Dalla rassegna stampa Cinema

FLORENCE QUEER FESTIVAL - L’ultimo Eytan Fox “Un inno all’amore nei giorni più cupi del Medioriente”

Il regista israeliano e l’incontro in redazione: l’omaggio della rassegna – Oggi pomeriggio all’Odeon la commedia “Cupcakes” “Difficile ridere in tempi di guerra”

ISRAELIANO, 49 anni, guru del cinema gay, Eytan Fox è in questi giorni a Firenze in occasione della retrospettiva che gli viene dedicata dal Florence Queer Festival. I film da lui diretti hanno toccato tasti delicatissimi: da Yossi e Jagger (martedì 25 alle 15.30 all’Odeon), tragico amore tra due soldati dell’esercito israeliano sul fronte libanese, a Bubble, che invece racconta la passione tra un israeliano e un palestinese fino a Walk on the water sul flirt tra un agente del Mossad e il nipote di un nazista. L’ultimo lavoro, Cupcakes (oggi alle 15.30) è una scintillante commedia di formazione: un gruppo di vicini innamorati cotti di un festival kitsch molto somigliante all’Eurovision contest, vede cambiare in meglio la propria vita dopo avervi partecipato. Fox ne ha parlato nell’incontro ieri in redazione, hanno partecipato Roberto Mariella, Mauro Santoni, Antonio Schiavone, Mauro Scopelliti, Daniele Stasi.

Dopo tanti film seri e impegnati, una commedia pop.
«La maggior parte dei film che ho realizzato sino ad oggi raccontano nel profondo i mutamenti della società israeliana, e gli scenari di guerra rendono difficile scegliere le corde della commedia: è per questo motivo che nel mio Paese non se ne producono molte. Devo ammettere che venire al Queer con un film da ridere mi fa sentire colpevole viste le grandi difficoltà che Israele e tutto il Medioriente stanno attraversando, mi sento a mio agio se penso che questa rassegna ha inserito Cupcakes nell’ambito dei una retrospettiva a me dedicata, dove è rappresentato anche il mio lato più impegnato. Detto questo, sono convinto che la cultura pop sia importante, se non addirittura basilare, per imparare qualcosa di una società e di un Paese, anche se spesso la accantoniamo. Il pop ci racconta il modo di essere effettivo di una comunità».

Perché ha scelto un contest molto simile all’Eurovision come miccia dei sorrisi di Cupcakes?
«Perché l’Eurovision nel corso degli anni è diventato sempre più un circo gay. I miei film raccontano sempre cosa significa vivere e crescere in Israele. Quando nel 1973 fu chiesto al mio Paese di entrare nella rosa dei partecipanti dell’Eurovision, per noi quell’evento ebbe un significato a dir poco epocale. Un Paese che si autoproclamava isolato, circondato da nemici e escluso da ogni tipo di competizione, d’improvviso ebbe l’occasione di immergersi in un universo più grande. Quando ero bambino tutti i vicini che non avevano la tivù venivano a casa nostra per assistere all’Eurovision: in Cupcakes torno in qualche modo a quell’episodio della mia vita, ed a una vecchia Israele, dove c’era vera solidarietà».

Indimenticabile fu la vittoria israeliana con Dana International, cantante transessuale, nel 1998.
«Israele è nazionalista e ha sempre avuto questa idea del mondo che gli rema contro. Atteggiamento che ha creato una forte competitività sociale, con i suoi aspetti positivi e negativi. Questa voglia di vincere si trova anche nel quotidiano. Quando fu scelta Dana come nostra rappresentate all’Eurovision ci fu un grande dibattito: ma come, una concorrente pervertita nel nome della Terra Santa? Dopo la vittoria, quell’aspetto è passato in secondo piano: Dana fu ricevuta in parlamento, anche i religiosi e i moralisti la applaudirono. Per la comunità gay israeliana fu un momento importantissimo visto che potemmo uscire allo scoperto, renderci visibili. Ma accadde molto di più. Il giorno successivo all’Eurovision ci fu un’importante partita di calcio a Tel Aviv e alla fine i tifosi, che rappresentano il lato più machista e omofobo di Israele, si unirono ai festeggiamenti gay. Cupcakes è un inno all’amore, alla solidarietà, all’amicizia ispirato alla partecipazione qualche anno fa di un gruppo di giornalisti israeliani, che s’improvvisarono cantanti con un pezzo sull’amore tra una persona del mio popolo e una del popolo siriano. Chiesero la mia collaborazione, e avemmo l’idea di mostrare sul palco le bandiere dei rispettivi Paesi. Ovviamente fu scandalo. Ma l’Israele che io preferisco, quella che rappresento, fu felice e questo mi rende molto orgoglioso».

A proposito di cultura pop, serie televisive che trattano in modi diversi, diretti e indiretti, il tema dell’omosessualità come Will & Grace, Queer as folk, The L word, Modern Family, Orange is the new black possono cambiare l’atteggiamento di un pubblico trasversale e poco preparato nei confronti della comunità lgbt?
«Sono sempre stato convinto che la tivù sia fondamentale nel trasformare le attitudini e il pensiero della gente perché ti entra dentro casa. Il fatto che l’omosessualità sia veicolata dalle trasmissioni tivù fa sì che personaggi importantissimi trovino il coraggio di fare coming out, e che trascinino dietro di sé persone comuni fino ad allora chiuse in un segreto sofferente: è accaduto ad esempio con Tim Cook, che ha dichiarato con orgoglio la sua omosessualità definendola “dono di Dio”».

E lei quanto con il suo cinema punta all’informare un pubblico non omosessuale sulla realtà lgbt?
«Ho studiato cinema a Tel Aviv insieme a Ari Foldman, regista di Valzer con Bashir, e Hagai Levi,che ha realizzato per la tivù la serie In treatment: in quel momento mi sentivo parte di una generazione che innovava il cinema israeliano e che veniva apprezzata in tutto il mondo, ma non ero dichiarato del tutto e l’intenzione “educativa” non era così evidente. Il film di laurea, il corto Time off, è stato il mio coming out: raccontando anche lì una storia gay all’interno dell’esercito, ho dovuto per forza di cose svelarmi. Tutto questo per dire che non ho mai voluto autoproclamarmi la Giovanna d’Arco dei gay. Il cinema per me è stato una terapia, come sdraiarmi sul lettino dello psicanalista. Comunque, sento forte la responsabilità di rappresentare la comunità lgbt israeliana: per questo ogni mio film alza l’asticella dei temi affrontati, mi trovo a spingere sempre di più i confini della tematica gay».

Dieci anni dopo Yossi e Jagger, nel 2012, ha realizzato il sequel, Yossi. Cosa è cambiato, nel frattempo, nella comunità lgbt israeliana?
«Ho fatto il servizio militare nel 1992 e allora non era ammesso essere gay e militari. Questo non vuol dire che non ci fossero, ma l’ipotesi non era culturalmente contemplata. Quando è uscito Yossi e Jagger non mi aspettavo una reazione positiva che, di fatto, c’è stata. Quel film è stato utile anche agli eterosessuali che hanno potuto constatare come si possa essere eroi anche senza peccare di machismo, come si possa essere soldati e amare. Con il sequel ho esaminato lo scontro tra il modo vecchio d’essere gay di Yossi (nascondimento, paura, senso di colpa inculcato da un paese molto religioso) e chi invece vive la sua omosessualità in totale libertà, accettato in modo del tutto naturale. Sono convinto che i film possano cambiare la realtà e il punto di vista della gente su di essa».

Israele è un Paese molto religioso, come l’Italia. Questo che influenza ha sulla comunità gay?
«La situazione sta lentamente mutando. Oggi ci sono associazioni di gay ortodossi che si riuniscono per organizzare feste lgbt. Non ci sono state dichiarazioni formali come invece ha fatto Papa Francesco, che ha espresso una certa benvenuta apertura della Chiesa verso i gay. Se non si può parlare di piena accettazione, si può comunque notare una diminuzione dell’ostracismo, una minore opposizione. In Israele tra l’altro è in corso una lotta che unisce lgbt e etero: quella per ottenere il matrimonio civile. L’unica forma di matrimonio ammessa è quella religiosa, se uno si vuol sposare con rito civile deve farlo fuori da Israele, che comunque riconosce quell’unione. E sono sempre più numerosi i gay che hanno figli: a Tel Aviv è comune passeggiare imbattendosi in passeggini spinti da due papà o da due mamme ».
(testo raccolto da fulvio paloscia)

“Fare questo mestiere per me è stata una vera e propria terapia, come sdraiarmi sul lettino dello psicanalista”

I film del guru del cinema gay: “Sento forte la responsabilità di rappresentare la comunità lgbt che vive nel mio Paese” “Da noi è in corso una lotta per ottenere il matrimonio civile: l’unica forma ammessa è quella religiosa”

SUL SET
Eytan Fox, 49 anni, è cresciuto a Gerusalemme: il suo esordio risale anni ‘90

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