Dalla rassegna stampa Cinema

Stupefacente Alba, sul set si trasforma in uomo

Rohrwacher protagonista di «Vergine giurata» inno alla libertà femminile

Una bella riflessione sulla libertà femminile e sulle gabbie in cui si rischia di restare intrappolati per ottenerla ce la offre Laura Bispuri con il suo film d’esordio, Vergine giurata , unico titolo italiano in concorso alla 65esima Berlinale. All’origine c’è il romanzo omonimo di Elvira Dones (Feltrinelli), che la regista ha adattato con Francesca Manieri, ma prima ancora c’è il Kanun, l’arcaica legge albanese che regola la vita con il suo codice di comportamenti e di obblighi e che permette alle donne che non vogliono accettare il destino loro riservato (per esempio di essere «un otre che sopporta pesi e fatiche») di «cambiare sesso». O meglio: di essere considerata a tutti i livelli come un uomo. A patto che non abbiano rapporti sessuali per tutta la vita.
E la decisione di diventare appunto una «vergine giurata» è quella che prende Hana, cresciuta in casa degli zii dopo la morte dei genitori: diventa Mark, veste da uomo, fuma, gira armata e dimentica il sesso. Ma dopo oltre dieci anni questo destino le pesa sempre più e decide di lasciare l’Albania per raggiungere la cugina Lila in Italia, in una irriconoscibile Bolzano, dove si era rifugiata per evitare un matrimonio imposto. E qui, a contatto con un mondo totalmente diverso dal suo, con Lila e la sua giovane e irrequieta figlia Jonida, Mark trova la forza per provare a recuperare la sua vera identità.
Girato tutto dal punto di vista di Mark (e prima naturalmente di Hana), il film è costruito su lunghi piani sequenza — a volte spezzati da piccoli tagli interni — che cercano di restituire la concretezza e la fattualità delle cose: i silenzi, il paesaggio, l’ostilità della Natura e della Società, e più in generale quell’insieme di situazioni che possono spingere una donna a rinunciare alla propria femminilità, alla propria identità. Un lavoro di messa in scena che trova il suo punto di forza nella stupefacente interpretazione di Alba Rohrwacher, assolutamente credibile nella sua trasformazione da donna in uomo. Non è solo questione di abiti, di pettinatura, di portamento: il nuovo «sesso» le si legge in volto, negli occhi, nella parlata, come se avesse davvero cambiato la sua anima in profondità.
«È quello che cercavo — spiega la regista —, un tipo di femminilità diversa, che riassumesse e rielaborasse i personaggi dei miei cortometraggi precedenti, tutte in qualche modo incastrate dentro gabbie da cui a un certo momento cercano di uscire» e per cui l’incontro con il romanzo della Dones è sembrata l’occasione e lo spunto ideale.
Il rischio, che a volte si evidenzia sullo schermo, è però che l’impianto ideologico soffochi in qualche parte la carica emotiva di una tale storia. Si capisce molto bene (per esempio dal montaggio a togliere, dall’essenzialità dei dialoghi) che una delle preoccupazioni della regista è stata quella di evitare ogni possibile deriva melodrammatica, di impedire all’emozione di intaccare il rigore e la forza dell’assunto di fondo. Anche se in fondo il percorso di Hana diventata Mark è proprio quello di ritrovare la sua piena femminilità, e quindi la sua parte più «fragile» e «gentile», l’occhio della regista si sforza di non «cedere» a quella fragilità e a quella gentilezza, per rifuggire da ogni consolazione o risarcimento.
In qualche modo il «difetto» tipico degli esordienti, che temono di abdicare al proprio rigore se non seguono con testardaggine le proprie certezze. Anche a costo di sembrare in alcuni passaggi un po’ criptici.
Il che, comunque, non inficia un esordio davvero notevole.


da La Repubblica

“Le donne-maschi creature a metà chiuse in gabbia”

Applausi a Berlino per “Vergine giurata” di Laura Bispuri con Alba Rohrwacher nelle comunità montane albanesi

ARIANNA FINOS

BERLINO – APPLAUSI per Vergine giurata della debuttante Laura Bispuri, unico film italiano in concorso alla Berlinale, il terzo firmato da una donna. Affronta il mondo poco conosciuto delle “vergini giurate”. Nelle comunità montane albanesi sono quelle che per sfuggire al ruolo di moglie o serva si appellano alle regole del Kanun e in cambio di un’eterna castità ottengono le libertà dei maschi, ma finiscono per costruirsi una prigione. Hana, Alba Rohrwacher, ha tagliato i capelli ed è diventata Mark con la benedizione dello zio che l’ha adottata dopo la morte dei genitori e che non ha figli maschi. Molti anni dopo decide di raggiungere in Italia la sorella- cugina: è l’inizio del disgelo di un’anima ghiacciata verso una ritrovata femminilità. «Il motore forte che ho trovato nel romanzo di Elvira Dones è stata la storia, forte e originale, in cui potevo mettere molto di me. Ho un’affezione per personaggi femminili incastrati in gabbie d’identità e cerco di liberarli».
Dell’incontro con le “vergini giurate” la regista racconta che «ti colpisce il loro essere creature a metà. Sono consumate perché vivono in isolamento, sulla neve, in villaggi sperduti. Una scelta estrema da cui quasi mai tornano indietro». Alba Rohrwacher racconta l’incontro con la “vergine giurata” che compare nel film: «Ci ha ospitato a casa sua. La sua condizione non le impediva di guardare a chi veniva da fuori con curiosità e apertura». Dice l’attrice: «Il cinema ha raccontato bene donne che sono stati uomini, da Boys dont’ cry a Orlando. Qui abbiamo dovuto trovare i gesti giusti e l’albanese è stato difficile da imparare ». Ma Hana non è la sola ad avere una prigione. Lo scopriamo in quel microcosmo che è la piscina che frequenta la nipote. “Mark/Hana e la ragazzina compiono un percorso analogo — ragiona Laura Bisburi — Una in apnea sui monti, l’altra fisicamente. Ci sembrava che il nuoto sincronizzato fosse la sintesi visiva di quell’idea di bellezza e perfezione che è una delle gabbie del nostro tempo. Bambine truccate che devono sorridere, la loro fatica non si vede perché è sott’acqua».

Effettua il login o registrati

Per poter completare l'azione devi essere un utente registrato.