Conquista tutti in sala stampa quando spiega, come aveva fatto sul palcoscenico: «Oggi ho vinto, ma per molti anni mi sono sentito un perdente ed è stato catartico, davvero liberatorio, confessare il mio tentato suicidio a sedici anni perché mi sentivo inadeguato rispetto al mondo che mi circondava. Il cinema stasera parla delle minoranze e delle diversità in molti modi, con coraggio e verità».
L’Academy è però soddisfatta dello show e tra i momenti più applauditi c’è l’incontro tra Lady Gaga e Julie Andrews dopo che la popstar canta una miscellanea dal celeberrimo musical Tutti insieme appassionatamente . «Ho cercato di coniugare tradizione e modernità. Non era un Oscar facile — confida esausto il presentatore N. P. Harris che si è esibito anche in mutande — perché non c’erano sicuri vincitori annunciati e film popolari per ogni generazione come Titanic . Mi sono divertito con la gabbia e la valigetta dei premi che avevo personalmente assegnato. La verità è che, soprattutto agli Oscar, l’immenso mondo del cinema di Hollywood diventa un microcosmo».

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Patricia scuote la platea: parità per le donne guadagnano ancora poco

L’entusiasmo di Meryl Streep per l’amica Arquette

NEW YORK John Legend e il rap per Common denunciano la condizione degli afroamericani nell’America di oggi che continua a mettere in galera più neri di quella schiavista del 1850. Poi l’invito a non criminalizzare gli immigrati messicani anche se clandestini pronunciato dal regista Iñárritu, trionfatore della serata. E Graham Moore premiato per la sceneggiatura di The Imitation Game, la storia dello scienziato Alan Turing che fu perseguitato in Gran Bretagna per la sua omosessualità, che commuove tutti raccontando la sua passata disperazione di ragazzino sedicenne che, scoprendo la sua diversità, tentò il suicidio. Ancora: l’appello per la tutela della privacy dei cittadini contro il «grande orecchio» dello spionaggio di Stato, venuto dalla regista Laura Poitras e del giornalista Glenn Greenwald, vincitori di un Oscar con Citizenfour, il documentario su Edward Snowden e le sue rivelazioni sulla Nsa. Ci sono, poi, Julianne Moore e Eddie Redmayne che i n v i t a n o i l p u b b l i c o a n o n ignorare e isolare chi viene colpito da terribili malattie.
Forse mai come quest’anno il palco degli Oscar si è trasformato in una piattaforma per rilanciare un gran numero di cause sociali e politiche. Ma tra i tanti appelli, quello che ha raccolto subito un’accoglienza entusiastica, tanto in platea quando in rete, è stato il messaggio di Patricia Arquette. In Boyhood l’attrice, Oscar come attrice non protagonista, interpreta una madre divorziata che fatica a seguire l’educazione dei figli e a guadagnare abbastanza da mantenere la famiglia. Con la statuetta dorata nella mano sinistra e un foglietto nella destra Arquette ha scandito la sua istanza con tono deciso e una sfumatura d’indignazione: «Ci siamo battute per i diritti di tutti. Ora per noi donne americane è tempo di combattere per una vera parità di condizioni economiche.
Stessi diritti e stesse retribuzioni» dei maschi. L’ovazione che ha seguito le sue parole semplici ha stupito anche lei. Meryl Streep e Jennifer Lopez sono scattate in piedi alzando le braccia al cielo e innescando la standing ovation più sentita della serata.
In pochi istanti la parità retributiva femminile, un tema certamente non nuovo, è tracimata su Internet: migliaia di tweet di denuncia e di impegni a fare di più come quello di Nancy Pelosi, leader dei democratici al Congresso. Quella della parità è una battaglia di tutte le donne, ma è un impegno politico soprattutto della sinistra, mentre i repubblicani in passato contestarono, giudicandoli fuorvianti, gli studi del ministero del Lavoro secondo i quali, a parità di lavoro, una donna guadagna 82 centesimi per ogni dollaro incassato da un uomo. Differenze che secondo i conservatori dipendono dal fatto che le donne, più impegnate coi figli, spesso lavorano meno o scelgono carriere meno impegnative.
Ma poi si è visto che spesso anche donne ambiziose, capaci e senza una famiglia da curare restano indietro nei compensi.
E un esempio clamoroso qualche mese fa è venuto proprio da Hollywood quando gli hacker nordcoreani hanno scassinato gli archivi digitali della Sony rivelando, tra l’altro, che le protagoniste di American Hustle, due attrici di grande successo e premiatissime come Jennifer Lawrence e Amy Adams, erano state volutamente collocate in un «girone retributivo» inferiore a quello dei protagonisti maschili, Christian Bale e Bradley Cooper.
I repubblicani forse stanno rivedendo il loro giudizio critico e, consapevoli che la miglior difesa è l’attacco, ieri, anziché prendersela con Patricia Arquette, hanno accusato sui loro siti Hillary Clinton che, quando è stata un membro del Senato (dal 2002 al 2008), ha pagato le donne del suo staff molto meno degli uomini: 40.800 dollari l’anno contro 56.500, una differenza del 28 per cento. «Dobbiamo fare di più su questo fronte» ha detto l’ex first lady.
Ma non ieri: parole di un anno fa. Poi il silenzio.

Massimo Gaggi


da Rainews.it

Oscar, petizione gay da nipoti Tuning

I nipoti di Alan Tuning, il matematico inglese che decifrò il sistema di comunicazione dell’esercito tedesco nella II Guerra Mondiale, a cui si ispira il film “The imitation game”, che ha vinto l’Oscar per la migliore sceneggiatura non originale, hanno consegnato una petizione a Downing Street, firmata da 523mila persone. In essa si chiede al governo britannico di concedere la grazia alle migliaia di cittadini condannati in passato per la loro omosessualità, come successe, per l’appunto, ad Alan Tuning.

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