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CINEMA

Il giovane Xavier Dolan “Io, beato tra le donne racconto le loro emozioni”

Il talento ha la bella faccia di Xavier Dolan, venticinque anni e cinque film da regista. L’ultimo, Mommy, ha vinto il premio della giuria al Festival di Cannes e rappresenterà il Canada agli Oscar.

ROMA - Il talento ha la bella faccia di Xavier Dolan, venticinque anni e cinque film da regista. L’ultimo, Mommy, ha vinto il premio della giuria al Festival di Cannes e rappresenterà il Canada agli Oscar. Giubbotto di jeans, lineamenti delicati, orecchino e anelli d’argento, l’ enfant prodige del cinema mondiale di persona sembra ancora più giovane. Ma quando parla, e soprattutto quando gira, ha la sicurezza di un autore maturo. «Vengo da un ambiente popolare, non ho studiato cinema: i miei riferimenti sono i film commerciali: Titanic, Mamma, ho perso l’aereo, Batman Return.
A 17 anni ho lasciato gli studi. Per fortuna un’amica di mio padre, sceneggiatrice, mi ha introdotto a un cinema diverso. Ho iniziato a noleggiare film, riempiendomi di debiti: non li restituivo mai in tempo».
Il travolgente Mommy, in sala il 4 dicembre, racconta il triangolo tra una madre — abiti attillati, trucco pesante e turpiloquio facile — il figlio adolescente iperattivo e violento di cui è costretta a prendersi cura, e la loro vicina di casa, balbuziente maestra di liceo in anno sabbatico. Fin dall’esordio ( J’ai tué ma mère, autoprodotto e girato a diciott’anni), la figura materna è stata al centro del cinema di Dolan «Mio padre se n’è andato presto. Sono cresciuto con mia madre e, quando lei lavorava, con nonna e la prozia. Ma mentre il personaggio conflittuale di J’ai tué ma mère è mia madre al cento per cento, in Mommy racconto una madre e un figlio che si amano troppo. E ambiento la storia tra le classi povere. In quei quartieri periferici in cui ho vissuto. Le donne sono creature complesse, interessanti. Sono loro che ho visto piangere, emozionarsi, lottare per un posto di lavoro. E quindi sono loro che racconto».
Rifiuta l’idea che il filo rosso del suo cinema sia la ricerca dell’identità sessuale: «I miei personaggi sono piuttosto alla ricerca di un’identità, di un posto nella società. I miei film riguardano l’intolleranza sociale rispetto ai diversi ». Sulla corsa agli Oscar: «Da ragazzino con mamma guardavamo la cerimonia in tv, ora incontro i membri dell’Academy sul tappeto rosso. Vengo da un altro mondo. Ma Hollywood è eccitante». Tanto da ambientarci il prossimo film The death and life of John F. Donovan «sui meccanismi della celebrità di Hollywood, su come entrano nella vita privata. E come le madri gestiscono la celebrità dei figli». Nella vita reale «il rapporto con mia madre è cambiato con il successo, non sempre in modo positivo. Lei ammira la celebrità, ma al contempo la disprezza. Il Quebec è complessato rispetto al successo. Un popolo di sopravvissuti che lottano per l’identità e si sentono facilmente messi in discussione. L’umiltà per loro, per mia madre, è importante. Penso invece che possa essere un ostacolo alla creatività. Io nutro molti dubbi, ma ho imparato a non averne su me stesso». Ha idee chiare anche sul cinema italiano: «I film di Bertolucci, Visconti, De Sica sono potenti ed emozionanti. I pochi che ho visto di Antonioni mi sono sembrati molto formali. Irritanti».