Dalla rassegna stampa Personaggi

Pasolini «Quando amavo l’Italia Bergamo era una delle sue città che io amavo di più»

Era un’isola nell’Italia Settentrionale, in cui la vita popolare aveva lo stesso fascino della vita popolare di Napoli o di Palermo…

«Quando amavo tutta l’Italia, Bergamo era una delle sue città che amavo di più. Era un’isola nell’Italia Settentrionale, in cui la vita popolare aveva lo stesso fascino della vita popolare di Napoli o di Palermo. Non che i bergamaschi mi sembrassero poco settentrionali, anzi, appunto perché “isola” o “area marginale” Bergamo conservava con maggiore violenza e fedeltà i caratteri della cultura nord-italiana. E non si può neanche onestamente dire che quella bergamasca fosse una sacca sotto-proletaria del Nord. Eppure nei bergamaschi c’era una violenza fisica, una rozza grazia carnale, che li rendeva “barbari” (con alle spalle la patrizia Bergamo Alta, e, davanti, una pianura conquistata).Il corpo dei bersaglieri era pieno di bergamaschi, con l’occhio bruno del realismo pittorico lombardo pre-caravaggesco, ma col volto molto più forte, segnato, cotto dal sole e dal gelo. Erano troppo onesti per essere briganti, ma erano troppo forti per essere solo dei bravi figli». Con queste righe, nel ‘74, Pier Paolo Pasolini — del quale ricorre il quarantesimo anniversario della morte — offriva, su richiesta, un suo sguardo su Bergamo e i bergamaschi. Un testo breve, ma denso, oggi custodito nell’Archivio contemporaneo del Gabinetto Vieusseux di Firenze, stampato in un raro volume, «Bergamo preziosa», uscito sempre nel 1974 con le Edizioni Eco-Arte in cento copie numerate. Un testo non facile da decifrare, tra rimandi lapidari alla storia di Bergamo e a quella personale dell’autore, e che solo qualcosa ci dice dell’immagine che si era fatto della nostra città e dei bergamaschi, in parte sperimentata. Come dimostrano schegge di incontri e relazioni. Pochi anni prima, nel dicembre ‘69 Sandro Zambetti, allora direttore di «Cineforum», aveva invitato lo scrittore a un dibattito a Bergamo rivelatosi di grande interesse (e la cui trascrizione fu poi pubblicata sulla rivista «Controcampo»). Nello stesso anno, dopo l’uscita di «Teorema», un film che aveva lacerato il mondo cattolico (parte del quale l’aveva osannato tributandogli il premio dell’Office catholique international du cinéma, mentre l’altra parte l’aveva attaccato come osceno), il 10 marzo, sul settimanale «Tempo», così replicava da Parigi ad un articolo uscito sul quotidiano bergamasco. «Ho letto a Bergamo, sull’“Eco di Bergamo” che “Teorema”, alla prima di pochi giorni fa, avrebbe fatto fiasco […] Sì, lo dico con lo stupore di un ragazzino, sì cara “Eco di Bergamo”, malgrado la tua sfacciataggine, e l’ingenerosità della stampa italiana […] Teorema è il successo di questi giorni a Parigi […]; il vescovo di Parigi, Marty, consiglia il clero ad andarci». E facendosi prendere dall’entusiasmo aggiungeva: «Tornerò presto, spero, a Parigi per girare gran parte della mia storia teologica su San Paolo. E sono impaziente di vivere quei giorni». Senza fermarci sulla storia del film sull’apostolo, per il quale ricorderemo però che Pasolini ebbe come interlocutore anche il bergamasco don Stefano Lamera, religioso della San Paolo al quale aveva fatto leggere il primo soggetto del film mai realizzato («Sono certo che sia lei che don Lamera sarete, come si dice, choccati, da questo abbozzo. Infatti qui si narra la storia di due Paoli: il santo e il prete…», così Pasolini in una lettera a don Emilio Cordero, il 9 giugno ‘66), preferiamo qui andare indietro, ricordando invece la «bocciatura» da parte di una storica rivista bergamasca — La Cittadella — della collaborazione offerta dal giovane poeta di Casarsa. Pasolini infatti, in un documentato scambio epistolare con Gian Carlo Pozzi (redattore della pagina letteraria), fra il ‘46 e il ‘47, era tornato più volte sulla sua proposta di veder pubblicate su quel quindicinale politico-culturale che gli piaceva «moltissimo», alcune sue liriche in friulano. Cosa che non avvenne «per una sorta di grave malinteso, di disgraziate remore redazionali che dapprima ne fecero slittare e poi ne bocciarono di fatto la pubblicazione già quattro volte annunciata come imminente», spiegò Pozzi in un saggio sulla vicenda. Non senza chiarire che il disinteresse della redazione, nonostante le sue insistenze, fu probabilmente dovuto «alle forti riserve sul dialetto inteso come sottoprodotto della lingua letteraria, un idioma plebeo fossilizzato, e al timore inconfessabile che potesse apparire disqualificante per il foglio». Insomma, un’incomprensione totale, se pensiamo al valore di rottura attribuito da Pasolini a questa scelta come poeta, ma anche come regista, nel corso di tutto il suo lavoro: il dialetto, cioè come strumento di ricerca realistica, e come qualcosa di incontaminato. Così per il friulano delle liriche giovanili, per il romanesco di «Ragazzi di vita», per il napoletano di Decameròn o l’abruzzese del Vangelo secondo Matteo (dedicato «Alla cara, lieta e familiare memoria di Giovanni XXIII» e ideato il 4 ottobre ’62, ad Assisi, mentre il papa pregava il Poverello per il Concilio e il regista era ospite, lì vicino, della Cittadella di don Giovanni Rossi). Una scelta considerata anche nel film I racconti di Canterbury. «Certo non potevo usare l’inglese di Chaucer, per cui ho fatto ricorso al più semplice vernacolo possibile, con alcuni elementi dialettali […] Io mi servo della lingua viva, mettendo insieme i più disparati dialetti». Così Pasolini nelle conversazioni con Jon Halliday motivando la sua scelta per «la lingua viva» del popolo, anche in quel film elaborato — per l’ edizione italiana — in gran parte a Bergamo, e con doppiatori non professionisti, scelti fra parecchi ragazzi bergamaschi. Non a caso, forse, quel 6 novembre ‘75, anche padre David Maria Turoldo, giunto a Casarsa da Sotto il Monte, nell’omelia di addio a Pasolini, ricorreva proprio ad una giovanile preghiera in friulano dell’amico conterraneo per consolarne la madre. «Crist, pietàt dal nustri paìs. No par fani pi siors di che ch’i sin. No par mandàni ploja. No par mandàni soreli. Patì cialt e freit e dutis li’ tempiestis dal seil, al è il nustri distìn…». «Cristo, pietà per il nostro paese. Non per farci più ricchi di quel che siamo. Non per mandarci la pioggia. Non per mandarci il sole. Patire il caldo e il freddo e tutte le tempeste del cielo, è il nostro destino».

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La nostalgia «corsara» che lo lega al Palma

Che cosa hanno in comune Pier Paolo Pasolini e Palma il Vecchio? Domanda e risposta arrivano da Matteo Bianchi, dottorando all’Università di Bergamo, tra i relatori delle conferenze dedicate al pittore serinese in occasione della mostra alla Gamec. Si tratta di 9 appuntamenti a partire dal 19 febbraio. L’originale parallelo sarà al centro dell’incontro del 21 maggio. Il punto d’incontro, secondo Bianchi, è un sentimento: la nostalgia. «Questo attaccamento — anticipa Bianchi — alla terra materna, Serina da una parte e Casarsa dall’altra, si trasforma in una nostalgia malinconica che si trova in molte poesie di Pasolini e quadri di Palma. Ma è soprattutto sui corpi e i gesti delle loro donne che è iscritta questa forma di rimpianto verso i luoghi della giovinezza, luoghi che racchiudono in sé le tracce di quell’Italia alpestre che Palma cercherà nella sua mitizzazione di Venezia, mentre Pasolini nelle borgate romane e nelle città del Terzo Mondo».
Maddalena Berbenni

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