Dalla rassegna stampa Arti visive

Testori ritratto da amici e nemici una galleria di ossessioni e passioni

… in collera con Luchino Visconti, colpevole di avere insidiato uno dei suoi amori, andò nella tipografia…

«Sembra un frate», borbotta Cesare Garboli, vedendo Giovanni Testori per la prima volta. La seconda, gli sembra «un ergastolano». Circondato, però, «da una misteriosa venerabilità». Qualcosa del genere avviene dinanzi a questi ritratti — una sessantina fra dipinti, sculture, disegni e fotografie — con cui si apre oggi (sino al 30 gennaio), alla Compagnia del disegno di Milano, la mostra di lavori dedicati allo scrittore di Novate (1923-1993). Ci sono Albert e Boyer, Caruso e Cerati, Crocicchi e Grittini, Frangi e Keating, Kern e Martinelli e Mitsuuchi, Ornati e Papetti, Pericoli e Riva, Soavi e Vacchi, Vallorz e Vernizzi. E tanti altri.
Ritratti dalle fortissime connotazioni, in ognuno dei quali gli artisti hanno colto un aspetto, messo a fuoco un particolare, interpretato un atteggiamento. Ecco il Testori polemico, il Testori espressionista, il Testori attore drammatico, il Testori spaventato, il Testori collerico, il Testori vendicativo, il Testori «rapito» (in contemplazione), il Testori aristocratico con gorgiera del XVI secolo. E, anche, il Testori moraviano (nel senso che lo hanno fatto assomigliare all’autore de Gli indifferenti ).
Ogni ritratto suggerisce episodi della vita di questo straordinario narratore, drammaturgo, poeta, scrittore d’arte alla maniera di Baudelaire e pittore; attratto dalle cose sfatte, putride, decomposte, corrotte, incenerite perché pensava che da esse potesse venire un’ancora di salvezza, una sorta di riscatto. Elementi questi, che si ritrovano anche nella sua tavolozza. «Ci aggiriamo fra i grigi e rosa come in un limbo, dove nessuno soffre, piange e grida — ha scritto Pietro Citati ne Il colore del delitto e della gloria —. Ma non è un mondo felice, perché il gracile tenue mondo delle pure forme, dei nudi, dei grigi e dei rosa è accompagnato dalla malinconia».
Qui, Testori — capace di passioni viscerali — trasferiva i suoi impulsi distruttrici, il senso di decadenza che lo opprimeva, le ossessioni di cui era vittima. Alla fine si ritrovava terribilmente solo (spesso i grandi lo sono perché devono sbrogliarsela da soli). Gianni era un vulcano le cui eruzioni travolgevano tutto; seguite da lunghe fasi di abbandono, di tranquillità. E di malinconico pentimento. In questo senso, i ritratti sono come capitoli di un lungo racconto che si snoda nel tempo e si muove fra splendore e tormento. «Non esiste, per la bellezza, altra origine che la ferita» aveva scritto Jean Genet, frase dell’intellettuale francese usata da Testori come incipit di un articolo sul «Corriere» dedicato a Giacometti. Testori ammirava Genet e subiva il fascino sinistro di questo scrittore, ribelle per antonomasia, ladro e omosessuale, che trascorse parte della sua vita in prigione.
C’è di più. Testori oscillava fra amore e odio: due facce della stessa passione, della stessa maniera di vivere, che racchiudevano grandezza, generosità, furore. E anche una certa dose di misticismo e paganesimo, non disgiunti da qualcosa di profetico. Ma, si sa, nel bene e nel male, un artista è tale anche per quella parte di follia che gli permette di creare. Il suo forte temperamento si manifestava anche nella vendetta. Quando scagliava i suoi anatemi contro qualcuno, c’era da tremare. Ma odi e innamoramenti duravano un lampo; poi la generosità aveva il sopravvento. Certo, se i danni c’erano stati, e in maniera irreparabile, anche se seguiva sempre la fase del pentimento, non c’era più niente da fare. Come quella volta che, preso da un raptus di furore per un torto subito dall’amico Ennio Morlotti, prese tutti i quadri in suo possesso (ed erano tanti) e se ne liberò per poche lire. Quelli che non riuscì a vendere, li fece a pezzi. Salvo poi a ricomprali una volta passata la buriana. O come quando, in collera con Luchino Visconti, colpevole di avere insidiato uno dei suoi amori, andò nella tipografia dove sui banconi erano disposte le pagine, composte a piombo, del suo libro dedicato al regista e a bracciate le rovesciò per terra, urlando: «Ti maledico, ti maledico». Il volume («Il miglior saggio che mai sia stato scritto su di me», aveva detto Visconti, dopo la lettura del manoscritto) non uscì mai. Il regista morì poco dopo.
Invece Testori non finì di dire la frase «Ti male…» al caporedattore della Cultura del «Corriere» che da una settimana aveva nel cassetto un suo elzeviro (ma che conosceva la storia di Visconti), il quale lo interruppe subito: «È in pagina per domani!».

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