Dalla rassegna stampa Cinema

Bari un film su «Varichina» pioniere del Gay Pride Risorse correlate

racconta la vicenda di un celeberrimo personaggio, detto appunto «Varichina», che da Bari urlò al mondo la propria omosessualità in un periodo in cui, tra i Settanta e gli Ottanta, era impensabile dichiararsi gay

BARI – La Apulia film commission ha reso noti i nomi dei sei vincitori della terza edizione del «Progetto memoria», che ha avuto quest’anno per tema «Presenze», con la finalità di raccontare «attraverso fatti, persone, luoghi, imprese, una Puglia ancora sconosciute e stimolare non solo racconti ma anche ricerche». Sono stati scelti tra 49 progetti presentati. E tra questi spicca, per il territorio barese, il film «Varichina. La vera storia della falsa vita di Lorenzo De Santis» (Nacne), di Antonio Palumbo e Mariangela Barbanente che racconta la vicenda di un celeberrimo personaggio, detto appunto «Varichina», che da Bari urlò al mondo la propria omosessualità in un periodo in cui, tra i Settanta e gli Ottanta, era impensabile dichiararsi gay.

Una idea cinematografica, e documentaristica, di storia sociale, che nasce proprio dalle pagine della «Gazzetta». Ovvero da una puntata della rubrica domenicale del giornalista e scrittore Alberto Selvaggi, «Quadretti Selvaggi», dedicata appunto al leggendario Lorenzo, fino allora mai citato dagli organi di informazione, mai apparso su nessun libro. Un lungo articolo che rimane l’unica ricostruzione, testimonianza, del «pioniere di tutti i Gay Pride».

L’unica biografia – piena del colore tipico della penna di Selvaggi -, l’unico affresco di Lorenzo De Santis detto «Varichina», del quale nessuno conosceva fino allora neanche il nome all’anagrafe, né se fosse ancora in vita, o deceduto. Una cronaca inedita che il giornalista scrisse, con larghissimo seguito di lettori anche per i «post» su Facebook e Twitter, come un racconto grottesco e insieme tragico, proponendo anche, con intento provocatorio, di erigere un busto a Bari nel quartiere Libertà per il gay più trash, coraggioso, spregiudicato e avveniristico della storia.

Altri finanziamenti della Apulia film commission sono andati a «Anapeson» (Murex Produzioni Audiovisivi) di Marco Cardetta e Francesco Dongiovanni, sulla cappella ipogea del Casino del Duca, a San Basilio, frazione di Mottola (Taranto). Nico Angiuli e Fabrizio Bellomo in «Anna Hoxha» (Onfilmproduction), mettono in scena invece la presunta parentela tra la cantante Anna Oxa e l’ex dittatore albanese Enver Hoxha, un pretesto per ripercorrere le relazioni tra Italia e Albania. Lavorare per la guerra, costruire mine, arricchirsi e poi capire che quella vita non può continuare e quindi mollare tutto e perdere anche affetti familiari: è la storia di Vito Alfieri Fontana, ingegnere barese, oggi infaticabile «sminatore» al servizio dell’organizzazione umanitaria Intersos. La sua storia è raccontata in «Memorie del sottosuolo – Confessione di un ex fabbricante d’armi» (Fluid Produzioni) di Mattia Epifani.

In virtù del protocollo di intesa sottoscritto il 12 settembre 2014 tra il Centro Nazionale di Cinematografia della Repubblica di Albania e la Fondazione Apulia Film Commission, dal 2015 sono stati selezionati anche due progetti di autori albanesi: «S.P.M. – Sue Preziose Mani» (Kube Studios) firmato da Adrian Paci e dal regista, Roland Sejko e «Contromano» di Andamion Murataj (Lissus Media).

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Archivio (2/6/2013)

Un busto per il mito diverso
Viva Lorenzo «Varichina»!

Di ALBERTO SELVAGGI

Scusa, chi sei tu, Nichi Vendola, presidente della Regione, governatore, roba del genere? Vieni qui, bello allo zio. E tu, Paola Concia, i pax, le cose, l’omo e la trans-fobia. E tu, Franco Grillini, Arci-inverter, tenzoni dialettiche vaticanesi. E voi, altri fighetti dei negozi baresi che ve la tirate manco Valentino (un genio) o Dolce & Gabbana (Artisti magnifici), tesserati alle saune, ai locali «in» transgender, ai resort convenzionati gay-friendly, immunoprotetti intellettualesi Lgbt/ci, e quanti ne siete: in ginocchio, e muti davanti all’aura di chi ha combattuto per i diritti al modo più chiassoso, scriteriato, stradaiolo, sub-proletario, teatrale e volgare osceno nei tempi dei pionieri. Sguardo a terra, per la miseria, davanti a chi ha fatto di un’intera vita un gay-pride in solitaria perenne: Lorenzo De Santis, detto «Varichina», primo, anzi unico omosex oltranzista, urlante, pressoché animalesco della storia incolore di Bari.

Io canto il mito di Varichina, da pronunciarsi con l’erronea «i» e giammai con la «e». Il personaggio, con Piripicchio, più famoso di sempre. E che i tombini, più che la musa, mi assistano. Amato, citato dagli accattoni come dai notabili celebri, con la sua zazzerona sconnessa e riccia color acqua marcita, schiumata di rame biondastro alterno, coi suoi pantaloni a zampa strizzati su chiappe e pudenda, con le sue camicie ad alettoni marron-blu tenebra col nodo sul ventre, inimitabili nella sublimazione dell’abominevole, coi suoi «l’ femmn hann’ a murì e tutt’ ddò avìt’ a frnèsc», «rdìt, rdìt’, ke tutt ddò dret’ avìt a vnì» gridati da decine di metri battendosi col palmo il gluteo in sculettio virulento, con i «cciè vol’ da me kessa zògn» (uomo), «ciao bello!» rivolti alla cieca data la grave miopia, con il cabaret a bordo del bus n. 12, i motteggi alle lucciole da porno cinema, «send’ nu fiiìzz d’ picc…», ricchionerie da D-movie, non B, irresistibili, con i botta e risposta coi ragazzi molesti, Lorenzo si impossessò dell’immaginario fin dai primi Settanta donando a ogni cittadino una gag da riferire, donne comprese.

Da oltre un ventennio era svanito nell’ombra del mito: alcuni lo davano morto in terra straniera, per setticemia, overdose di ero, altri collassato in una casa di cura in provincia, altri ancora – leggenda nata da alcuni infermieri –, come Jim Morrison o Moana Pozzi ancora vivo pur se ai minimi termini. In questi giorni i fan cercavano per l’ennesima volta nostalgicamente lumi sui forum inneggiando all’avanguardista della diversità trash. E quindi è giusto far sapere che Varichina è ancora nella città natia; che il 26 aprile 2003 si è trasferito nel seminterrato della chiesa di San Francesco, campo 20, lotto 322, in via Crispi, con un mazzo di gigli finti e una fiamma perpetua sul marmo di neve; e che sua sorella Rosa, classe ’23, primogenita che gli somiglia parecchio, unica superstite della famiglia, sul balcone al secondo piano di via Dante, con la solita bandana gialla marrone sulle tempie guarda il cimitero vicino e pensa: «Lore’».

Varichina nacque da Biagio De Santis e Vittoria Aprile sotto la stella bizzarra dell’avvenire il 27 settembre 1938. Si impossessò presto di una inflessione «filo-barivecchiana» gutturale stretta che rese le sue stravaganze ancora più pregne. Ultimogenito dopo Rosa, Antonia, del ’25, e i gemelli Gaetano e Giuseppe, ’34, «venne sconosciuto» (ripudiato) dalla famiglia, come ricordano gli amici gay dell’epoca, fin dai primi vagiti «di malattia» (omosessualità).
Ne soffriva ancora, a fine anni Ottanta lo ripeteva, consolato dagli amanti «che lo sfruttavano spesso», che «facevano i fatti loro e poi lo buttavano a mare», o da una vicina al pianterreno di via Garruba 110, la stamberga volante del suo epos, e «certe volte piangeva».

Lo soprannominarono Varichina perché da ragazzo, dopo essere stato garzone di latteria per le periferie, vendeva candeggina in bici e la utilizzava a tempo perso come sguattero a nero nel Policlinico e nei pubblici cessi. Ma la verve, l’invenzione, l’effervescenza talvolta violenta, e quella deformante inclinazione caricaturale sopra le righe, al Libertà lo resero inconsapevole emblema del riscatto dei gay.

Che vita la vita da Varichina. Campava tra la ex Posta centrale e i giardini davanti a Giurisprudenza, «piazza Umberto», come ancora oggi alcuni gay settantenni e ottantenni chiamano piazza Cesare Battisti. «Era il nostro regno », racconta Francesco, 80 anni, «le puttane stavano dall’altra parte dell’Ateneo». C’era un pisciatoio in ferro a due posti, sede per pattuire, talvolta consumare incontri di sesso. «D’estate andavamo sugli scogli del molo Sant’Antonio, in pineta, ad abbordare nei cinema», racconta Vincenzo, 76 anni, amico e quasi coevo di Lorenzo, luccicante e lustro ancora come un gioiello. E «il molo col faro» era citato anche nella Guida Omosex semiclandestina dell’epoca. Oppure «cercavamo alla stazione centrale i soldatini» per consumare negli alberghi a ore vicini, nel monovano di un marchettaro che menava lì squallida vita. «O nei wc finché erano gratuiti e sistemati all’esterno della ferrovia. Oppure andavamo alla Moscia», vicino alla Fiera, allo Stadio vecchio, nei piazzali alle spalle dell’ei fu macello, «in macchina o in piedi». Poveri, benestanti, «velati» (sposati), ricchi come un noto industriale e un famoso medico che ha deposto i ferri. Come alcuni politici di scuola fine.

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