Dalla rassegna stampa Cinema

I toni dell'amore: Lithgow e Molina coppia omosessuale in una New York epica

Due grandi attori in una delle prove più coraggiose della loro carriera. L’intervista al regista Ira Sachs: “Ho fatto un film per famiglie”

Il grande schermo comincia a illuminarsi e nel giro di pochi secondi veniamo invitati al matrimonio tra Ben (John Lithgow) e George (Alfred Molina), insieme da quaranta anni e finalmente all’altare circondati da parenti e amici. Dissolvenza. L’ufficializzazione delle nozze ha causato il licenziamento di George dal suo posto di insegnante del coro di una scuola cattolica. Ancora dissolvenza. Ben e George, costretti a lasciare il loro appartamento, vagano per Manhattan duramente colpiti dalla crisi del mercato immobiliare. Il primo va a vivere a casa della famiglia di suo nipote, il secondo trova una sistemazione come coinquilino di altre due persone. Alle prese con questa separazione temporanea, la coppia dovrà riadattarsi a nuove dinamiche di vita, cercando di tenere saldo il loro legame.

“Il mio è un film per famiglie” – racconta Ira Sachs quando Film.it lo chiama al telefono a New York. Poco dopo il regista ci spiegherà il perché abbia definito I toni dell’amore (in originale Love is Strange) “un film epico ambientato all’interno di un appartamento di New York”. “Sono un regista gay – afferma – ho voluto raccontare una storia sulla generazione più vecchia, quella più saggia. Era vitale mostrare una generazione che presto non ci sarà più, quella dei miei genitori. Questo film proviene da questa emozione”.

Dunque mi illumini un attimo sulla componente “epica” di questa storia…
Se guardi attentamente nell’ordinario, allora troverai cose straordinarie al suo interno. Ecco una storia che parla di intimità, amore, di un’intera generazione. Parla di perdita. Di una città e di un determinato momento. Sono tutti temi epici, raccontati all’interno di un microcosmo. Ho pensato molto alla tradizione del neorealismo, e cioè raccontare un pezzo di storia attraverso la vita di un essere umano.

I toni dell’amore racconta le disavventure di una coppia di uomini che ormai sono insieme da una vita. Qual è il segreto della loro relazione? Perché Ben e George ce l’hanno fatta a differenza di molte altre coppie?
Sono due uomini a proprio agio con se stessi. Si conoscono perfettamente e si apprezzano a vicenda. Allo stesso tempo non dipendono esclusivamente l’uno dall’altro: sono sicuri di sé e modesti. Proprio come i due attori che li hanno interpretati.

Volevo arrivare proprio a questo. Tutte le volte che penso a John Lithgow, mi vengono in mente i thriller che ha fatto con Brian De Palma, regista che gli ha sempre affidato ruoli da psicopatico. Eppure eccolo nel suo film nei panni di un uomo dolce che non ha mai paura di sorridere…
Abbiamo fatto un patto, la prima volta che gli ho parlato del film ho pensato: “ecco un uomo che non ho mai visto sullo schermo”. Un uomo appassionato e creativo, un puro di cuore. Volevo proprio lui nel mio film, ecco dunque il patto: ho chiesto a John Lithgow di mostrarsi per come è davvero attraverso il personaggio di Ben. Come sempre lo vedete usare tutto il suo talento, e per una volta eccolo non nascondersi dietro al personaggio.

Lo definirebbe un attore senza paura?
Senza dubbio. Credo che abbia sentito la mia fiducia. Da regista gli ho permesso di sentirsi al sicuro in una dimensione rischiosa. Sul set si discuteva tanto di “rischiare al sicuro”. Non abbiamo mai fatto prove, avevamo discusso tanto del film ma una volta sul set abbiamo girato e basta. Volevamo catturare ogni imprevisto.

In una delle sequenze più potenti del film vediamo il personaggio di Molina abbracciare il suo partner e scoppiare in lacrime. Anche quella scena è venuta fuori senza prove?
Sì, e al primo ciak. Molina è un attore prontissimo. Quella è la scena più importante del film, il momento in cui la storia cambia. Improvvisamente capisci quello che questi due uomini possono perdere, il sentimento che c’è tra di loro. Mi piace notare quanto gli attori riescano a comunicare senza dire una parola. Nel film succede più volte, vediamo i loro volti e l’assenza di dialogo ci permette di raccontare questa storia in maniera più potente.

Questo zio gay interpretato da Lithgow diventa un po’ il mentore del giovane nipote. Quanto parlare di “modelli” in questo caso può essere un concetto coraggioso?
È la bellezza della vita, l’impatto che gli altri hanno su di noi. Una cosa che senti di più nelle grandi città, quelle dove i fantasmi delle persone che abbiamo conosciuto rimangono in vita come se vagassero. Questi fantasmi ci aiutano a capire noi stessi e ci insegnano a vivere.

Allo stesso tempo il papà del ragazzo mostra ansie nei confronti del figlio. Una di queste scaturisce dal pensiero che il giovane possa essere omosessuale?
Non credo, in realtà si tratta di agitazione generale dovuta alla presenza di un adolescente sotto il tuo stesso tetto. Un teenager è come un alieno, una cosa che può essere dolorosa per un genitore: quell’adolescente fino a poco tempo fa era il tuo bambino. Anche questo tema mi ha permesso di creare tensione e dramma.

Parliamo chiaramente di quello di cui stiamo discutendo, ma che non abbiamo ancora nominato. La città di New York. Quanto oggi può essere un posto romantico per chi ci abita?
Vivo a New York da venticinque anni ormai e la riscopro continuamente, specialmente quando giro un film. In questo caso volevo raccontare una storia romantica ma anche veritiera: siamo stati ispirati dal romanticismo di New York. La sua bellezza non è dovuta solo alla sua architettura, ma anche al senso di comunità. Era importante raccontare due personaggi che non vivono in isolamento, ma che sono invece circondati da una comunità pronta a sostenerli e proteggerli.

Abbiamo iniziato la nostra conversazione parlando di “film per famiglie”. Mi spieghi dunque in che modo il film può toccare i cuori del grande pubblico…
Ci connette come esseri umani. Una signora settantenne è venuta da me dopo aver visto il film e mi ha detto di essersi sentita vicina ai protagonisti, aveva recentemente perso il marito dopo cinquanta anni di matrimonio. Allo stesso tempo sono stato fermato da un ragazzo di diciassette anni che mi ha detto di essersi identificato con i personaggi in scena. Ecco l’elemento “family”, è una storia che parla a tutti.

Il nostro tempo è scaduto, non posso lasciarla senza averle fatto la domanda tradizionale: Ira, qual era il poster che aveva in camera da ragazzino?
(ride) Sopra il mio letto c’era una foto di Susan Sarandon, credo di aver trovato quel poster all’interno di una rivista: era quello di Atlantic City, il film di Louis Malle.

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